Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.

Nuovo appuntamento dedicato ai lungometraggi con il quinto capitolo della serie Kara no Kyoukai, Lamù - Beautiful Dreamer e il targato Ghibli I sospiri del mio cuore (Mimi wo sumaseba)

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.


Per saperne di più continuate a leggere.


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Questo quinto OAV della serie Kara No Kyoukai è probabilmente uno dei migliori e più emozionanti dell'intera serie. Continuano le vicende di Shiki e Kokuto e gli strani fenomeni paranormali che li circondano.
L'OAV inizia con un ragazzino, Tomoe Tenjo, che scappa dal suo appartamento. Ha appena ucciso i suoi genitori in un raptus di follia, è sconvolto e non sa cosa fare. Per puro caso incrocia Shiki, che lo salva da alcuni teppisti che volevano picchiarlo, nonostante Tomoe le confessi di essere un assassino. Il ragazzo è stupito dalla tranquillità con cui lei accetta la cosa e finisce per restare a casa della ragazza, nascosto nell'attesa che venga scoperto il suo crimine e la polizia inizi a cercarlo per arrestarlo... ma passano i giorni e nessun telegiornale ne parla. Passa un mese senza che nessuno si accorga dell'omicidio, finché Tomoe non scorge per strada una donna che sembra essere sua madre, viva e in salute. Sconvolto, si domanda cosa stia accadendo e Shiki decide di accompagnarlo a casa sua, per sincerarsi di quale sia la verità. Inizia così la vicenda complessa e articolata di quest'OAV.

La trama è complessa e appassionante, con vari colpi di scena inaspettati e di sicuro effetto. L'intera vicenda mantiene incollato allo schermo lo spettatore dall'inizio alla fine, richiedendogli anche un certo sforzo per incastrare tutti i pezzi del puzzle che porteranno all'agrodolce verità finale su ciò che è davvero successo a casa di Tomoe la sera in cui è fuggito.
Il personaggio di Tomoe, nonostante sia solo un comprimario che non compare negli episodi successivi, è perfettamente delineato. Non si può non appassionarsi alle sue vicende, alle sue reazioni da ragazzo normale finito in qualcosa di più grande di lui. Difficilmente si trova un coprotagonista così perfettamente tratteggiato. Dall'altro lato, Shiki continua a essere un mistero, ma viene aggiunto qualche tratto in più alla sua personalità, rendendola più "umana" e più "reale". Viene sviluppato più in profondità il personaggio di Toko, dando qualche informazione in più sul suo passato e sulle sue abilità.
Kokuto ha meno spazio degli altri personaggi in quest'OAV, dominato da Toko, da Shiki, ma soprattutto da Tomoe.
La realizzazione tecnica è eccellente in ogni sua parte. Le animazioni sono fluide, il character design gradevole, e le ambientazioni lugubri e scure sono perfettamente in tema con la narrazione. Le voci sono azzeccatissime per i personaggi e le musiche sono perfette per ogni scena dell'anime.

Consiglio questo episodio, ma in realtà tutta la serie di 7 OAV, a chiunque sia in cerca di qualcosa di complesso e articolato. La trama è eccellente e la realizzazione pure. L'unico freno che potrebbe far desistere dalla visione è la difficoltà e la crudezza di alcuni degli argomenti trattati e la consapevolezza che, come in altre opere giapponesi, non tutto il mistero sarà spiegato chiaramente allo spettatore, che dovrà compiere un certo sforzo per arrivare da solo a scoprire tutta la verità. Voto finale 9. Non do 10 solo perché Kara no kyoukai 5 è un anime difficile, che richiede una certa maturità ed elasticità mentale per essere apprezzato appieno.



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L'ennesimo capolavoro che ci permette di ammirare il genio multiforme del più meritevole regista dell'animazione orientale.
Che cos'è "Urusei Yatsura: Beautiful Dreamer", il secondo lungometraggio della fortunata serie ideata da Rumiko Takahashi sulla bella aliena dal costume tigrato?
E' l'apoteosi, è la prova che fosse possibile elevare un'opera simile ad apici inimmaginabili e rappresenta il più lodevole compimento dello spirito proprio della trasposizione televisiva di "Lamù".
In tutto questo Oshii, da talentuoso regista quale lui è, ha posto pure se stesso e non in piccola parte, riuscendo comunque a non alterare il sentimento originale dell'opera.

Donde proviene tanta perfezione? Dall'armonico insieme di elementi tanto contrastanti. Per la precisione, Oshii già da regista della prima parte della serie televisiva aveva dato prova del suo genio e del suo sperimentalismo, ponendo elementi di forte disturbo in quella che doveva essere la semplice trasposizione di un'opera comica, unica meritevole capostipite della commedia sentimentale, che non potevano che deliziare gli spettatori più accorti, suscitando però astio nei confronti di coloro che si rivelarono maggiormente puristi verso i propositi dell'autrice originaria.
Ma nessuno poté piegare Oshii e nel 1984, facendosi beffe dell'insuccesso che repentino si prospettava all'orizzonte, lui elevò "Lamù" a un livello superiore, dando finalmente atto a ciò che durante la serie continuava a essere relegato in potenza.
Le sensazioni oniriche e visionarie che guizzano tramite soventi accenni durante la trasposizione televisiva prendono forma pienamente, senza più celarsi agli occhi del pubblico più insensibile.
Simile destino seguono le riflessioni gnoseologiche sulla natura della realtà e sulla distinzione fra verità e illusione, mentre le atmosfere si fanno lunghe e tese, alienanti ed eteree, ma pur sempre anormalmente reali.

E in tutto questo non si perde la caoticità che è propria di "Urusei Yatsura", fra le moltitudini di personaggi che rispettano alla perfezione i propri caratteri, le proprie emozioni, i propri amori e dissidi, ma raggiungendo qualcosa di maggiore, perché in questo lungometraggio Oshii, prima di abbandonare il progetto "Lamù", donerà al mondo ciò che nessuno, né prima né dopo di lui, men che meno la stessa Takahashi, avrebbe saputo fare. Il regista portò alla completezza le figure dei personaggi, riempiendole in ogni sfaccettatura e facendole apparire corrette, anche in una commedia paradossale come questa. L'esempio più lucente di ciò avviene per la figura di Ataru, in quella che è la scena più mirabile dell'opera, nonché la proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso presso i puristi della Takahashi che sono stati fautori della sventura di questo film.

Giungiamo ora alla descrizione pratica del lungometraggio. Dopo un'apertura brusca su di un mondo di desolazione, quasi una guerra l'avesse sconquassato, si viene subito catapultati nelle atmosfere frenetiche della scuola superiore di Tomobiki, dove il clima generalmente frizzante è esasperato dall'avvicinarsi dell'apertura del festival studentesco, che si compirà il giorno seguente.
In breve però compaiono scene lunghe e silenziose, dove la vera protagonista è la desolazione della città, nella quale danzano figure inquietanti nella loro spensieratezza e dove il tempo sembra dilatarsi.
Il passaggio dal tipico baccano che fa da eloquente eco al titolo dell'intera opera alle alienanti scene dalla pesante atmosfera è sottile e preciso, tale da cullare lo spettatore senza che quest'ultimo abbia alcun sentore del mutamento.

Ci troviamo così a vedere la dottoressa Sakura che in una scena delizia il pubblico con le sue acrobazie in moto e le sue reazioni una volta a casa di Onsen, il tutto splendidamente reso dall'interpretazione dei doppiatori nipponici originali, mentre a breve distanza ci si ripresenta seduta al tavolo di un bar a discutere di verità inquietanti, del limite fra sogno e realtà e della natura del ricordo e del mondo storico in funzione di questo; discorso durante il quale è già possibile scorgere tagli e inquadrature che verranno riprese in un futuro "Ghost in the Shell".
L'alternarsi di queste scene e dei cambi di tono seguiterà per l'intero film, rendendo tale processo sempre più serrato, sino a che non sarà più possibile separare la vena comica da quella riflessiva, similmente a come il mondo onirico si fonderà con quello reale e qui il genio di Oshii si compie.
I toni si allentano e si tendono, quali la corda di uno strumento musicale pizzicata ripetutamente nel corso dell'esecuzione del brano, senza però lasciare mai che il riverbero di questi eventi, l'armonico scaturito da tale esecuzione, la velata eco dell'innaturalezza della vicenda smetta di solleticare il pubblico.

Si sussegue così la vicenda, tra giochi al lago dove un tempo sorgeva la scuola, ora un semplice ricordo di un mondo lontano, divenuto ormai una vaga rimembranza, tra lunghe e continue giornate sempre uguali, nelle quali è però possibile trovare la gioia, la spensieratezza. Non tutti gli animi si piegano però a tale idillio, ed ecco sorgere lo spettro del dubbio, il demone della ragione, apparentemente bandito da questo mondo fittizio, dal Castello del Drago verso il quale il gruppo muove sul guscio della tartaruga nel proprio isolato stordimento.
Una volta svelato il mistero però l'incantesimo si scioglie rapidamente e una sceneggiatura frenetica non dà più tregua allo spettatore nel suo incalzarlo verso la conclusione.

Tutto questo avviene dopo la scena in cui Ataru vede realizzato il suo sogno, o meglio, lo vede realizzato quasi integralmente. Qua risiede l'apice del film, la soluzione del dilemma dell'insofferenza di Ataru verso Lamù, ossia la sua dichiarazione d'amore verso quest'ultima. D'altronde, come sbotta egli stesso con grande ovvietà, lui la ama, proprio come ama tutte le altre ragazze, ma l'impertinenza di quest'ultima gli impedisce di approcciarsi agli altri suoi sensuali obbiettivi.
E' questo il punto, Ataru ama le ragazze, indipendentemente dalla personalità lui le vuole amare tutte, l'apoteosi del suo personaggio, la sua perfetta spiegazione. E' ambizioso e il suo paradiso non sarà completo se non ci saranno tutte. Solo la naturalezza con cui avviene la scena citata può spiegare la meraviglia del tutto e lo lascio verificare direttamente agli spettatori.

Ci sarebbe tanto da aggiungere, ma è difficile rendere giustizia con le semplici parole a un simile lavoro, a un tale ardire.
Il secondo film di "Lamù" è dunque la vera essenza dell'intera opera, scaturita da una mente che è riuscita persino a superare i propositi dell'autrice originale sulla sua stessa creazione, l'ultimo dono di un talentuoso artista prima di abbandonare il pubblico ingrato, sorte che spesso affligge queste fulgenti personalità.



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Shizuku è una studentessa delle medie, amante della lettura, che s'è appena auto-imposta di divorare 20 romanzi durante le vacanze estive. È innamorata di Seiji Amasawa, ragazzo mai visto prima che sembra avere letto gli stessi suoi libri, ma avrà una doccia fredda quando lo conoscerà di persona vedendo in lui un tipo antipatico che la prende in giro. Finirà, per vie traverse, ad approfondire la sua conoscenza fuori dagli ambiti scolastici, trovando in lui un appassionato costruttore di violini che si appresta ad andare all'estero per realizzare il suo sogno.

A dispetto di una locandina ingannevole, "I sospiri del mio cuore" non è la tipica favola di Studio Ghibli e Miyazaki. È invece l'adattamento, comprensivo di un nuovo finale, dell'omonimo shoujo manga di Aoi Hiiragi (pubblicato in Italia da Star Comics con il titolo "Sussurri del cuore"), fumetto sbrigativo e disegnato senza arte né parte. Miyazaki, scrivendone la sceneggiatura per il grande schermo, gli dà una personalità assente in originale, raccontando la stessa storia con qualche cambiamento (Seiji non è più un pittore ma costruttore di violini), eliminando personaggi e scene inutili (la love story della sorella di Shizuku) e approfondendo tutti i risvolti originali di trama .

Il film del compianto Yoshofumi Kondo (animatore di "Conan il ragazzo del futuro", "Porco Rosso" e "Pom Poko") è di una delicatezza unica: il racconto, con toni pacati e misurati, di una simpatica ragazzina alle prese con la sua prima cotta adolescenziale. Fosse quella l'anima del film sarei il primo a sentirmi troppo cresciuto per trovare credibili due bambini che si dichiarano amore eterno, ma il fiore all'occhiello dell'opera sta nel fornire un delizioso, appassionante spaccato di vita di una giapponese qualsiasi.

Shizuku legge libri in biblioteca, come hobby scrive canzoni - Country Road, riadattamento, da parte sua, di Take Me Home, Country Roads di John Denver -, si confida con la sua migliore amica dei ragazzi che piacciono... I sospiri del mio cuore è un affresco di personaggi, di quelli che toccano il cuore. Un cast di persone qualunque, di quelle che si incontrano per strada o che si hanno come parenti, che parlano, sorridono, si divertono come farebbero nella vita reale: scontati un grande comparto dialogico e reazioni emotive perfettamente plausibili, ma sopratutto ineccepibili, per realismo da frantuma-mascella, le movenze di umani e animali, solito lavorone di Studio Ghibli a suo perfetto, consueto agio con animazioni strabilianti e magnifici fondali (le strade di Tokyo sono così ben ricostruite, addirittura con colori e luci tipiche, che sembra di passeggiarci per davvero).

Le emozioni evocate dall'opera sono numerose, ben enunciate dai momenti in cui ci si sente così coinvolti da avvertire sulla propria pelle gli stati d'animo della protagonista: mi riferisco, ad esempio, alla scena in cui lei canta la sua canzone, prima timidamente imbarazzata, poi entusiasta, con l'accompagnamento musicale fornito da lui; ad esempio a quando il nonno di Seiji le racconta la triste storia dietro alla statuetta del Barone a cui è affezionato; mi riferisco, ancora, al momento in cui lei piange di dolore dopo aver distrutto il cuore a un amico che le si è dichiarato. Momenti dove il film sprigiona una vena poetica che non si dimentica, glorificata dall'eccellente accompagnamento musicale, violini e flauti, di Juuji Nomi, e dove il consueto, semplicissimo e caratteristico chara design dello studio Ghibli raggiunge la perfezione nel comunicare espressività e sentimenti.

Slice of life romantico quindi, ma anche racconto di formazione, sull'imparare a prendersi le proprie responsabilità - il racconto che Shizuku scrive a ritmi forsennati peggiora notevolmente il suo rendimento scolastico -, e sull'iniziare a pensare al proprio futuro, vero tema portante oltre alla love story. Temi affrontati con leggerezza e calma tanto semplici quanto magistrali, senza i consueti artifizi drammatici e sensazionalistici che in molti avrebbero utilizzato al posto di Miyazaki.

Opera perfetta dunque? No. Per quanto bene si possa parlare della realizzazione tecnica, della cura figurativa e delle atmosfere deliziose che si respirano in questo bel film, non ci si può dimenticare che è un adattamento di uno shoujo manga, del racconto di una storia d'amore inverosimile, in quanto a maturità, tra i due bambini. Mancano fortunatamente il miele, la melassa e i contatti fisici tipici del pensiero occidentale e di buona parte degli shoujo, ma, inutile ripeterlo, il rapporto tra i due non può esistere nella realtà e per questo fino alla fine non si prende sul serio: problema non di poco conto visto che rappresenta il soggetto del film. Un peccato, ma decisamente, per l'umanità che si respira in buona parte della sua durata, "I sospiri del mio cuore" è un lungometraggio che non posso non consigliare a tutti gli estimatori della settima arte.

Da tenere d'occhio il lungometraggio "The Cat Returns", realizzato nel 2002 sempre da Studio Ghibli che, pur dichiaratamente favolistico, si riallaccia a "I sospiri del mio cuore". Come? La protagonista incontrerà, nel corso della sua avventura, proprio Barone, la statua del gatto posseduta dal nonno di Seiji. In questo film il felino sarà un vero e proprio comprimario, dotato di voce e anima come nell'unico momento visionario di questo film.