Recensione
"Cosa siamo disposti a credere, pur di non perdere coloro cui siamo legati o affezionati?"
La stagione estate-autunno 2025 degli anime ha messo a disposizione la visione di questa serie un po' particolare che propone la fusione di diversi generi quali l'horror, mistery, thriller, slice of life, introspezione, leggende giapponesi con una sceneggiatura e una regia al tempo stesso inquietante, delicata e poetica.
Non sono in grado di esprimere una valutazione sulla corrispondenza al manga di Mokumokuren da cui la serie è stata tratta: ho letto tra diversi commenti che qualcuno ne ha lamentato la velocizzazione di alcuni passaggi, facendo virare in alcuni frangenti il senso dell'opera originaria da thriller ad una sorta di dramma psicologico. Se così fosse, ad onor del vero, non mi è poi tanto dispiaciuto, ma è una semplice opinione personale.
"L’estate in cui Hikaru è morto" riesce a suscitare, tra molti alti e qualche basso, alcune riflessioni sull’identità, sull’amicizia (e forse qualcosa di più) che persiste oltre la morte e sul disagio di riconoscere un estraneo in un volto familiare. È la storia di un ragazzo, Yoshiki, che sceglie consapevolmente di voler bene all'entità che, mantenendo le sembianze ed alcuni tratti caratteriali del suo migliore amico, Hikaru, ne ha preso il posto nel suo corpo.
E' un'opera che, per coloro che la sapranno apprezzare, riesce a proporre una atmosfera inquietante e poetica offrendo anche una certa profondità emotiva con una realizzazione tecnica che riesce a trasmettere con un buon bilanciamento tra realismo e narrativa, le atmosfere horror e i drammi di carattere adolescenziale, in un continuo oscillare tra affetto e paura, quotidianità e fantasy horror.
I primi episodi della serie si fondano sull’interrogativo "Chi è Hikaru?". Yoshiki (e lo spettatore) se lo chiede(no) innumerevoli volte e il mistero che inizialmente avvolge la figura di Hikaru attribuisce alla storia una connotazione squisitamente thriller/horror con quello stile noir, surreale e simbolico che richiama lo stile di D. Lynch (e tale paragone non è formulato in senso negativo...). La narrazione degli accadimenti dal punto di vista di Yoshiki è inquietante e dolce allo stesso tempo: il suo smarrimento e poi convincimento nello scoprire che il caro amico Hikaru non è il "suo" Hikaru è in sostanza il leit motiv della storia generando nello spettatore una forte immedesimazione con il protagonista Yoshiki nel suo conflitto interiore tra stupore, rabbia, repulsione, attrazione, affetto, rimorso e compassione per una entità che è magnifica nella sua essenza dicotomica tra l'essere una "entità maligna" (per gli standard umani) e nel contempo anche un essere da compatire nella sua fragilità così "umana".
Una ambiguità tanto affascinante quanto terrificante che rendono la prima metà della serie veramente interessante per coloro che apprezzano questo genere di opere molto introspettive, in cui si è costretti man mano che la trama avanza a compiere delle riflessioni anche profonde sull’identità e sui suoi elementi caratterizzanti: il solo corpo materiale? la memoria? le emozioni? o da qualcos'altro?
L’opera in fin dei conti accompagna lo spettatore all'esplorazione del confine tra umano e non umano, tra ciò che è familiare e ciò che è “altro”, tra interazione di amicizia o di dipendenza, tra vita e morte.
Questa serie, forse anche suo malgrado, arriva a toccare alcuni meccanismi psicologici fondamentali che regolano le relazioni umane. In fondo Yoshiki sembra ispirarsi al principio del "non voler vedere la realtà" o dell'evitare di accettare i cambiamenti nelle persone a cui siamo legati.
La sua reazione alla scoperta e poi l'accettazione sofferta del "nuovo" Hikaru, un po' ambigua nella sua essenza, risiede in una complessa interazione tra attaccamento, paura della perdita, dissonanza cognitiva e il bisogno umano di coerenza e sicurezza emotiva.
E il percorso psicologico che i due protagonisti compiono assieme in questa serie a me è sembrato molto pregevole tanto da fagocitare un po' gli altri temi della serie legati al soprannaturale e al thriller/horror e che avranno fatto storcere un po' il naso ai cultori di serie non solo introspettive ma anche di mistero e fantasy.
Invece Yoshiki attraversa una fase della sua esistenza piuttosto "drammatica" in cui inizia un percorso di superamento della
paura della perdita e dell'abbandono che l'avrebbe portato a credere ad una realtà artefatta, dissociata e/o di comodo in cui la speranza assume i connotati del meccanismo della sopravvivenza per non vivere la rottura della relazione con Hikaru e la conseguente solitudine e senso di smarrimento.
In sintesi, ho apprezzato come questa serie abbia toccato questo aspetto così profondamente umano in cui siamo disposti a credere a quasi tutto pur di mantenere intatti i nostri legami affettivi perché la salvaguardia della relazione e la protezione dal dolore della perdita hanno spesso la precedenza sulla razionalità e sull'accettazione della dura realtà.
Un meccanismo molto umano di autodifesa psicologica, sebbene a lungo termine possa portare a sofferenza e negazione della propria dignità.
Molto accattivante anche l'interazione che lega i due protagonisti che sembra sfuggire a ogni definizione: non è semplicemente amicizia, né un amore romantico in senso tradizionale, ma una forma di attaccamento che nasce dal bisogno reciproco di esistere attraverso lo sguardo dell’altro.
Sotto questo aspetto, la creatura che ha preso il posto di Hikaru, pur non comprendendo appieno le emozioni umane, sviluppa un desiderio profondo di essere riconosciuta e accettata da Yoshiki, fino a sacrificare parte di sé stessa per proteggerlo e rinunciando di fatto ad ucciderlo.
E così anche Hikaru evolve per dimostrare a Hoshiki non solo la propria innocuità con una serie di gesti e reazioni che assumono un profondo valore simbolico e filosofico in cui la loro interazione non è possesso ma accettazione dell’alterità, riconoscimento della fragilità e della nuova condizione semi umana di Hikaru.
La serie poi tende ad alleggerire i toni e a virare un po' di più sul didascalico e investigativo per iniziare a spiegare l'identità di Hikaru e i misteri legati alla comunità agreste che da tempo immemore vive con queste entità soprannaturali che tanto hanno influenzato gli umani. E questa parte mi è piaciuta meno perché tende a svelare e chiarire alcuni aspetti che inizialmente mi intrigavano maggiormente creando quella tensione e suspense iniziale.
Dal punto di vista visivo, la serie mi ha dato l'impressione di aver utilizzato una colorazione calda un po' pastellata e malinconica, che sembra contrastare con la storia piuttosto mistery e horror. Il chara design presenta delle linee morbide e dettagliati tratti realistici, con un utilizzo del deformed non per sottolineare i momenti comici ma per quelli di maggior tensione, accentuando il senso di inquietudine, utilizzando anche animazioni fluide e disturbanti, in cui il corpo si scioglie e si ricompone in forme un po' psichedeliche e oniriche.
Anche la fotografia utilizza il contrasto tra scene luminose ispiranti pace e tranquillità (come le scene ambientate nel paese rurale campagna) e quelle cupe e cariche di tensione con immagini sature di ombre e deformate nei momenti in cui le entità soprannaturali emergono dai boschi circostanti.
Anche la regia è apprezzabile e curata: flashback nei momenti più significativi, sequenze che permettono di esplorare la memoria e la percezione dei protagonisti in contrapposizione alla realtà, inquadrature anche inusuali, soprattutto dal basso, con effetto tipo grandangolare/fisheye, per una sorta di effetto dell'"estetica dell'inquietudine" anche per richiamare opere del passato di maestri del genere come il compianto David Lynch e la sua "Twin Peaks" con cui presente diversi elementi comuni: il piccolo villaggio immerso nella natura, i segreti inconfessabili, la presenza di forze soprannaturali che si manifestano attraverso dettagli apparentemente insignificanti. Un orrore mai esplicito che infesta nei gesti anche quotidiani, nei silenzi, negli sguardi.
"L’estate in cui Hikaru è morto" a me è sembrata essere non solo una storia di fantasmi o di un horror. Per la sua complessità, simbolismo e richiami alle tradizioni della cultura nipponica è un’ottima serie che offre degli spunti per una meditazione sull’identità, la memoria e il desiderio. Attraverso una narrazione a tratti "ipnotica" e una profondità psicologica non comuni, l’opera utilizza l’orrore per proporre una riflessione sull’umano e sulla sua esistenza. E, purtroppo, ultimamente non capita così spesso...
La stagione estate-autunno 2025 degli anime ha messo a disposizione la visione di questa serie un po' particolare che propone la fusione di diversi generi quali l'horror, mistery, thriller, slice of life, introspezione, leggende giapponesi con una sceneggiatura e una regia al tempo stesso inquietante, delicata e poetica.
Non sono in grado di esprimere una valutazione sulla corrispondenza al manga di Mokumokuren da cui la serie è stata tratta: ho letto tra diversi commenti che qualcuno ne ha lamentato la velocizzazione di alcuni passaggi, facendo virare in alcuni frangenti il senso dell'opera originaria da thriller ad una sorta di dramma psicologico. Se così fosse, ad onor del vero, non mi è poi tanto dispiaciuto, ma è una semplice opinione personale.
"L’estate in cui Hikaru è morto" riesce a suscitare, tra molti alti e qualche basso, alcune riflessioni sull’identità, sull’amicizia (e forse qualcosa di più) che persiste oltre la morte e sul disagio di riconoscere un estraneo in un volto familiare. È la storia di un ragazzo, Yoshiki, che sceglie consapevolmente di voler bene all'entità che, mantenendo le sembianze ed alcuni tratti caratteriali del suo migliore amico, Hikaru, ne ha preso il posto nel suo corpo.
E' un'opera che, per coloro che la sapranno apprezzare, riesce a proporre una atmosfera inquietante e poetica offrendo anche una certa profondità emotiva con una realizzazione tecnica che riesce a trasmettere con un buon bilanciamento tra realismo e narrativa, le atmosfere horror e i drammi di carattere adolescenziale, in un continuo oscillare tra affetto e paura, quotidianità e fantasy horror.
I primi episodi della serie si fondano sull’interrogativo "Chi è Hikaru?". Yoshiki (e lo spettatore) se lo chiede(no) innumerevoli volte e il mistero che inizialmente avvolge la figura di Hikaru attribuisce alla storia una connotazione squisitamente thriller/horror con quello stile noir, surreale e simbolico che richiama lo stile di D. Lynch (e tale paragone non è formulato in senso negativo...). La narrazione degli accadimenti dal punto di vista di Yoshiki è inquietante e dolce allo stesso tempo: il suo smarrimento e poi convincimento nello scoprire che il caro amico Hikaru non è il "suo" Hikaru è in sostanza il leit motiv della storia generando nello spettatore una forte immedesimazione con il protagonista Yoshiki nel suo conflitto interiore tra stupore, rabbia, repulsione, attrazione, affetto, rimorso e compassione per una entità che è magnifica nella sua essenza dicotomica tra l'essere una "entità maligna" (per gli standard umani) e nel contempo anche un essere da compatire nella sua fragilità così "umana".
Una ambiguità tanto affascinante quanto terrificante che rendono la prima metà della serie veramente interessante per coloro che apprezzano questo genere di opere molto introspettive, in cui si è costretti man mano che la trama avanza a compiere delle riflessioni anche profonde sull’identità e sui suoi elementi caratterizzanti: il solo corpo materiale? la memoria? le emozioni? o da qualcos'altro?
L’opera in fin dei conti accompagna lo spettatore all'esplorazione del confine tra umano e non umano, tra ciò che è familiare e ciò che è “altro”, tra interazione di amicizia o di dipendenza, tra vita e morte.
Questa serie, forse anche suo malgrado, arriva a toccare alcuni meccanismi psicologici fondamentali che regolano le relazioni umane. In fondo Yoshiki sembra ispirarsi al principio del "non voler vedere la realtà" o dell'evitare di accettare i cambiamenti nelle persone a cui siamo legati.
La sua reazione alla scoperta e poi l'accettazione sofferta del "nuovo" Hikaru, un po' ambigua nella sua essenza, risiede in una complessa interazione tra attaccamento, paura della perdita, dissonanza cognitiva e il bisogno umano di coerenza e sicurezza emotiva.
E il percorso psicologico che i due protagonisti compiono assieme in questa serie a me è sembrato molto pregevole tanto da fagocitare un po' gli altri temi della serie legati al soprannaturale e al thriller/horror e che avranno fatto storcere un po' il naso ai cultori di serie non solo introspettive ma anche di mistero e fantasy.
Invece Yoshiki attraversa una fase della sua esistenza piuttosto "drammatica" in cui inizia un percorso di superamento della
paura della perdita e dell'abbandono che l'avrebbe portato a credere ad una realtà artefatta, dissociata e/o di comodo in cui la speranza assume i connotati del meccanismo della sopravvivenza per non vivere la rottura della relazione con Hikaru e la conseguente solitudine e senso di smarrimento.
In sintesi, ho apprezzato come questa serie abbia toccato questo aspetto così profondamente umano in cui siamo disposti a credere a quasi tutto pur di mantenere intatti i nostri legami affettivi perché la salvaguardia della relazione e la protezione dal dolore della perdita hanno spesso la precedenza sulla razionalità e sull'accettazione della dura realtà.
Un meccanismo molto umano di autodifesa psicologica, sebbene a lungo termine possa portare a sofferenza e negazione della propria dignità.
Molto accattivante anche l'interazione che lega i due protagonisti che sembra sfuggire a ogni definizione: non è semplicemente amicizia, né un amore romantico in senso tradizionale, ma una forma di attaccamento che nasce dal bisogno reciproco di esistere attraverso lo sguardo dell’altro.
Sotto questo aspetto, la creatura che ha preso il posto di Hikaru, pur non comprendendo appieno le emozioni umane, sviluppa un desiderio profondo di essere riconosciuta e accettata da Yoshiki, fino a sacrificare parte di sé stessa per proteggerlo e rinunciando di fatto ad ucciderlo.
E così anche Hikaru evolve per dimostrare a Hoshiki non solo la propria innocuità con una serie di gesti e reazioni che assumono un profondo valore simbolico e filosofico in cui la loro interazione non è possesso ma accettazione dell’alterità, riconoscimento della fragilità e della nuova condizione semi umana di Hikaru.
La serie poi tende ad alleggerire i toni e a virare un po' di più sul didascalico e investigativo per iniziare a spiegare l'identità di Hikaru e i misteri legati alla comunità agreste che da tempo immemore vive con queste entità soprannaturali che tanto hanno influenzato gli umani. E questa parte mi è piaciuta meno perché tende a svelare e chiarire alcuni aspetti che inizialmente mi intrigavano maggiormente creando quella tensione e suspense iniziale.
Dal punto di vista visivo, la serie mi ha dato l'impressione di aver utilizzato una colorazione calda un po' pastellata e malinconica, che sembra contrastare con la storia piuttosto mistery e horror. Il chara design presenta delle linee morbide e dettagliati tratti realistici, con un utilizzo del deformed non per sottolineare i momenti comici ma per quelli di maggior tensione, accentuando il senso di inquietudine, utilizzando anche animazioni fluide e disturbanti, in cui il corpo si scioglie e si ricompone in forme un po' psichedeliche e oniriche.
Anche la fotografia utilizza il contrasto tra scene luminose ispiranti pace e tranquillità (come le scene ambientate nel paese rurale campagna) e quelle cupe e cariche di tensione con immagini sature di ombre e deformate nei momenti in cui le entità soprannaturali emergono dai boschi circostanti.
Anche la regia è apprezzabile e curata: flashback nei momenti più significativi, sequenze che permettono di esplorare la memoria e la percezione dei protagonisti in contrapposizione alla realtà, inquadrature anche inusuali, soprattutto dal basso, con effetto tipo grandangolare/fisheye, per una sorta di effetto dell'"estetica dell'inquietudine" anche per richiamare opere del passato di maestri del genere come il compianto David Lynch e la sua "Twin Peaks" con cui presente diversi elementi comuni: il piccolo villaggio immerso nella natura, i segreti inconfessabili, la presenza di forze soprannaturali che si manifestano attraverso dettagli apparentemente insignificanti. Un orrore mai esplicito che infesta nei gesti anche quotidiani, nei silenzi, negli sguardi.
"L’estate in cui Hikaru è morto" a me è sembrata essere non solo una storia di fantasmi o di un horror. Per la sua complessità, simbolismo e richiami alle tradizioni della cultura nipponica è un’ottima serie che offre degli spunti per una meditazione sull’identità, la memoria e il desiderio. Attraverso una narrazione a tratti "ipnotica" e una profondità psicologica non comuni, l’opera utilizza l’orrore per proporre una riflessione sull’umano e sulla sua esistenza. E, purtroppo, ultimamente non capita così spesso...
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