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Per quanto abbia amato “La forma della voce”, opera prima e pluripremiata di Yoshitoki Ōima, non mi sento di dare un giudizio troppo positivo a questa sua nuova creazione. Ovviamente non discuto la scelta dell’autrice di cimentarsi in un genere completamente diverso dal precedente, visto che, tra l’altro, il fantasy è uno dei miei preferiti, ma non ho potuto non notare una certa approssimazione nella creazione del mondo in cui il protagonista si muove.

La prima cosa che non mi ha convinto è che anche lei sia caduta in quello che ormai possiamo considerare un nuovo cliché dell’animazione giapponese, il “mi piace commuovere facile”. Il trucco è sempre lo stesso, prendere personaggi “kawaii”, renderli nel corso della narrazione “kawaii” e... Questa tecnica potrebbe anche avere un senso, se utilizzata come colpo di scena nel finale di una serie, ma renderla ripetitiva, in ogni dove, dà al tutto un sentore di artefatto.

Come in qualsiasi fantasy che si rispetti, c’è una componente “battle”, ma anche qui non è che la Ōima si sia spremuta molto le meningi: i villain hanno delle caratteristiche che ricordano gli “angeli” di “Neon Genesis Evangelion” e i “giganti” del famoso “Attacco”. Un duello, in particolare, sembrava essere uscito direttamente dalla matita di Isayama. Non mancano nemmeno riferimenti a “The Walking Dead” e/o “Il trono di spade”. Drakaris!

Un’altra nota stonata, perché un po’ sopra le righe, è un altro villain che, pur non essendo mutaforma, assume invece le sembianze “metaforiche” di una piattola, il quale mi ha fatto venire in mente il tipico antagonista delle saghe holliwoodiane (l’erba cattiva non muore mai).
L’isola di Jananda, che ricorda le origini dell’Australia coloniale, è il luogo nel quale la coerenza narrativa dell’intero racconto mostra tutti i suoi limiti, forse a causa di una scrittura frettolosa: un posto anarcoide dove in pratica non esiste nessuna autorità, e dove si è liberi di compiere ogni sorta di crimine, rimanendo comunque impuniti, possiede invece delle prigioni funzionanti (governate da chi?), dove a finirci dentro sono persone che hanno commesso reati... in altri continenti (!), e poi è sempre in questo luogo che molte delle situazioni “diversamente” originali prendono forma.

Ci sono poi degli espedienti narrativi che non mi hanno affatto convinto: avere a disposizione un essere immortale, mutaforma e che all’occorrenza sa anche creare oggetti, insieme ad una sorta di divinità quasi onnipotente e onnisciente, è una facile scappatoia da utilizzare nel caso in cui a sfuggire dalla penna dell’autore sia proprio l’intreccio della storia. I primi a capirlo, se non ricordo male, furono gli antichi greci.

Di positivo, e questo l’autrice lo aveva già dimostrato ne “La forma della voce”, è la sua capacità di dare spessore a tutti i personaggi della storia. Paradossalmente, finora, è proprio il protagonista Fushi a risultare un po’ troppo stereotipato, visto che incarna il tipico eroe senza macchia. La “creatura” sembra percorrere in un arco di decenni quello che ai comuni mortali tocca fare in pochi anni. Non si sa bene se e come evolverà tale personaggio, ma, alla fine di questa stagione, il “ragazzo” sembra personificare una spugna, che assorbe tutto quello con cui i suoi sensi entrano in contatto. Il meglio di sé, invece, la mangaka lo dà proprio con i comprimari, che in alcuni casi rubano la scena a Fushi: tralasciando gli eccessi di cui sopra, con i pochi episodi a disposizione per ognuno di essi, l’autrice riesce a trasmettere allo spettatore quella sensazione di familiarità, affetto ed empatia verso ognuno di essi, e al momento, per quanto mi riguarda, questa sua capacità è l’unica risorsa che permette alla serie di stare al di sopra della sufficienza.

Il comparto grafico è più che discreto, i fondali, pur non essendo tra i migliori sulla piazza, sono comunque ben disegnati, e soprattutto c’è un’ottima integrazione della computer grafica con il resto dell’animazione, che rimane sempre piuttosto fluida. L’opening e la ending le considero anonime, mentre più che buona è la OST.

Per concludere, “To Your Eternity” è un’opera ambiziosa dove, dietro una parvenza di un “fantasy battle shonen”, si cela il tentativo di sviluppare un racconto maturo, il quale solleva quelle tematiche esistenziali che accompagnano l’umanità dalla notte dei tempi: il significato della vita; il valore dell’amicizia; il bisogno di fare gruppo; il guardare gli altri oltre le apparenze, il tutto amalgamato da una forte resa emotiva. Detto questo, non si può fare a meno di notare che l’intreccio della storia risulti piuttosto debole e poco originale. Il manga, dal quale questo anime deriva, è ancora in corso in Giappone, quindi il viaggio di Fushi durerà ancora per un po’, tuttavia, da un fotogramma della opening, si può intuire che dovremmo trovarci, dopo queste prime venti puntate, verso la metà della sua avventura, e soprattutto che nella testa dell’autrice c’è già un finale ben definito. Nella speranza che la Ōima, nel prosieguo della storia, non ricada nelle approssimazioni qui raccontate, e che riesca a scrivere un finale all’altezza di quello che ha già mostrato nel suo precedente lavoro, lascio il mio giudizio in sospeso. Voto: 6,5.