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Che dire di Miyazaki? Che si vede (e si vede bene), quando non c’è!

Il personaggio di Conan, di certo, non è di quelli che saranno ricordati per l’originalità, perché, come verrà anche chiamato da uno dei suoi antagonisti, personifica lo stereotipo del “principe” che cerca di salvare la sua bella, lottando contro nemici ben più organizzati di lui (non più forti!) e contro eventi avversi di ogni tipo. C’è da dire che, più di un eroe, dovremmo parlare di un “super” eroe: il giovane esegue apnee degne di un delfino, combatte (e vince) con uno squalo, alza e spacca rocce gigantesche, salta giù da decine di metri, abbatte mani nude aeroplani... insomma, ricorda un semi-dio mitologico o, se vogliamo rimanere nell’impero del Sol Levante, un “robottone” alla Go Nagai. La sua “principessa” invece si chiama Lana e, a differenza di Conan, non ha una grande forza fisica, ma anche la ragazza possiede un dono, perché è una telepate, e questo, a volte, la fa somigliare a uno studente della scuola degli X-Men. Il mondo in cui vivono è un mondo post-apocalittico, dove ormai i pochi sopravvissuti sono costretti a vivere in piccole isole distanti tra di loro, mentre il resto dei continenti, e le loro città, sono sprofondati in fondo agli oceani. Apparentemente anche questa ambientazione sembra poco originale, tuttavia l’anime è del 1978, ed è ispirato a un romanzo del 1970. Sebbene già negli anni ’50 si era assistito a un boom di romanzi e quindi film di fantascienza, complice anche la Guerra Fredda, e alcuni di essi erano già di stampo “post-apocalittico”, Miyazaki, con il relativo romanzo (e da buon giapponese), invece di girarci sopra un lungometraggio, con attori in carne ed ossa, o, come diremo adesso, un “live-action”, ha avuto la brillante idea di farci un “anime”, e penso che, ai tempi, se non il primo del genere, sia stato, certamente, uno dei primi. In sostanza, ha fatto scuola!

Essendo una animazione in cui i protagonisti sono poco più di bambini, ad occhio dovrebbero essere ragazzini di dieci/undici anni, e che quindi sembrerebbe pensata per un pubblico di loro coetanei, ci si aspetterebbe un’opera in qualche modo edulcorata, in cui la violenza è magari narrata, ma mai vissuta in prima persona da Conan e amici. Invece il racconto mette in scena una certa crudezza, che i giovani vivranno direttamente: un lutto, un rapimento, la prigionia, la violenza fisica... Tutto questo può lasciare un po’ interdetti, ma, fortunatamente, insieme al dramma, l’autore riesce a miscelare in modo sapiente: l’azione, l’umorismo, l’amore, anche se platonico, l’altruismo, e tutto questo permette alla maggior parte delle puntate di scorrere velocemente. La trama, inoltre, è ben articolata, non presenta puntate di riempimento e tutti gli episodi sono collegati gli uni agli altri. Questo fa sì che, in alcuni casi, il finale in sospeso spinga lo spettatore a correre all’episodio successivo. In definitiva, possiamo dire che la storia, anche se ogni tanto palesa qualche rallentamento, funzioni bene.

Sono presenti una serie di ingenuità che rendono questa creazione non perfetta, come ad esempio numerose scene di soldati che sparano centinaia e centinaia e centinaia di colpi, senza mai e poi mai andare a bersaglio, mentre, di contro, un pescatore con la sua doppietta sembra un cecchino pluri-decorato. La forza di Conan, in parte di Gipsy, e i poteri di Lana, non vengono spiegati bene, non sono nemmeno legati al fatto che i ragazzi appartengano alla nuova generazione, quella nata dopo il conflitto, visto che altri giovani nella storia non palesano queste doti. Il legame tra Lana e il nonno è tanto forte, quanto è debole quello tra la ragazza e i suoi genitori, che sembrano quasi degli zii di secondo grado.

Di fondo, sembra esserci un ripudio verso la tecnologia, che, seppur sviluppata con i migliori propositi e con il mero intento di migliorare la vita delle persone, diviene, invece, il mezzo con il quale l’umanità rischierà l’auto-estinzione, e, anche dopo il disastro, tale tecnica continuerà ad essere utilizzata “a fin di male” invece che a “fin di bene”. Di qui la dicotomia tra “giustizia” e “sopraffazione”, tra “naturale” e “artificiale”, tra “manuale” e “artefatto”, tra “High Harbor” e ”Indastria”: la prima, splendida isola agricola, che ricorda molto i ridenti paesaggi di “Heidi”, luogo in cui la violenza c’è, ma è l’eccezione; la seconda, cupa, decadente e tetra città industriale, dove invece la violenza e i soprusi non sono l’eccezione, ma la “legge”.
Non ho mai ascoltato le sigle originali, tuttavia è difficile immaginare nel nostro paese un “Conan” senza l’omonima canzone italiana. Ho letto che per la OST è stato scritturato un compositore, e questo è sicuramente in linea con la filosofia del regista (“High Harbour”), anche se ogni tanto si sente qualche motivo elettronico, e per giunta di bassa qualità (un po’ di Indastria c’è).

I fondali, che ormai non reggono il confronto con quelli sviluppati grazie alle più moderne tecnologie, sono comunque ottimi. Il design dei personaggi, con volti tondi e un po’ buffi, è il marchio di fabbrica del “Maestro”, anche se risulta più gradevole quello di Conan rispetto a quello di Lana, inoltre gli occhi dei personaggi qui sono... occhi, e non due pompelmi separati da un minuscolo naso e messi appena sotto la fronte, tipici del design moderno. Le animazioni sono fluide e non hanno niente da invidiare alle serie del XXI secolo, anzi. Le espressioni... beh, le espressioni meritano un capitolo a parte!

In questa opera non esistono momenti morti, perché tutti i personaggi sono vivi.
Mi è capitato più di una volta, mentre guardavo un anime, magari anche di grandissimo successo e osannato dalla critica, di avere la sensazione di stare ad osservare dei manichini, perché i personaggi che stavo vedendo erano inerti, granitici, mono-espressivi... insomma, “morti”. La spiegazione, che ogni volta mi davo, era che molto probabilmente era sempre stato così, solo che prima non ci facevo caso, ma, riguardando ”Conan” (lo avevo visto molto tempo fa, e nemmeno tutte le puntate), ho capito la grandezza di Miyazaki. In ogni scena di questo anime, tutti i personaggi coinvolti sono sempre dinamici: anche se uno sta solo ascoltando, le sue sopracciglia si muovono, le pupille si dilatano, le palpebre si chiudono; se un braccio gli si sposta, l’altro compensa il movimento; se invece parla, un piccolo ciuffo di capelli si può spostare, non solo sulla fronte, ma magari dietro ad un orecchio. Tutto questo è frutto di un lavoro certosino, minuzioso, preciso, addirittura maniacale, dove ogni fotogramma è importante e dove ogni sequenza riceve la massima cura. Questa tecnica è così raffinata, ma così raffinata, che ha la capacità di scomparire, perché simula benissimo la realtà. C’è, ma non si vede, o meglio c’è, ma la si percepisce solo a livello subliminale, e soprattutto la si nota solo quando manca, perché ci regala la sensazione di stare ad osservare un qualcosa che non è mai statico, che è sempre in movimento, animato... insomma, “vivo”.

Considero “Conan” un ottimo compromesso tra la storia e il comparto tecnico, dove quest’ultimo si mette completamente al servizio dello sviluppo della storia, e ne riesce a esaltare le qualità, mentre onestamente, se devo fare una critica riguardo al “Maestro”, nei successivi film, che gli hanno regalato la fama mondiale, si è un po’ troppo sacrificato lo sviluppo della trama, rispetto al comparto tecnico.

Detto questo, penso che chiunque voglia avvicinarsi all’animazione, non necessariamente professionale, ma comunque in modo serio, dovrebbe partire dalle basi, e le “basi” dell’animazione sono Miyazaki!