Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.
Se volete farne parte anche voi... rimboccatevi le maniche e recensite!

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.

Per saperne di più continuate a leggere.

9.0/10
-

Avete presente quando, nei fandom, iniziano le mode dei VS tra i personaggi più forti degli anime? Quegli stessi VS che spesso degenerano in polemiche e offese perché i fan di una serie non possono e non riescono ad accettare che il loro amato personaggio possa essere facilmente battuto da altri?
E avete presente la tipica frase “Gli anime sono per bambini?”, che spesso e volentieri manda fuori di testa i fan dell’animazione, specie quelli dediti a visioni più complesse e mature?
Ho voluto iniziare questo articolo con questi due esempi, perché l’anime di cui parlerò oggi distrugge entrambi i preconcetti, e lo fa in un modo completamente nuovo e originale.

La trama di “Princess Tutu” può essere superficialmente vista come una banale fiaba per bambini. Il cast messo in scena è quello classico: ci sono il principe, la principessa, il cavaliere... tutti attorniati da un insieme di pittoreschi animaletti antropomorfizzati, come il simpaticissimo Neko-sensei. Anche la struttura narrativa è quella di una fiaba.
La storia infatti prende avvio con la classica contrapposizione tra due forze, il bene (il principe) e il male (il corvo). Ma è già da questo incipit che si ha un brusco cambiamento. Il principe, per non soccombere al corvo, e per vincere la battaglia, distrugge il proprio cuore in moltissimi frammenti. Ed è qui che l’autore porta in gioco una nuova pedina: Ahiru, o Princess Tutu, una ragazza il cui compito sarà ritrovare i frammenti del principe per ridargli le sue emozioni, destinata a soccombere una volta che il suo ruolo verrà portato a termine. Ad affiancarla c’è il cavaliere, fedele amico del principe, intenzionato a salvarlo.

Spesso si è portati a credere che la fiaba sia un tipico racconto adatto soltanto ai più piccoli, visto lo stile semplificato e un happy ending prevedibile. Specie se paragonato ad opere che trattano tematiche troppo complesse per potersi adattare ai più giovani. Ma, nel caso di “Princess Tutu”, questo pregiudizio si rivelerebbe un grave errore. Quest’anime è la prova di come una fiaba possa rivelarsi tragica, forte e significativa anche per gli adulti, oltre che una serie esposta a più livelli di interpretazione.
Perché, più che una fiaba, “Princess Tutu” è la sua decostruzione. I personaggi sono visti per quello che sono effettivamente: delle mere pedine nelle mani del loro autore.

Ricordate la domanda con cui ho aperto l’articolo? Spesso chi immagina scontri improponibili tra due personaggi di due universi narrativi differenti, e si infuria se il proprio non vince, dimentica che, al di là di mere supposizioni fatte per gioco, nessuno di noi può decidere quale personaggio può vincere un conflitto. Perché ci sarà sempre una persona in grado di sovvertire completamente le sorti di ogni scontro: l’autore.
In “Princess Tutu”, l’autore diventa un personaggio della storia. Lui ha deciso che la fiaba che ha scritto terminerà in tragedia, e muove le fila come un burattinaio, che gioca ad essere dio. I suoi personaggi - divenendo infine consapevoli della cosa - provano a lottare per liberarsi del loro infausto destino.

Anche la tematica dell’amore viene completamente stravolta. Nelle fiabe si è soliti mettere in scena l’amore vero, semplice e stucchevole, che vince contro qualsiasi cosa. Qui no. L’amore è tragico, affligge tutti i personaggi.
Che cosa importa di più? Amare o essere amati? Tutti desideriamo ricevere amore dagli altri, per lenire la nostra solitudine. Ed è questo il sentimento che predomina tra i personaggi: Rue è una principessa, è stata cresciuta dal Corvo, si presuppone che non provi nulla, e invece lei ama. Ama il principe con tutta sé stessa, e combatte una battaglia interiore contro di sé per poter superare il dolore della consapevolezza di non essere amata a sua volta; Ahiru stessa è consapevole che, una volta salvato il suo grande amore e dopo avergli svelato i propri sentimenti, sarà destinata a scomparire per sempre; così come il cavaliere Fakir combatte contro le proprie più grandi paure, sapendo che lottare a fianco del suo fedele amico gli costerà la vita, come l’autore ha deciso.

L’anime principalmente si divide in due cour. I primi tredici episodi infatti possono essere visti come i più semplici, quelli che occupano il lato più fiabesco della storia; ma la seconda metà è più seriosa, e mette in scena l’epica battaglia che i personaggi muovono contro le proprie paure e contro Drosselmeyer, l’autore appunto, per evitare la tragedia.

Persino sul lato tecnico, l’anime si mantiene sempre su alti livelli. Oltre ad animazioni molto fluide, un character design apparentemente bambinesco che, insieme alla trama, trae molti in inganno, e alle atmosfere volutamente cupe, la cosa più gratificante è l’apparato sonoro. Essendo un anime basato sulla danza classica, in cui i personaggi combattono a suon di passi, le puntate sono accompagnate da motivi classici (composti da Petr Il'ič Čajkovskij) che si sposano perfettamente con le atmosfere proposte.

5.5/10
-

Mostrando ancora una volta una forte coerenza stilistica, Hosoda ritorna con "Mirai no Mirai" a raccontare una storia che ha a che fare con la famiglia e con la crescita, senza rinunciare a piccoli momenti di magia e a un altro tema a lui caro, quello dei viaggi nel tempo.

Dopo aver approfondito il rapporto madre-figlio in "Wolf Children" e quello padre-figlio in "The Boy and The Beast", questa volta tocca al piccolo Kun, protagonista del film, fungere da eroe della storia per sviscerare la complicata relazione di amore e odio tra fratello e sorella, dopo l'arrivo in famiglia della neonata Mirai. Tra capricci, momenti di gelosia e apparenti mancanze di attenzione, Kun si ritrova improvvisamente solo, irritato e confuso. Per poter accettare il cambiamento e finalmente riuscire a crescere, gli verrà in aiuto un pizzico di magia, in grado di sovrapporre presente e futuro e fargli incontrare i propri famigliari in epoche diverse.

Seppur mantenendo atmosfere sempre coerenti e citazioni stilistiche a film precedenti, e rimanendo a tratti godibile, è la struttura stessa della narrazione ad essere percettibilmente sottotono rispetto al solito. Scene particolarmente lente e dialoghi stanchi, oltre che una colonna sonora non del tutto incisiva (ricordo con nostalgia "Summer Wars" di Akihiko Matsumoto) non sono a parer mio l'unico punto debole di "Mirai no Mirai". L'impressione che ho avuto durante tutta la durata della proiezione è quella di una storia che cerca costantemente di mettersi in moto senza riuscirci, regalando una gigantesca introduzione che non introduce ad altro che al finale del film, come un'automobile di una buona marca ma con la batteria scarica. Ciò che mi ha disturbato maggiormente è stata la mancanza di un vero e proprio "viaggio dell'eroe", di un percorso che avrebbe dovuto portare il protagonista verso la propria catarsi e quindi alla crescita interiore, dopo il superamento di un intreccio di sfide e ostacoli. O meglio, una crescita personale avviene (nel senso stretto del termine), ma attraverso episodi slegati tra loro, caratterizzati dall'incontro tra il protagonista e alcuni membri della sua famiglia, passati o futuri, scelti in modo totalmente arbitrario, a discapito di altri a parer mio di fondamentale importanza (in primo luogo la mancata opportunità di generare un dialogo con il sé stesso di un'altra epoca, al quale vengono offerti pochissimo spazio e qualche frase di circostanza). Anche su colei che dà il nome al film, che dovrebbe possedere il ruolo di coprotagonista, ci viene detto poco e niente, relegando la storia prevalentemente al tempo presente e a scene di banale quotidianità. A parer mio, questa tendenza a fermarsi al lato superficiale del carattere dei personaggi conferisce a tutta la trama una piattezza complessiva non di poco conto: mi è risultato impossibile affezionarmi a chiunque, fatta eccezione per Kun, perché in fin dei conti non ci viene raccontato nulla di nessuno, se non piccoli episodi e frammenti. Il paragone con altri film dello stesso regista è inoltre inevitabile e, purtroppo, "Mirai no Mirai" ne esce a mio parere sconfitto su tutti i fronti. Esempi lampanti sono "Summer Wars" e "La ragazza che saltava nel tempo", nei quali la personalità dei personaggi è approfondita a un livello talmente superiore, da emozionare in continuazione, a tratti commuovere. Per non parlare della mancanza di scene semplicissime quanto efficaci tipiche della scuola di Hosoda (prima tra tutte la lunga carrellata orizzontale nella veranda della casa di "Summer Wars", per chi se la ricorda).

Per concludere, quello che mi rimane di "Mirai no Mirai" è il ricordo di un film comunque godibile, adatto alle famiglie e simpatico, ma che nello stesso tempo porta con sé una grande sensazione di incompiutezza e di apatia per quanto riguarda i personaggi, che mi appaiono tuttora, con qualche eccezione, quasi sconosciuti.

-

Natsuki Takaya. Un nome, una garanzia. Ho scoperto quest'autrice con Fruit Basket (ad ora l'opera migliore che io abbia mai letto, senza esagerare) e in seguito ho cominciato ad acquistare tutti i suoi lavori editi in Italia. Nonostante fossi ben consapevole delle condizioni di salute della sensi e che quest'ultimo manga fosse sospeso da tempo, non ci ho pensato neanche mezzo secondo a comprarlo. Adoro il disegno che Natsuki Takaya ha sviluppato nel corso della sua vita (dettaglio palese guardando il primo e l'ultimo volume di Fruit basket) perchè riesce completamente a trasportarmi nel suo mondo, a volte semplice e allegro, a volte oscuro e angosciante. Il punto forte di questa mangaka sta sicuramente nello sviluppo dei personaggi. Ti affezioni ad ogni singolo individuo e desideri solo che siano tutti felici; anche chi appare più "mostruoso", cela, il più delle volte, una profonda tristezza e un semplice desiderio d'affetto.
Tornando a Liselotte e la foresta delle streghe, posso dirvi che questi primi cinque volumi non hanno minimamente deluso le miei aspettative, anzi, hanno solo accresciuto il rispetto che avevo per quest'autrice. La trama è semplice; la protagonista, Liselotte, è costretta a vivere in una casa sperduta in mezzo al bosco, che si dice essere abitato dalle streghe, a est della regione di Zechsun insieme ai suoi servi, due gemelli di nome Anna e Art. Lì è decisa a ricominciare da capo, a vivere davvero. Da quel momento susseguiranno una serie di eventi e verranno presentati una moltitudine di personaggi sempre nuovi e sempre ben caratterizzati. I disegni, come detto in precedenza, sono meravigliosi, la gestualità e le espressioni riescono sempre a coinvolgermi e a farmi immedesimare tanto mi colpiscono. I personaggi, nelle opere in generale di Natsuki Takaya, a volte vengono definiti "piatti" o troppo "stereotipati", le protagoniste sono spesso ingenue e strenuamente ottimiste nonostante le avversità (come anche nel caso di Liselotte). Io penso semplicemente che ogni individuo nasconda un insegnamento bellissimo per chi legge, un messaggio che dice vai bene così, a volte puoi essere triste, invidioso, arrabbiato, egoista, l'importante alla fine è continuare e trovare un posto cui senti di appartenere, dove chi prima ti criticava non conta più nulla. Liselotte vuole una casa e vuole vivere con la V maiuscola, così come Toru (Fruit basket) e Sakuya (Il canto delle stelle).