Che sia vedendo il teatro tradizionale Noh oppure una processione durante un matsuri o ancora uno dei tanti anime calati nel folklore nipponico, certamente vi sarete accorti della costante presenza delle maschere, dette anche generalmente "kamen". Scopriamo quindi qualcosina di più su questi oggetti così affascinanti e a volte anche terrificanti!
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

#japanesemask むかしむかし、お爺さんが柴刈りの最中に穴を見つけたそうな。 穴は災いをもたらすので塞いでしまおうと、大量の柴を押し込んでいると中から呼び声がして、立派な御殿のある世界に連れられてしまったそうな。 呼んでいたのは美女で、更に白髪の翁から褒美としてヘソから金を生む、奇妙な顔の子供を譲り受けたそうな。 お爺さんは子供を気に入って育てたが、欲張りなお婆さんはより大きな金を欲しがり、ヘソを火箸で無理やりつついたため、子供は死んでしまったそうな。 悲しむお爺さんに、自分に似せた面を竈の前に架けておけば、家が富み栄えると夢枕に立ったそうな。 その子の名前が「ひょうとく」であったところから「#ひょっとこ」というキャラが生まれたそうな。

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Le maschere giapponesi hanno origini che si perdono nella notte dei tempi e sono spesso legate a riti religiosi, cerimonie, feste e rappresentazioni teatrali. Infatti se si parla di maschere, una delle primissime cose che vengono in mente sono quelle usate durante le rappresentazioni del teatro o Noh.
Nato nel XIV secolo, il Noh deriva dai riti, le danze e le pantomime religiose che si effettuavano per ingraziarsi i favori degli dei nella speranza di ottenere raccolti abbondanti. Per questo motivo comprende poesia, danza, recitazione e musica e si è raffinato a tal punto che è diventato la forma di intrattenimento principale per le classi più elevate.
Tutto avviene grazie al sapiente uso delle Nômen, le maschere tipiche del Noh, indossate dallo Shite, l'attore principale, assistito dal Waki che ha il ruolo di narratore e che deve spiegare la storia agli spettatori.
 


Le Nômen sono circa 250 e servono per rappresentare tutti i personaggi possibili: donne, uomini, vecchi, spiriti, dei, demoni. Sono codificate in modo che lo spettatore possa riconoscere immediatamente chi ha di fronte, la sua età, il suo ruolo sociale. La maschera nasconde quindi il viso dell'attore che può calarsi totalmente nel suo personaggio e dargli vita secondo una coreografia precisa ed immutabile.
Realizzate in legno di cipresso e dipinte con colori sgargianti, sono infatti intagliate in modo che a seconda dell’angolazione e della luce mostrino un’espressione diversa; sta quindi all'attore muoversi in modo così preciso da far emergere l'esatto sentimento che si vuole trasmettere. In alcuni casi le maschere erano addirittura venerate se rappresentavano defunti o divinità.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Noh mask, type “𝐇𝐚𝐧𝐧𝐲𝐚” Edo period, early 19th century Collector’s box Provenance : Hirohashi Dainagon (1785-1830) The Hannya (般若) mask is a mask used in Noh theatre, representing a jealous female demon. It possesses two sharp bull-like horns, metallic eyes, and a leering mouth. The name Hannya (般若) is a Sino-Japanese word for prajna or wisdom. One tradition states that this name was given to this mask because it was the name of an artist monk Hannya-bō (般若坊) who is said to have perfected its creation. An alternative explanation is that the artist would need a great deal of wisdom in order to create this mask. The Hannya mask is used in many noh and kyōgen Japanese plays, as well as in Shinto ritual kagura dances. The Hannya mask portrays the souls of women who have become demons due to obsession or jealousy. Plays in which a person may wear the Hannya mask include Aoi no Ue and Dōjōji; its use in these two plays, two of the most famous of the Noh repertoire, and its distinctive and frightening appearance make it one of the most recognizable Noh masks. The Hannya mask is said to be demonic and dangerous but also sorrowful and tormented, displaying the complexity of human emotions. When the actor looks straight ahead, the mask appears frightening and angry; when tilted slightly down, the face of the demon appears to be sorrowful, as though crying. Hannya masks appear in various skin tones: a white mask like this example indicates a woman with a refined character (such as the aristocratic lady Rokujō in Aoi no Ue). #hannya #nohmask #demon #jealouswomen #nohtheatre #japanesetheatre #kyogen #kyogentheatre #kagura #kaguraritual #demons #jealousy #demonic #sorrow #emotions #art #japaneseart #woman #women #japaneseantique #galeriemingei

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Oggi il Teatro Noh di Tokyo continua a tenere delle rappresentazioni teatrali con le tradizionali maschere che a volte durano più di 6 ore. Durante questo tempo, per alleggerire la visione, sono messi in scena intermezzi comici detti Kyôgen: anche in questo caso gli attori indossano delle maschere i cui tratti sono ancora più esasperati per provocare l'ilarità dello spettatore e creare un forte contrasto con quelle utilizzate nel Noh.
Ma le maschere travalicano il teatro ed entrano nella vita comune, facendo la loro comparsa durante i matsuri e tutte le feste dedicate al folklore nipponico.
Uno dei più famosi e suggestivi è il Capodanno delle volpi che si tiene presso Ôji.
 


Secondo la leggenda, il 31 dicembre le volpi del Kanto si radunano tutte sotto ad un salice nei pressi di Ôji, una cittadina a nord di Tokyo. Dopo aver assunto sembianze umane, si dirigono al santuario Ôji Inari per pregare per l'anno nuovo.
Inari è la divinità che protegge l'agricoltura e si serve appunto delle volpi come suoi messaggeri. Per ricordare questa leggenda, gli abitanti di Ôji organizzano proprio l'ultimo dell'anno una processione: indossando delle maschere che riproducono il volto di una volpe, muniti di lanterne, si dirigono verso il tempio per effettuare la prima visita dell'anno.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Mardi 31 décembre 2019 - #japan #japon #日本 #tokyo #oji #ojiinarifoxparade #ojiinarijinja

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Un altro festival molto impressionante è l'attraversamento del fuoco che si svolge in Hokkaido. Qui il protagonista principale è il tengu: creatura mitica giapponese, appartiene al folklore legato alla religione shintoista ed è visto a volte come un kami, cioè una divinità, a volte come uno yokai, quindi uno spirito o un demone. Fisicamente è caratterizzato da un volto dipinto di rosso, dai tratti terrificanti e con un naso molto lungo.
In Hokkaido si svolge appunto questa festa in cui un uomo, indossando  una maschera che riproduce le fattezze di un tengu, attraversa un vero e proprio tunnel di fiamme, incoraggiato dal pubblico circostante e dall'esecuzione di musiche tradizionali. Il festival si svolge di notte e in questo modo l'espressione della maschera è enfatizzata dalle fiamme che spiccano nel buio e che sono l'unica fonte di luce.
 

Da non dimenticare le maschere indossate dai samurai durante le battaglie: denominate menpô o mempô, erano parte integrante dell'armatura ed oltre ad avere una funzione protettiva, avevano anche il compito di spaventare l'avversario incutendo timore grazie alle sue espressioni terrificanti e di riflettere il carattere del guerriero. Poteva proteggere tutto il viso o solo una parte.
Ma le maschere hanno il loro appeal anche in tempi più recenti: si possono incontrare spesso nella cultura pop giapponese. Giusto per fare qualche esempio ne "La città incantata" Senza-volto, uno dei personaggi chiave del film, ha una maschera che ricorda molto quelle del teatro Noh.
Nel videogioco La leggenda di Zelda: Majora’s Mask il protagonista Link deve collezionare una serie di maschere che sono in grado di trasformarlo e dargli poteri speciali.
 


Infine si potrebbe parlare delle "maschere" imposte dalle convenzioni sociali. Si parla spesso di Honne e Tatemae: la prima indica le emozioni e le opinioni reali che ha la persona, mentre la seconda identifica quello che invece si esprime in pubblico al fine di evitare i contrasti, di creare imbarazzo all'interlocutore, esibendo il "volto" che la società si aspetta per mantenere lo status quo.
Questo atteggiamento è probabilmente uno degli aspetti che più mettono in crisi gli starnieri. Si pensa che i giapponesi siano finti, disonesti. In realtà è principalmente un meccanismo di difesa, per evitare il più possibile conflitti e ferite inutili.

Fonte consultata:
Japanization