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Che la guerra sia, da sempre, il più “grande spettacolo del mondo” in qualche modo lo si è tutti intuito, considerandosi calati nella realtà con spirito critico e sufficienti cognizioni a supporto, ma che ancora una volta fosse un anime, nemmeno edulcorato dal presunto candore di genere, a mostraci impietosamente futuri prossimi o presenti alternativi a cavallo tra distopia e fantascienza e sempre intrisi di materia filosofica distillata dallo spirito del tempo, è un’ulteriore conferma di come più la finzione ci appare a rigor di logica lontana e perversamente fantasiosa, più la si percepisce come terribilmente verosimile nella sua funzione, in qualche modo catartica, di spauracchio inconscio. L’animazione giapponese e la guerra si sono incontrate spesso, soprattutto nell’immaginare il domani come una minaccia in cui il progresso tecnologico minasse i principi di libertà, veri o presunti, acquisiti nel tempo da un’umanità capace di autodistruggersi proprio in ossequio a una distorta e cinica idea di quello stesso progresso - dal “Conan” di Miyazaki, passando per “Akira”, “Metropolis”, “Ghost in the Shell”, “Neon Genesis Evangelion”, tanto per dirne alcuni - inseguito più che altro per consolidare le più disparate ambizioni imperialiste, piuttosto che per realizzare un effettivo benessere interclassista. Mamoru Oshii, già regista delle note serie animate “Lamù” e “Patlabor”, del pluripremiato “Ghost in the Shell” e sceneggiatore dell’intenso e commovente “Jin-Roh: Uomini e lupi”, torna a concepire un’animazione in cui la rappresentazione del futuro possibile è stretta nei contorni di un quadro quanto mai angoscioso e desolante, esasperando contraddizioni politico-sociali e minacce ancestrali sempre volutamente dissimulate dalle potenze dominanti. “The Sky Crawlers”, tratto dall’omonima serie di romanzi di Hiroshi Mori, in Italia arrivato solamente in supporto home video, è uscito nelle sale giapponesi nell’estate del 2008. È un lungometraggio animato poetico e toccante, basato proprio sulla “funzione sociale” della guerra e sul conflitto, sia interiore che esteriore, tra realtà e rappresentazione. L’opera accosta per intensità emotiva un altro anime ambientato in uno scenario di guerra (il secondo conflitto mondiale e i suoi tragici effetti in Giappone), quanto mai realistico e doloroso come lo struggente capolavoro di Isao Takahata, “Una tomba per le lucciole”, e avvicina per consonanza ideale e perversioni distopiche “Non lasciarmi”, lo splendido romanzo dello scrittore nippo-britannico Kazuo Ishiguro. È una storia essenziale ma densa di significati, rarefatta nelle atmosfere e costruita su una rappresentazione che privilegia i tempi meditativi a quelli del conflitto, quasi in controtendenza al sottogenere animato cui comunque fa riferimento la pellicola, il mecha, solitamente immaginato per privilegiare l’azione, l’avventura e l’esaltazione della battaglia dal punto di vista sia visivo che narrativo. Ma qui la battaglia esteriore, pur centrale nel palesare i motivi immediati dell’opera, lascia presto il campo a un travaglio interiore che avvolge l’animazione in un tessuto doloroso e malinconico dalla prima all’ultima sequenza.

In un diverso presente - o possibile futuro - l’umanità sembra aver eliminato le guerre. O meglio, le guerre sono uno spettacolo da seguire sui media, dalla comoda poltrona di casa in TV. I Kildren, giovanissimi piloti dal volto bambino, sono i protagonisti di questo spettacolo interminabile. Essi non invecchiano mai e vivono in un immutabile stato adolescenziale, finché non muoiono in battaglia. Quando Yuichi Kannami arriva alla sua nuova base ricorda solo di essere un Kildren e come si pilota un aereo da caccia. Il comandante della base, l’altera Suito Kusanagi, sembra attenderlo con impazienza. Anche lei è un Kildren e forse conosce l’oscuro passato di Yuichi, il quale è perso tra battaglie e frammenti di ricordi, mentre nel cielo appare la minaccia più terribile: il Maestro, temuto aviatore che mai nessuno è riuscito ad abbattere. Ma chi è veramente il Maestro? E qual è l’atroce segreto dei Kildren? La progressiva presa di coscienza di Yuichi rispetto al proprio passato e alla natura dei Kildren lo porterà alla consapevolezza che il meccanismo che si perpetua e che lega a un destino segnato le loro vite deve assolutamente cambiare.

“The Sky Crawlers”, diretto magistralmente da un artista che si conferma sensibile a temi gravi e importanti, per quanto abbastanza consueti alla particolarità del genere, è un’opera densa di inquietanti interrogativi e impreziosita da una notevole qualità di scrittura fortificata dall’intelligente scelta di puntare su dialoghi espliciti ed essenziali. Pur nella staticità espressiva, immaginata da un character design che privilegia l’imperturbabilità dei volti (i tratti ricordano vagamente le caratterizzazioni espressive gravi, sospese e stralunate del fantascientifico-filosofico “Ergo Proxy”) per ampliare il senso di smarrimento, sollecitando così una dimensione percettiva dello spazio e del tempo che non concede facili punti di riferimento, lo spettatore partecipa all’angoscia sottile ma persistente che la pellicola restituisce grazie alla dilatazione dei tempi e alla reiterazione, quanto mai significativa, di un presente infinito e perpetuo che è la vera condanna per i protagonisti della vicenda. Il tutto inquadrato in una cornice che mescola con abilità computer grafica e animazione tradizionale, separando nettamente i tempi dell’azione in volo da quelli della consuetudine giornaliera dei piloti. Allontanando volutamente le due realtà quasi fossero mondi a sé stanti, per innestarvi d’improvviso riflessioni filosofiche, tanto care a Oshii già al tempo di “Ghost in the Shell”, che leghino indissolubilmente il destino dei Kildren all’evoluzione di un mondo che è oramai perduto nella sua confusione tra realtà e rappresentazione. E il parallelo con “Non lasciarmi”, la tragica similitudine tra “i donatori” e “gli assistenti” di Hailsham e i Kildren di Hiroshi Mori, scatta spontanea in chi ha letto l’inquietante romanzo di Ishiguro, perché è sempre la sostanza senziente, a parere di chi vi parla, che dirime la questione tra ciò che è umano e ciò che non lo è, tra ciò che può provare emozioni ed è dotato di coscienza e memoria, al di là della sua genesi, e ciò che è creazione robotica, inanimata. Come i cloni di Ishiguro, anche i Kildren hanno quindi un’anima, hanno emozioni, ricordi e un passato che non è facile azzerare o riprogrammare senza lasciar tracce nella psiche. Di qui l’ossessione e la paura di molti artisti giapponesi, che respirano o hanno respirato suggestioni d’Occidente, per un progresso ignoto e pericoloso, per certi versi inevitabile e difficilmente regolabile nella sua ansia di spingersi oltre il limite, non casuale in una terra che come nessun’altra è fusa in un legame indissolubile, e a tratti esasperato, di modernità e tradizione.

E poi c’è il tema della guerra, affidata non più alla volontà politica così come la conosciamo ma a compagnie private che dominano il mondo, centrale nello scandire i mutamenti dei modelli di sviluppo economico-sociali; qui addirittura protagonista, al pari delle partite di calcio o dei gladiatori nell’arena, facendo una rapida ricognizione su cosa ci suggerisce d’immediato la storia, dell’intrattenimento dei popoli, delle discussioni da bar e del turismo di massa. Scelta provocatoria solo in apparenza, perché, se ci soffermiamo un attimo sulla storia da noi tutti studiata e conosciuta, risulta palese come sia sempre e solo stata la guerra, innescata ogni volta da interessi di potere e di conquista, l’ultimo atto dei mutamenti sociali e dei crolli di imperi e civiltà secolari.

Pur considerando l’evidenza dello scenario proposto, propedeutico ai diversi motivi su cui s’innerva la riflessione centrale del film di Mamoru Oshii, il retrogusto dell’opera allontana nelle sue conclusioni le riflessioni sulla società per tornare prepotentemente ai bisogni ineludibili dell’individuo, improvvisamente percepitosi come avulso o estraneo rispetto al contesto ospitante. In questo senso la parabola di Yuichi e con lui di ogni Kildren risvegliato a un presente che non è altro che un’eterna prigione dell’esistenza, è davvero tra le più tragiche, dolorose e insensate che è possibile immaginare per qualsiasi essere senziente. E quando l’epilogo rafforza questo senso di impotenza, nel momento in cui la battaglia riserva solo mulini a vento come antagonisti sulla scena, lo spettatore assiste alla calma piatta dell’ultima, simbolica sequenza, col sangue raggelato e un nodo alla gola che può sciogliersi solo dopo aver rielaborato la visione.