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MERCOLEDÌ 9 SETTEMBRE 2026

Recensione


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“Neon Genesis Evangelion” è una serie d’animazione giapponese del 1995, costituita da ventisei episodi di durata canonica, realizzata dallo studio Gainax e sceneggiata e diretta da Hideaki Anno.

Trama: la vicenda ha luogo quindici anni dopo un cataclisma, noto come Second Impact, che ha sciolto la calotta polare antartica e causato l’innalzamento del livello dei mari e lo spostamento dell’asse di rotazione terrestre, provocando disastri naturali, crisi internazionali e la morte di miliardi di persone e forme di vita. Oggi, l’umanità si è in parte ripresa, ma è ancora minacciata dagli Angeli, misteriose creature gigantesche e dall’alto potere distruttivo. A opporsi a tali mostruosità si staglia la Nerv, un’agenzia militare sotto il diretto controllo delle Nazioni Unite che può disporre degli Evangelion, enormi mecha biomeccanici.
Il protagonista, Shinji Ikari, è un ragazzino di quattordici anni che, proprio durante l’attacco di un Angelo, viene convocato a Neo-Tokyo 3, la roccaforte del genere umano, dal proprio padre, Gendo Ikari, Comandante Supremo della Nerv, per diventare, in qualità di Third Children, il pilota dell’Evangelion 01.

I primi episodi di uno degli anime più influenti e popolari degli anni Novanta (e di sempre) presentano un’ambientazione e una struttura narrativa certamente non inusuali per le serie appartenenti al genere fantascientifico-robotico: potenti organizzazioni, un Giappone sotto assedio periodico da parte di pantagruelici abomini, giovanissimi piloti di enormi macchine umanoidi come unica risorsa per sconfiggere il nemico, uno schema assimilabile al “mostro della settimana” e altro ancora.
Ben presto, tuttavia, a queste caratteristiche vengono affiancati elementi psicanalitici che non di rado occupano intere puntate e si addentrano con insistente crudeltà nelle menti dei personaggi principali, generalmente piuttosto turbate, scavando e grattando via ipocrisie, paure e traumi infantili.
Abbandonando con maggior frequenza e sempre più a lungo il piano fisico-materiale in favore di un’immersione totale nel vorticoso flusso di pensieri dei protagonisti, lo spettatore viene a contatto con realtà e storie disturbanti, manipolazioni e inquietanti dubbi esistenziali, in quella che si rivela lentamente come una fusione tra sfera personale e collettiva. Tale unione raggiunge la propria apoteosi (e conseguente risoluzione) proprio in corrispondenza dell’epilogo: il mondo come lo percepiamo non è forse il risultato di un’operazione di filtraggio effettuata dal nostro io? E il modo in cui il mondo recepisce noi stessi non è forse la somma delle percezioni di chi ci circonda? Fino a che punto dovremmo preoccuparci di quello che gli altri pensano di noi? E quanto a lungo questa scusa potrà impedirci di vivere la nostra vita con libertà e intraprendenza?
In un mondo che, per il volere di pochi, si appresta a diventare un’unica entità in cui tutte le individualità, con annesse tentazioni e malvagità, vengono azzerate per tornare a un amalgama puro e indistinto, è proprio il protagonista, Shinji, a dover finalmente ripercorrere le esperienze vissute, estrapolandone gli insegnamenti e determinando il proprio destino e quello dell’umanità.

Benché rivolto a un pubblico prevalentemente otaku, a cui vengono concessi numerosi tributi in termini di personaggi femminili dalle caratterizzazioni apparentemente stereotipate e fanservice, sia sessuale che tecnico, “Neon Genesis Evangelion” porta sullo schermo aspetti che, ancora oggi, sono rari nel panorama dell’animazione giapponese appartenente allo stesso ambito (l’otaku-oriented): laddove i protagonisti identificabili come otaku (specialmente negli ultimi anni) sono per lo più paladini (fieri o involontari) della solitudine, individui che la società civile respinge e deride in quanto incapace di comprenderli o da cui essi stessi si allontanano di propria spontanea volontà, ma che si rivelano poi dotati di pregi e difetti di cui l’omologante e omologato cittadino nipponico medio è privo e di cui necessita per essere “salvato”, in un processo di pandering definitivo e di glorificazione del fenomeno, “Neon Genesis Evangelion” intraprende un cammino opposto.
L’anime, infatti, mostra agli spettatori un cast di adolescenti e adulti esposti in tutta la propria sconcertante bruttezza.
Shinji non è un eroe. O, almeno, non è un eroe convenzionale. Non è un incompreso e un reietto, ma un giovane incline alla depressione più nera e allo scoramento che cerca continuamente di incolpare gli altri per i propri problemi e, allo stesso tempo, di attribuire quelle stesse colpe a sé stesso e alla propria inadeguatezza, dando vita a un tragico uroboro di biasimo. La costante dei suoi atteggiamenti è la passività, il desiderio di lasciare che siano gli altri a fare il primo passo, prendendo decisioni per lui, decisioni che potrebbero riempirlo di gioia o disperazione, ma che costituiscono, in ogni caso, fonti di deresponsabilizzazione nei propri confronti. E’ introverso e si isola per fuggire dalle possibili conseguenze delle relazioni interpersonali. Cerca di affermare il proprio valore, ma non riesce a fare a meno di rivolgere sguardi d’elemosina affettiva a coloro che lo circondano.
Non meno problematiche e complessate sono le altre figure principali della serie: ancora una volta ci si ritrova di fronte a personalità quasi devastate, spesso preda di malsane ossessioni profondamente radicate nell’animo di tali soggetti, fissazioni che ne pregiudicano la salute mentale e i rapporti con colleghi e amici. I personaggi secondari sono invece più superficiali, ma svolgono i propri ruoli in maniera comunque impeccabile e umana.
“Neon Genesis Evangelion” si configura così come un’opera di introspezione psicologica di indubbio valore e interesse.

Il comparto tecnico è generalmente di buon livello. Il character design è molto piacevole e curato, in linea con lo stile più in voga in quel periodo, e lo stesso si può dire per i vari capi di abbigliamento e le divise. Le ambientazioni sono ricche di dettagli e oramai iconiche, come il centro di controllo della Nerv e la città di Neo-Tokyo 3, capace di ritirarsi nel sottosuolo per permettere ad Angeli ed Evangelion di scontrarsi senza timore di causare vittime civili. Inoltre, le linee regolari, fredde e futuristiche delle creazioni antropiche sono affiancate da paesaggi rurali e quasi bucolici, il tutto realizzato facendo ricorso a tonalità cromatiche tendenzialmente luminose.
Per sottolineare situazioni di disagio, incertezza e le sequenze di analisi interiore, invece, i colori si fanno più forti, i contrasti più marcati, le inquadrature e le prospettive si distorcono e, non di rado, si sperimentano stili di disegno e tecniche differenti, per sottolineare l’esplorazione di una diversa dimensione dell’esistenza.
Il titolo, tuttavia, è comunque interessato da cali grafici e errori di continuità, di cui uno particolarmente stravagante.
Ovviamente, non si può non citare l’ispirato design degli Evangelion e degli Angeli. I primi si distinguono per un’evidente componente organica e fattezze più mostruosamente umane che robotiche, ancora più agghiaccianti e palesi in alcune situazioni, in cui questa loro natura animalesca e pulsante si manifesta in tutta la propria brutalità. I secondi, invece, impressionano per la grande varietà di forme, dimensioni e tattiche offensive e difensive. Lo stessa denominazione di “Angeli” è solo uno dei numerosi riferimenti alla mitologia e all’iconografia cristiana, ebraica ed esoterica disseminate per l'opera, che impreziosiscono, benché siano più estetici che tematici, donandole un tono mistico ed enigmatico, che trascende il banale concetto di lotta tra uomini e mostri e quasi assurge a livelli ben più alti.
Le animazioni sono piuttosto fluide e rendono al meglio soprattutto nei combattimenti. L’ampio ricorso a flashback e scene oniriche e da incubo permette inoltre il riciclo di animazioni, utili per contenere il budget complessivo, ma non si rivela invadente né fastidioso.
La colonna sonora è variegata ma deliziosa. Se la sigla di apertura, la ben nota “Zankoku na Tenshi no These”, è ormai entrata nell’immaginario collettivo, non meno suggestiva è quella di chiusura, la dolce “Fly Me to the Moon”, reinterpretata da diverse cantanti in molteplici versioni. Le altre tracce si rivelano sempre azzeccate, anche se non mancano le sperimentazioni sopra le righe, con risultati di forte impatto.
Il doppiaggio italiano è ottimo e molto espressivo e conferisce una caratterizzazione unica ad ogni personaggio, ad eccezione di qualche interpretazione a tratti zoppicante.

In conclusione, “Neon Genesis Evangelion” è un anime che si spinge ben oltre la pura materialità sensazionalistica degli scontri tra titani meccanici e creature misteriose e propone uno studio viscerale e spietato della psiche dei personaggi principali, non esitando nel rivolgere il proprio messaggio di fondo allo stesso pubblico. E’ una storia di depressione, ossessione e accettazione di sé e del proprio valore intrinseco, compito che solo noi possiamo portare a termine e che non possiamo relegare a soggetti esterni. E’ un invito ad abbandonare quelle confortevoli debolezze dietro cui ci nascondiamo per evitare una vita con meno certezze ma forse più soddisfacente e autentica.
Il finale potrebbe deludere chi si aspettava una roboante battaglia finale, ma sarà più che adeguato per chi invece preferiva un maggior focus sugli argomenti trattati, concettualmente importanti e pesanti, ma capaci di rendere la narrazione ancora più trascinante e pregna di significato.