Qual è la prima cosa che vi è venuta in mente leggendo "Teatro Kabuki"? Io ammetto che il mio primo pensiero è stato: "Noia mortale".
Ma sebbene assistere ad un'opera di circa due ore in una lingua che non si conosce non possa essere definita una passeggiata (anche se gli amanti dell'opera lirica si sparano tre ore di canto magari in tedesco senza battere ciglio), durante le ricerche per questo articolo ho scoperto molte cose anche parecchio piccanti sull'origine del Kabuki, sulla sua storia e sui suoi attori. Se vi ho fatto incuriosire, continuate a leggere!
 

Le prime rappresentazioni di questo teatro popolare si ebbero agli albori del XVII secolo: era l'inizio dell’era Tokugawa e il teatro Kabuki fu una delle poche distrazioni concesse dal governo ai ceti medio-bassi.
Il fatto che fosse autorizzato dal potere centrale però non vuol dire che i rapporti fossero facili: una forte censura si abbatteva regolarmente sui testi rappresentati e non erano ammessi né brani anti-governativi, né rappresentazioni di eventi contemporanei.
Quindi gli autori ricorsero ad opere storiche, attraverso le quali lanciare critiche al governo e alla società del tempo.

Forse qualcuno di voi sa già che all'interno del Kabuki tradizionale tutti gli interpreti sono uomini; ma forse pochi sapranno che a fondare questa forma di teatro è stata una donna: Izumo no Okuni.
Narra la leggenda che Okuni fosse una sacerdotessa del Grande Tempio di Izumo, uno dei più antichi e prestigiosi templi della religione scintoista. Poiché era molto abile sia a danzare che a cantare, nel 1603 (data ufficiale della nascita del teatro Kabuki) fu mandata ad esibirsi in pubblico a Kyoto dove avrebbe potuto ottenere maggiori donazioni per il tempio.
Il successo dei suoi spettacoli sulle rive del fiume Kamo fu travolgente: le sue danze popolari, derivate da antichi canti religiosi, (a cui aggiunse frequenti allusioni sessuali, scenette comiche e arrivò perfino a rievocare le eccentriche imprese del suo amante, Nagoya Sanza, un fuorilegge morto in una rissa) richiamavano moltissime persone.
 

Okuni a quel punto decise di cambiare vita: pur continuando a spedire ad Izumo i soldi delle donazioni, si stabilì in via definitiva a Kyoto e assunse molte ragazze, tutte provenienti dai ceti più bassi e molte delle quali prostitute. Insegnò loro il canto, la danza e l’arte della recitazione e portò la compagnia così formata ad un successo stratosferico.
Si narra anche che Okuni iniziò a vestirsi in modo molto originale, da uomo o con abiti occidentali, prendendo spunto dai primi missionari portoghesi sbarcati in Giappone e dai Kabukimono, bande di ronin (samurai senza padrone) che, vestiti con colori sgargianti, pettinature eccentriche e kimono femminili, imperversavano nel Giappone del XVI secolo.
E da qui derivò il nome Kabuki: se i tre ideogrammi che lo formano sono Ka che vuol dire "canto", Bu che vuol dire "danza" e Ki che significa "abilità", la parola intera significa appunto "stravagante", "eccentrico", "fuori dagli schemi".

Agli spettacoli dell'Onna-Kabuki, (detto così perchè composto da sole "onna" cioè donne), partecipavano soprattutto uomini, attirati dai dialoghi licenziosi e dalla presenza delle prostitute che, anche se attrici, cantanti o danzatrici,continuavano ad esercitare il mestiere più antico del mondo. Alcuni daimyo arrivarono ad invitare le cortigiane e le loro compagnie ad esibirsi nei loro castelli e nelle loro residenze in occasione di feste particolari.
In poco tempo però si ebbero seri problemi di ordine pubblico, i testi furono giudicati scandalosi e immorali e il governo nel 1629 proibì la loro rappresentazione e vietò alle donne in generale di salire su un palco.
 

Ovviamente ormai il "danno" era fatto e per un gruppo che veniva sciolto, altri se ne formarono: non potendo più esserci donne, iniziarono a recitare gruppi formati da ragazzi molto giovani (Wakashu-Kabuki) che grazie ai loro lineamenti ancora fini e alla voce non ancora roca e mascolina potevano cimentarsi anche nei ruoli femminili, facendo nascere così la figura dell’Onnagata, presente ancora ai giorni nostri.
Da sottolineare che questo tipo di recitazione en travesti non imitava semplicemente gli aspetti superficiali di una donna, ma riproduceva l’immagine ideale e l’essenza stessa della femminilità, grazie alla mimica, al trucco, a splendidi kimono e ad uno studio preciso della postura per rendere perfette la grazia, l’eleganza e il portamento femminile.

Ma anche questo tipo di compagnia ebbe vita breve: il bakufu (il governo militare dello shogun) non vedeva di buon grado la protezione che molti daimyo concedevano alle compagnie e, approfittando di uno scandalo sessuale che aveva coinvolto un giovane attore e la moglie di un feudatario, additando i testi sempre erotici, i tratti femminei di molti ragazzini e le frequenti risse tra gli spettatori, proibì definitivamente il wakashu kabuki nel 1652 con le stesse accuse: immoralità e problemi di ordine pubblico, oltre alle voci di omosessualità e di prostituzione che aleggiavano su questi ambienti.
 

A metà del XVII secolo, per il Kabuki era arrivato il momento di voltare pagina: furono scelti attori più maturi, furono abbondate le scenette comiche e i numeri acrobatici e vennero allestite vere opere drammatiche. Nacquero attori specializzati nell’interpretazione di ruoli femminili e furono costruiti i primi grandi teatri.
Sebbene vi fossero tre grandi categorie di rappresentazioni, quali gli spettacoli di danze (Shosagoto), la vita quotidiana del popolino (Sewamono) e i drammi storici (Jidimono), venivano allestiti quasi sempre solo questi ultimi, a causa delle restrizioni imposte dal regime Tokugawa. Il neonato Yaro-Kabuki però rimase fedele ai gusti del ceto medio-basso e infatti a Tokyo (allora ancora Edo) teatri quali il Nakamura-za, l’Ichimura-za e il Kawarazaki-za furono costruiti nel quartiere Yoshiwara, ricco di bordelli e di Case del Thè.
Nel 1841 a seguito di un tremendo incendio, tutti i teatri furono rasi al suolo e lo Shogun ne approfittò subito: con la scusa del mancato rispetto delle norme anti-incendio, non diede più l’autorizzazione alla ricostruzione dei teatri, trasferiti perciò in periferia ad Asakusa.
 

Ma questa nuova collocazione in una zona decentrata non fu, come speravano i Tokugawa, un colpo mortale per il Kabuki: nella seconda metà del periodo Edo, il teatro visse il suo periodo d’oro, grazie ad artisti come Utagawa Hiroshige e agli attori come Ichikawa Danjuro I (creatore dello stile Arogoto), Ichikawa Kodanji IV e Kawatake Mokuami, trattati come vere e proprie star; alcuni furono addirittura banditi dalla città a causa della loro vita troppo lussuosa.

Fu anche in questo periodo che nacque una stretta collaborazione fra il Kabuki e il Bunraku, ossia il teatro dei burattini, anch'esso all'apice del successo e molto popolare tra gli strati medio-bassi della società. Anche se in normale e sana competizione tra di loro, numerose furono le collaborazioni: opere che riscuotevano grande successo nel Bunraku erano poi adattate per il Kabuki e le due forme teatrali si influenzarono a vicenda anche negli accorgimenti tecnici traendone entrambe grande profitto.
 

Nacquero anche dei sottogeneri, come i Kizewamono in cui si descrivevano la crudeltà, la sensualità e la decadenza della bassa società del periodo Edo; i Kaidanmono invece erano leggende di fantasmi mentre i Shiranamimono raccontavano le gesta dei criminali.

Ma come ogni parabola che si rispetti, ad un certo punto iniziò una fase discendente: il 1868, con l'arrivo delle navi americane del Commodoro Perry nella baia di Tokyo, segnò la fine dell'isolamento quasi totale imposto dai Tokugawa. Questo portò ad un grande interesse per tutto quello che era occidentale, con un inevitabile oblio per tutto quello che invece era tradizione.
Ma il Kabuki ne aveva viste di peggio e si rinnovò ancora una volta per poter risorgere dalle sue ceneri: furono scritte nuove storie, più moderne, per andare incontro ai nuovi gusti e arrivò anche l’interesse degli stranieri che sempre più numerosi arrivavano in Giappone. Il 21 aprile 1887, per la prima volta nella sua storia, un Imperatore assistette ad una rappresentazione Kabuki e questo sancì un notevole riavvicinamento tra il governo di Tokyo e il teatro, tanto che a partire dagli anni ’30 il Kabuki sostenne il governo militare con opere che glorificavano lo spirito dell’antico Giappone.
 

Ma con la Seconda Guerra Mondiale e con essa la tragedia dell’atomica e la distruzione del Giappone, questa presa di posizione rese il dopoguerra un periodo difficile per il Kabuki, tanto che le autorità americane in un primo tempo lo bandirono con l'accusa di collaborazionismo. Inoltre in quei primi anni dopo la fine delle ostilità la maggior parte della popolazione era impegnata a lottare per la sopravvivenza e aveva poco tempo e voglia per gli svaghi, oltre a rifiutare tutto quello che poteva ricordare il passato.

Comunque il bando durò poco e agli inizi degli anni ’50 si ricostruirono i principali teatri e nacque una nuova generazione di attori che si aprì anche alle produzioni televisive e cinematografiche.
In alcuni casi fu rotto il vecchio tabù delle attrici donne che furono assunte in alcune compagnie e anche l'Occidente iniziò ad interessarsi al Kabuki, con tournè che portarono quest'arte tradizionale in giro per il mondo.
A tutt'oggi il teatro Kabuki ha ancora un notevole seguito: in tutto il Paese sono circa tre milioni i suoi fan e dal 2005 è stato anche inserito nella lista dei “Patrimoni orali e immateriali” dell’Unesco.
 

Ma com'è un'opera del teatro Kabuki? Bisogna prima di tutto sapere che la sua struttura è molto diversa da quella del teatro occidentale: di solito le opere rappresentate non trattano mai questioni esistenziali o riflessioni filosofiche per cui saranno praticamente assenti monologhi sulla vita umana o considerazioni su questioni politiche. Questo perché il principale fruitore del Kabuki era il chonin (letteralmente abitante della città), cioè l'emergente classe borghese comprendente commercianti, professionisti e artigiani e quindi l'opera doveva riflettere la sua ideologia e il suo pragmatismo.

La trama e la caratterizzazione dei personaggi sono perciò abbastanza fragili anche perché le storie sono state spesso confezionate a più mani, con scarsa uniformità dell'insieme, mentre le singole parti, spesso rappresentate in opere a parte come una sorta di raccolte di scene celebri, sono più compatte nella loro struttura.
 

Altre caratteristiche specifiche del Kabuki sono l’impostazione e la modulazione della voce per differenziare maggiormente i vari personaggi, lo studio della gestualità e la spettacolarità nell’esecuzione.
Gli attori iniziano a studiare fin da bambini movimenti precisi che dovranno poi riprodurre in scena, perché ogni gesto ha una sua funzione narrativa e simbolica: spostare un ventaglio in aria può raffigurare una montagna o le onde del mare. Ma anche l’assenza totale di moto, bloccandosi in una posa di particolare espressività serve a sottolineare il culmine drammatico di una scena.

Importantissimi poi sono i "servi di scena", personale della compagnia che si occupa degli effetti speciali tipo il "bukkaeri" cioè un cambio repentino in scena del costume dell'attore scoprendone un altro sottostante dai colori vivaci, per sottolineare una trasformazione interiore del protagonista.


Sul palco sono inoltre presenti alcuni musicisti con strumenti tradizionali che hanno però anche un ruolo attivo di narrazione, simile al coro nella tragedia greca. I personaggi e le storie sono talmente note al pubblico che è pratica usuale commentare ad alta voce l'ingresso di alcuni attori, famosi per certi ruoli.

Una lunga passerella laterale al palco, chiamata hanamichi (ponte dei fiori) permette l'ingresso di alcuni personaggi alla ribalta mentre sul palco, leggermente inclinato verso il pubblico e ruotante, si alternano varie scenografie e i personaggi si muovono veloci e perfettamente coordinati nei combattimenti e nelle scene d'azione con ai piedi solo i tradizionali calzini bianchi.


La programmazione teatrale di un giorno è composta da diverse storie ambientate nella stessa epoca.
Si possono acquistare biglietti anche per un solo atto dello spettacolo, cioè per una singola storia che ha una fine e un inizio ed è perfettamente comprensibile.
La durata è di circa due ore e anche se voleste seguire un'intera giornata di programmazione sarebbe difficile trovare posto: la platea è prenotata di anno in anno da un pubblico giapponese di appassionati che trascorre tutto il giorno in teatro, pranzando con i propri bento, seduti sul posto.

Che dite? Vi ho convinto a fare un giro al Kabuki-za di Ginza a Tokyo?

Fonti consultate:
Direttanews
Wikipedia
Lifegate
Asiateatro
Turismoit