Chi sia, che cosa rappresenti e come si muove l'otaku, in tanti riteniamo di saperlo. Ed è davvero così?
Per ogni otaku che si rispetti, tutti i mondi di cui si è fan possono essere ascritti a un universo parallelo, una sorta di velo impalpabile ma tangibile da sovrapporsi come un vedo-non vedo alla "RL", a mutare così la talora altrimenti noiosa o banale esistenza quotidiana... o "real life" che dir si voglia.
Per un otaku, infatti, i 'fandom' alleggeriscono e al contempo stipano di impegni la vita di tutti i giorni, e ne determinano l'agire e il pensare pressoché in qualunque situazione.
 


L'otaku è dunque un essere umano in apparenza uguale ad ogni altro, e tuttavia contraddistinto da tutta una serie di comportamenti, principi e scalette di priorità che lo fanno muovere secondo modalità e scopi ben precisi, di cui non sempre questa peculiare creatura è del tutto conscia. Non è inesatto affermare pertanto che un otaku, proprio in quanto tale, può arrivare ad assumere in sé precise connotazioni che ne influenzano l'agire in qualità di essere umano 'sociale'.
 
"Con 1.000 Yen posso comprarmi ben due spille all'Animate!"
-Narumi-

Tra otaku esistono ad esempio codici di linguaggio che si attivano in automatico, quasi a riconoscersi tra individui "della medesima specie", e per la medesima ragione ad un occhio esterno le interazioni sociali di un otaku con un non-otaku potrebbero apparire atipiche, se non addirittura bizzarre.
Essere otaku è un orgoglio, ma esserlo di fronte ai non-otaku è faccenda tutt'altro che semplice o scontata, per non parlare del potersi adeguatamente porre come "persone sufficientemente normali" all'interno di un mondo fatto di persone fin troppo normali.
 
wotakoi incontro


Lo sguardo che intende proporci Wotakoi - Love is hard for Otaku (Wotakoi - Otaku ni koi wa muzukashii) è precisamente questo, attraverso un duplice punto di osservazione veicolato sia dall'interno che dall'esterno di questa sotto-cultura, a seconda che uno spettatore si ritrovi nella definizione di otaku o meno. Chi lo è, si riconoscerà con un certo grado di stupore di fronte a quello che è lo specchio riflettente dato dalle figure dei protagonisti Narumi e Hirotaka, i quali non a caso sono duplici facce di uno stesso mondo, anche qui raccontato tramite "fronti" diversi, dal videogioco al cosplay e agli anime, e dall'universo maschile a quello femminile.
Chi del mondo otaku non sa, invece, ha l'opportunità di catapultarvisi dentro come a entrare in un parco di divertimenti fatto di suoni e colori, vivacità e stranezze, eventi e negozi ad hoc, curiosando in gerghi e costumi del tutto peculiari.

Il film live action, uscito sui grandi schermi nipponici il 7 febbraio 2020 per Toho, adatta l'omonima commedia web manga di Fujita sulle complicate vicende sentimentali tra due otaku adulti, già inseriti nel mondo del lavoro, trasposte in un anime di successo di A-1 Pictures andato in onda nel 2018 e tuttora disponibile per l'Italia tramite Amazon Prime Video, mentre il manga è edito per Planet Manga.
Anche la pellicola è rapidamente giunta in Italia attraverso la 22° edizione del Far East Film Festival di Udine, tenutasi per la prima volta interamente online dal 26 giugno al 4 luglio 2020: il film era in concorso all'interno del programma della rassegna, ed è rimasto disponibile per la proiezione on demand per tutta la durata del festival.
 


Narumi e Hirotaka, vecchie conoscenze l'una dell'altro poi smarritisi di vista, si ritrovano casualmente colleghi nella medesima azienda: lei, fujoshi ossessionata dall'idea di nascondere al lavoro le proprie passioni a tutti i costi, suscita l'improvvisa attenzione di lui, gamer incallito dallo sguardo perennemente assente, e la relazione tra i due nasce proprio così, senza alcuna scintilla da shojo manga, una motivazione precisa né alcuna premessa romantica che lo possa far presagire.
Proprio in quanto entrambi appartenenti alla "specie" dell'otaku, una sotto-cultura a tutti gli effetti, il rapporto amoroso si avvia come realisticamente surreale e prosegue sulla medesima scia: come si comporta un otaku quando si avventura nei sconosciuti meandri dell'amore vissuto in prima persona
L'adattamento cinematografico, dal canto suo, sceglie di sottolinearne bizze e bizzarrie, trasformando la storia originale di Fujita in una divertente favola musical, come a voler fare dell'otaku una moderna Cenerentola nerd che inciampa e rincorre l'amore tra lo sfavillio delle luci e delle stranezze di Tokyo.
In questo contesto, dunque, si inserisce la visione di Yuichi Fukuda, già affermato regista di titoli dalla vena ironica e demenziale come Gintama, Hentai Kamen, Saint Young Men e Due Come noi, che porta avanti il concept della mangaka di Wotakoi in una sorprendente versione musical della storia, enfatizzando così ancor più un surrealismo che difficilmente un otaku non potrà che sentire proprio, nel ritrovarvisi appieno. 
 


Chi è fan del manga o dell'anime non si aspetti dunque di vedere la storia, seppur adattata in maniera abbastanza fedele, riprodotta pari passo nel film; potrà rendersi conto piuttosto di come essa sia stata mutata in un vero e proprio atto d'amore nei confronti della cultura otaku e della metropoli di Tokyo, smussandone certi aspetti poco realistici o affrettati per includerne invece altri, sempre attingendo appieno dalla cultura otaku o dagli elementi del musical.
Se ad esempio nel manga e nell'anime vedevamo Narumi vivere nel terrore di dover nascondere la propria essenza nerd nel suo nuovo ambiente di lavoro, salvo poi incontrare uno dietro l'altro"magicamente"  ben tre otaku a salvarle la vita, nel film ciò accade in maniera assai più lieve e 'realistica', mentre osserviamo la ragazza affrontare da sola alcune situazioni lavorative, non sempre evidentemente con successo o padronanza della situazione.
Questo non significa che l'essenza della storia sia stata stravolta, per quanto indubbiamente alcune scelte di adattamento possano essere apprezzate di maniera alterna dai fan della serie: i due protagonisti vengono ritratti con fedeltà assoluta sia a livello estetico che caratteriale, con una travolgente Mitsuki Takahata (Destiny Kamakura Monogatari, Ao Haru Ride) a dar anima e corpo alla sua Narumi in tenuta da office lady rigorosamente rosa o pastello, e un Kento Yamazaki (Good Doctor, Kingdom, Orange, Shigatsu wa kimi no uso, Isshukan Friendsperfettamente calzante sul ruolo di un Hirotaka cui strappare più di tre parole di fila o un'espressione facciale poco scialba sono imprese da reputarsi perse in partenza.
Al contempo, alle figure di Hanako e Kabakura è stata dedicata altrettanta attenzione stilistica ridimensionandone di contro il minutaggio, assai più ridotto con una storyline parzialmente variata, nell'ottica di concentrare l'essenza del film sulla sconclusionata coppia di protagonisti. Nulla da eccepire sulla caratterizzazione loro donata dalla splendida Nanao su Hanako e dall'eccellente Takumi Saito su Kabakura, che si potrà ammirare con una rara capigliatura fulva dando inedita prova di sé anche a livello danzante.
 
otaku ufficio


Il film presenta inoltre, nell'ottica di cui sopra, alcune figure inedite come quella del balbuziente capoufficio di Narumi, interpretato da Jiro Sato, o del collega 'otaku di idol' di Hirotaka cui presta le sue fattezze Kento Kaku: entrambi gli attori sono versatili presenze quasi fisse in molte opere di Fukuda, e la sintonia lavorativa si percepisce in più punti della storia, donando nuovi momenti di delirante commedia che toccano uno dei vertici durante la scena del cameo regalato dalla celebre doppiatrice Maaya Uchida.
Se, di contro, l'approfondimento dell'introspezione sentimentale nel manga e nell'anime si tengono un passo indietro per puntare più sulla commedia, il film invece lo riprende sfruttandolo proprio come perno degli inserti musicali composti da Shiro Sagisu, inseriti ex novo nella storia e cantati direttamente dagli attori protagonisti: è attraverso questi divertenti e delicati spaccati che mettiamo dunque 'in pausa' la modalità nerd per guardare maggiormente dentro i dubbi e le paure del cuore, con l'unica eccezione del trascinante componimento che funge da introduzione al tema del film, un vero e proprio flashmob otaku realizzato sullo sfondo del Tokyo Big Sight, edificio simbolo della maggiore rassegna fieristica di fumetto mondiale, oltre che della cultura del cosplay.
 


Ecco che dunque il citazionismo, implicito e non, è un altro elemento fondamentale insito tanto nel film quanto nel manga: se quest'ultimo propone un approfondito comparto di note a spiegare le terminologie otaku e i vari riferimenti ad anime, manga e videogiochi di cui sono farciti i dialoghi dei personaggi, nel film tale apparato didascalico è evidentemente assente e potrebbe spiazzare gli spettatori meno ferrati. Tanti i riferimenti che i non appassionati potrebbero afferrare con fatica, o solo parzialmente, ma a questo proposito il film, non potendo fungere da enciclopedia, sceglie di coinvolgere lo spettatore puntando semmai sugli aspetti più pirotecnici della storia, esaltandone la verve e senza pregiudicare così la visione e l'essenza dei fatti.
Poiché i rimandi otaku entrano a far parte viva non solo del dialogo, del pensare e dell'agire quotidiano dei protagonisti, ma anche delle loro maniere ed espressioni facciali e comportamentali, dal film emerge con forza anche la componente iperbolica della recitazione tanto invisa ai detrattori dei live action nipponici. A questo proposito va detto che la stessa si rifà ai costumi culturali tradizionali giapponesi e che è un fattore sì presente ma non preponderante della cinematografia nipponica nel suo complesso, calato precisamente là dove se ne ritiene adeguato l'utilizzo.
Wotakoi - Love is Hard for Otaku è un esempio perfettamente calzante in tal senso, essendo la storia stessa di partenza volutamente esagerata ed esasperata tanto nei toni quanto nei personaggi. Gli occhioni stralunati di Narumi, mostrati nelle più variopinte espressioni, e la mimica facciale e gestuale diventano così parte essenziale dell'opera almeno quanto le riproduzioni di raggi laser negli occhi dei protagonisti, stanze d'appartamento rivestite di poster e dakimakura e un'intera colonna sonora fatta dei bip e blip più disparati, tutti suoni e rumori provenienti direttamente dal mondo dei videogiochi e comprensibili anche a chi di questo mondo è digiuno.
 
camera otaku


Se a questo si aggiungono panorami sui volti più giovani e nerd di Tokyo, come l'incrocio di Shibuya, il già citato Tokyo Big Sight di Odaiba, la catena di negozi Animate, gli appuntamenti tra fujoshi per 'fangirlare' sull'ultima doujinshi Boys' Love prodotta o il cosplay di turno e le serate in izakaya per dimenticare le dure giornate lavorative tra un boccale di birra e una video-giocata, il ritratto fatto alla moderna Tokyo vista dal fronte dei giovani otaku è pressoché completo. E, ancora una volta, esso si mostra acuto ed amorevole, divertente e spiazzante, dissacrante e soggiogante.
Ad incorniciare il tutto ci pensa infine la theme song di chiusura, volutamente modellata sia visivamente che acusticamente sulla 'Tesi dell'Angelo Crudele' di una celeberrima serie che ha fatto la storia dell'animazione e ne ha mutato per sempre il volto; al di là del sentito omaggio, inoltre, sia ai testi che nelle immagini di scorrimento la melodia regala una serie di rimandi tanto palesi quanto imperdibili per ogni otaku che faccia vanto di questo nome. Non resta dunque che 'gotta catch'em all!'
 
wotakoi laputa


 
C'erano una volta due giovani nel mondo degli otaku, forse innamorati o forse no; c'era una volta una commedia scanzonata e divertente tradotta in un film brioso che non smarrisce nessuna delle sue anime fondamentali.
La pellicola non grida certo al capolavoro, ma si presenta tuttavia in maniera decisamente onesta e discreta, ben realizzata e altrettanto curata. L'affetto che si è inteso far convogliare nell'adattamento live action di Wotakoi - Love is hard for Otaku si percepisce nettamente e con disarmante sincerità in ogni scena ed ogni espressione allucinata dei suoi personaggi; la mutazione in musical è stata un azzardo certamente rischioso, ma nel complesso assai ben centrato, e il plauso alla mano registica di Fukuda in tal senso è innegabile.
C'era dunque una volta una storia da godersi in leggerezza, apprezzando tutto il cuore degli otaku che c'è in ciascuno di noi.