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6.0/10
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Partiamo da una premessa onesta: Kaiju N°8 si legge volentieri. La storia di Kafka Hibino, quarantenne aspirante soldato che finisce per trasformarsi nel mostro che vorrebbe combattere, ha un ritmo serrato, i disegni sono puliti, i combattimenti visivamente godibili. Eppure, arrivati al volume 5 su 16... si ha già la sensazione di aver visto tutto. E non è un'impressione: è la verità.

Kaiju N°8 non è un brutto manga. È qualcosa di più subdolo: è un manga perfettamente mediocre, costruito con chirurgica precisione per non deludere nessuno che finisce per non stupire nessuno (a parte forse chi fosse alle prime letture... in questo caso consigliatissimo come riassunto degli ultimi 50 anni di scontri tra mostroni...)

Ho notato un campionario dei clichè che ti potranno aiutare a capire se c'è qualcosa che ti interessa in quest'opera o se piuttosto non varrebbe la pena approfondire qualcos'altro...

Le tute (prese direttamete da Gantz)

Le tute da combattimento ci sono, funzionano, potenziamento allo stato puro. Manca però tutto il resto: nessuna scena erotica (per chi non se ne dolesse), certo, ma soprattutto nessuna delle caratterizzazioni psicologiche brutali che rendevano Gantz una discesa nell'abisso dell'animo umano. Qui le tute sono gadget. Lì erano specchi.

Il pugno finale (prese direttamete da One-Punch Man)

Ogni combattimento si risolve con un colpo risolutore enorme, quasi sempre preceduto dal classico scricchiolio del collo... sì, quello di Bruce Lee, poi di Ken il Guerriero, ora di Kafka. La differenza è che One-Punch Man sapeva di essere ridicolo e ci rideva su. Kaiju N°8 ci crede davvero. Un uomo che fino a pochi capitoli prima faceva le pulizie sognava di entrare nella difesa perché un kaiju gli ha distrutto la PlayStation: è un'origin story che fatica a reggere il peso di tanta epicità.

Il team (prese direttamete da Fullmetal Alchemist)

Il gruppo di combattenti è composto, simpatico, funzionale. Ognuno ha il suo momento. Nessuno ha un'anima. In Fullmetal Alchemist anche il personaggio più secondario portava con sé una storia, una contraddizione, un peso. Qui i compagni di squadra esistono principalmente per motivare Kafka a dare un pugno più forte del precedente.

La motivazione: quando il Flashback dura due pagine perchè abbiamo fretta:

Vendicare la mamma. Proteggere i compagni. Rivalsa dopo una vita di rinunce. La follia cieca alla Berserk... tanto non ho più nulla da perdere. Entro il volume 5 il manga ha già esaurito l'intero arsenale motivazionale del genere, distribuito in flashback brevi e commoventi al punto giusto. Il problema è che funzionano come interruzioni pubblicitarie: arrivano, lacrimuccia, finiscono. Poi si torna a dare pugni.

Il male buono (presa direttamete da Devilman)

C'è un po' di mostro in ogni essere umano. Ottimo. Tema interessante. Devilman lo diceva nel 1972 e lo faceva nel modo più brutale e destabilizzante che il fumetto avesse mai visto. Sono passati oltre cinquant'anni. La domanda legittima è: e allora? Cosa aggiunge Kaiju N°8 a questa riflessione? La risposta, onestamente, è: niente. Il tema c'è, galleggia, non affonda.

I livelli di potenza (prese direttamete da "Ogni manga dal 1990 in poi")

Percentuali. Numeri. Soglie. Il 3.8, il 9.8, oltre il limite consentito. Una lingua franca che il manga ha ormai codificato al punto che basta scrivere "livello" e il lettore sa già tutto quello che seguirà. Nessuna sorpresa, nessuna reinvenzione del codice. Noia pura.

Le armi enormi (prese direttamete da Berserk)

Spadoni giganti, armature soprannaturali, il peso del metallo come metafora del destino. Berserk ti faceva sentire quella stanchezza nelle ossa. Qui le armi enormi sono cool, funzionali, visivamente efficaci...e leggerissime come piume narrative. Nessuno soffre davvero portandole.

C'è qualcosa di originale?

Sì, e sarebbe disonesto non dirlo. Il protagonista adulto, già segnato dagli anni e dai fallimenti, è una scelta controcorrente che mi aveva fatto sperare, specialmente in un genere dominato da adolescenti urlanti. Kafka è un adulto che scopre troppo tardi di avere un potere enorme che fa eco alla sofferenza delle generazioni che l'hanno preceduto... ha una malinconia potenziale bellissima. Peccato che il manga la sfrutti a metà, preferendo accelerare verso l'azione piuttosto che indagare un minimo nell'animo umano.

Il ritmo è genuinamente ben calibrato. Non annoia, non stanca, non delude. È un people pleaser sincero, e c'è una certa onestà artigianale in chi sa costruire un'opera che funziona senza pretendere di essere un capolavoro. Il problema è che nel 2020, con la storia del manga sulle spalle, "funziona" non basta più a giustificare l'esistenza di qualcosa.

In sintesi: leggete Kaiju N°8 se volete passare del tempo piacevole in compagnia di un manga che conosce bene il suo mestiere. Non leggetelo aspettandovi di ricordarlo tra dieci anni. È un buon film di genere in un'epoca in cui il genere sembra aver già detto tutto.