Osamu Tezuka, si sa, è sempre stato una persona estremamente competitiva, arrivando anche a offendere le opere di colleghi mosso dall'invidia verso altri lavori di successo (si racconta che Shotaro Ishinomori sia arrivato ad un passo dal lasciare il mondo del fumetto a causa di una di queste critiche).
Uno dei casi più famosi di questa competitività si ebbe quando Tezuka, invidioso del successo ottenuto dalle storie di yokai di Shigeru Mizuki, decise di realizzare anch'egli una storia incentrata su demoni e mostri del folklore giapponese. Nacque così Dororo, un manga che spinse Tezuka a studiare e informarsi sul Giappone feudale per meglio definirne ambientazione e caratterizzazione dei personaggi. Fu con notevole stupore che Tezuka scoprì tutti gli abusi e violenze che la casta dei samurai aveva perpetrato nei confronti della gente comune, decidendo di aggiungere queste tematiche all'opera, che col proseguire dei capitoli iniziò a diventare meno solare e comica e più cruda e drammatica (pur rimanendo nei limiti del suo target di riferimento e restando ben lontana da quanto visto nelle sue opere più adulte). Fu così che Dororo iniziò ad avvicinarsi alla narrazione di un altro dei giganti dell'epoca, Sanpei Shirato, che nei suoi Kagemaru-den e Kamui aveva fatto dell'oscurità dei samurai dell'epoca la sua tematica principale, tanto da essere stato portato in trionfo dagli studenti contestatori nelle manifestazioni del '68.
 
Le due locandine della nuova serie di Dororo
 
Giappone, epoca degli stati combattenti. Il signore feudale Daigo Kagemitsu offre il suo stesso primogenito in sacrificio a un gruppo di demoni per ottenere in cambio prosperità per la sua terra e il potere di conquistare il resto della nazione. Il figlio di Daigo, nato senza organi e altre parti del corpo rubate dai demoni, viene abbandonato moribondo in un fiume. Il bambino tuttavia soppravvive e viene salvato da un medico che lo cura, gli da il nome Hyakkimaru e gli crea parti del corpo meccaniche per sostituire quelle rubate dai demoni. Inizia così la caccia di Hyakkimaru ai demoni che gli hanno rubato il corpo, a cui si aggiunge ben presto il piccolo ladro orfano Dororo.

Purtroppo non tutte le ciambelle riescono col buco, neanche al Dio dei manga. A causa della sovrapproduzione di Tezuka, che disegnava centinaia di pagine al mese per decine di opere diverse contemporaneamente, l'interesse iniziale suscitato dal viaggio di Dororo e Hyakkimaru si spense ben presto, spostandosi su altri titoli a cui stava lavorando. La perdita d'interesse da parte del suo autore portò alla decisione, presa in concerto col suo editor, di interromperne la pubblicazione ben prima di aver potuto completare l'idea originale di raccontare le battaglie contro tutti i 48 demoni. Un successivo tentativo di riesumare la serie non sortì gli effetti sperati, portando ben presto a un'ulteriore interruzione. Una serie monca con un finale raffazzonato in fretta giusto per dare una parvenza di chiusura alla storia, quindi, non solo ben lontana dalla qualità delle opere più importanti e apprezzate di Tezuka ma anche molto indietro rispetto a quanto altri autori come Shirato stavano realizzando all'epoca.
 

È quindi con un certo stupore che si accolse la scelta, ben mezzo secolo dopo, di realizzarne una nuova trasposizione animata. Come poteva un'opera che era già indietro rispetto al suo tempo, una mera serie d'azione senza pretese e con personaggi e contenuti abbastanza risibili, funzionare oggi, parlando a un pubblico molto diverso da quello dell'epoca? Perchè non scegliere una delle opere maggiormente apprezzate di Tezuka?

La scelta dello studio MAPPA (che col senno di poi possiamo considerare decisamente riuscita) è quella di stravolgere completamente l'opera di partenza, prendendone solo il canovaccio di base e alcune delle caratteristiche principali dei vari personaggi.
Il manga era una serie prettamente d'azione, con molti momenti comici e leggeri, uno Hyakkimaru ironico e chiacchierone e che relegava a mere comparse poco importanti tutti i personaggi esclusa la coppia protagonista. Tutto questo scompare in questa trasposizione animata, lasciando spazio ad un'atmosfera molto più cupa e drammatica.
Il primo ad essere rivoluzionato è proprio Hyakkimaru. Il chiacchierone originale lascia spazio ad una figura controversa e silenziosa, a cui più che gli organi sembrano quasi mancare proprio le emozioni. Cupo e impassibile, il nuovo Hyakkimaru è un ragazzo in cerca della sua umanità, del suo posto nel mondo, quasi del suo stesso diritto a esistere, e per fare questo rischia quasi di dover rigettare quella stessa umanità che tanto anela. I demoni non l'hanno privato solo degli organi, gli hanno lasciato un vuoto incolmabile nell'animo, un dilemma atroce se lui sia degno di vivere che più di una volta lo porta a superare il limite rischiando di trasformare egli stesso in un demone che tanto odia pur di affermare il suo diritto alla vita e riconquistare ciò che gli è stato sottratto.
 
Hyakkimaru neonato

Questa cupezza del protagonista rende molto più significativo il suo rapporto col piccolo Dororo, che con la sua dinamicità, ma anche leggerezza e comicità (unico rimando presente nell'anime a questi aspetti del manga originale) crea un riuscito contrasto nei due protagonisti, che si completano a vicenda spingendosi vicendevolmente a crescere e maturare. La delicatezza con cui viene tratteggiato il loro rapporto e il costante avvicinamento emotivo e personale è tra gli aspetti meglio riusciti e più interessanti della serie, donandoci due personaggi con cui è facile empatizzare e affezionarsi.
Ma la vera rivoluzione attuata da MAPPA avviene nei personaggi secondari. Nel manga non esistono personaggi secondari, dal momento che ad esclusione dei due protagonisti vi sono solamente comparse che compaiono ciascuna per poche pagine. In questa nuova serie animata invece sono diversi i personaggi che vengono analizzati più approfonditamente, a cui viene donata una caratterizzazione psicologica ben precisa, un background coerente e anche un'interessante sottotrama dedicata. Da Jukai, attanagliato da un passato drammatico che cerca una redenzione costruendo protesi artificiali per cadaveri, alla madre di Hyakkimaru, ancora schiava del dolore della perdita del figlio, a Daigo, qui non solo un mero signore feudale avido e senza cuore ma un interessante leader politico che ha effettivamente a cuore le sorti del suo regno.
 
Jukai e Daigo

I due personaggi maggiormente degni di nota sono tuttavia il monaco cieco Biwamaru e il fratello di Hyakkimaru, Tahomaru.
Biwamaru diventa quasi la spalla della coppia protagonista, spesso presente con consigli, aiuti e spiegazioni, ma si avverte l'assenza di un vero e proprio background del personaggio, le sue motivazioni e pensieri più profondi non vengono svelati, lasciando sì un alone di mistero sulla sua figura, ma anche una fastidiosa sensazione di deus ex machina, col bonzo a volte inserito forzatamente solamente per motivi di sceneggiatura.
E poi c'è Tahomaru, la vera sorpresa della serie. Comparsa quasi del tutto insignificante nel manga, l'erede di Daigo è il personaggio chiave di tutta la seconda parte dell'opera. Ne conosciamo il passato, la personalità, il conflittuale rapporto con la madre, gli amici e compagni (i due servitori Mutsu e Hyogo nel manga non esistevano nemmeno!), ne osserviamo la crescita nei suoi incontri / scontri col fratello Hyakkimaru, il dubbio morale sulla scelta da compiere non solo in quanto persona ma anche come futuro sovrano del suo popolo. Grazie a Tahomaru viene proposto un completo ribaltamento del punto di vista etico sulle azioni di Hyakkimaru, il bene e il male che fino a quel momento erano abbastanza netti e definiti sfumano in un grigiore morale che spinge lo spettatore alla riflessione e alla riconsiderazione di alcune certezze fino a quel momento mai dubitate.
 
Tahomaru

L'inaspettato sviluppo di tutti questi personaggi porta alla creazione di una trama orizzontale più forte e articolata nella seconda metà dell'opera, che si stacca dall'autoconclusività delle vicende legate ai singoli demoni per offrire una narrazione più in linea con gli standard odierni.
Tutti questi personaggi e queste tematiche s'incastrano ottimamente nell'ambientazione dell'opera, che riesce con perizia a mostrare tutto lo squallore e la disumanità alla base della casta dei samurai dell'epoca degli stati combattenti. Elementi che nel Giappone di cinquant'anni fa colpirono fortemente i lettori, sconvolgendo Tezuka e portando alla gloria Shirato che su di essi si specializzò, e che funzionano benissimo ancora oggi, permettendo una forte empatia con le sofferenze e le tragedie dei contadini e del popolo comune. Vicende come quella di Mio e degli orfani del tempio restano senza dubbio tra le più potenti e avvincenti che l'animazione giapponese ci abbia regalato in questi anni.

A impreziosire questa nuova incarnazione di Dororo vi è un buon comparto tecnico che riesce a prendersi diverse soddisfazione. La prima cosa che risalta è l'abilità con cui si è riuscito a dare vita all'epoca Sengoku, nei dettagliati sfondi e nell'uso della tavolozza, in grado di rendere in maniera efficace sia le meraviglie naturali di un'epoca incontaminata che la cupezza e austerità dei piccoli villaggi, delle modeste abitazioni della gente comune e della desolazione delle zone di guerra. Una buona attenzione ai dettagli che immerge lo spettatore in un'epoca lontana nel tempo (e, per noi occidentali, anche nello spazio).
Anche sul fronte audio abbiamo una buona prova di Yoshihiro Ike, con musiche che ben accompagnano alcune delle vicende emotivamente e narrativamente più significative, alternate tuttavia ad episodi invece più anonimi.
 

Degna di nota la resa scenica di alcuni degli scontri all'arma bianca che vedono impegnato Hyakkimaru non solo contro i demoni ma specialmente contro altri umani, come ad esempio il breve ma intenso combattimento in cui un Hyakkimaru furioso fa letteralmente a pezzi un gruppo di samurai nella minisaga dedicata a Mio... un vortice di sangue, lame e cadaveri realmente esaltante e difficile da dimenticare. Probabile che il regista Kazuhiro Furuhashi abbia fatto buon uso della sua esperienza acquisita lavorando alla serie TV e agli OVA di Kenshin.
Infine, fondamentale è stato il completo restyle operato nella definizione grafica dei personaggi. Il character design originale di Tezuka, fin troppo invecchiato e nemmeno tra i suoi più riusciti, viene ottimamente raffinato da Hiroyuki Asada (l'apprezzato autore di Letter Bee) per poi venire adattato all'animazione da Satoshi Iwataki, restituendo personaggi eleganti e ben variegati tra loro ma mantenendo al tempo stesso una riconoscibilità rispetto al passato.
 
Un finale poco incisivo, qualche episodio meno riuscito e un eccessivo utilizzo di Biwamaru come Deus Ex Machina limitano parzialmente la qualità complessiva dell'opera, regalandoci tuttavia una delle serie più interessanti dell'annata e anche un'ottima lezione su come adattare ad un nuovo pubblico un prodotto di mezzo secolo fa. Con personaggi affascinanti e ben caratterizzati, un buon comparto tecnico, un'ambientazione colma di fascino e in grado di far sentire lo spettatore al suo interno e vari spunti di riflessione ci troviamo di fronte ad un buon risultato per MAPPA e il resto dello staff, a cui, data la (modesta) qualità dell'originale, era davvero difficile chiedere di più.
 
Uno dei fondali di Dororo