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"Quando l'amore delle scuole superiori sembra diventare un advertisement per la famiglia"

La stagione primaverile del 2026 ha offerto l'adattamento animato di "I Made Friends with the Second Prettiest Girl in My Class". Prima facie, a parte il titolo didascalico e chilometrico che si poteva anche ridurre con più immaginazione e originalità, lo spettatore si ritrova di fronte all'ennesima commedia romantica scolastica costruita su fondamenta che definire "stereotipate" sarebbe un eufemismo. Tuttavia, la serie prodotta da Studio Connect riesce in parte a divincolarsi dalla solita mediocrità e deja-vu grazie a una variazione sul tema tanto furba quanto brillante: il protagonista non si ritrova a puntare al "sole", ma si accontenta consapevolmente della "luna".

Ok, dopo aver visionato un discreto e abbondante numero di rom-com scolastiche, mi sono fatto l'idea che i ragazzi nipponici siano dei "stilnovisti" in erba nel modo cui approcciano e contemplano le coetanee. Ovviamente, la mia era una provocazione.
Tuttavia, nell'assistere all'ennesima storia d'amore tra liceali, mi è sembrato di riconoscere alcuni stilemi del "dolce stil novo" quali "la donna come tramite divino" (la cui contemplazione migliora l'animo dell'uomo), "l'amore disinteressato" (il sentimento non cerca un possesso fisico, ma la crescita spirituale), "la nobiltà d'animo" e, infine, la "salvezza" (che nel caso di specie, l'amore per una donna è un percorso escatologico personale anche reciproco).

Maki Maehara incarna il cliché definitivo del protagonista maschile delle rom-com: il solitario auto-emarginato, socialmente invisibile ma segretamente dotato di qualità umane che solo una ragazza disposta a scavare oltre la superficie può apprezzare. La vera novità, per l'appunto, risiede nella sua dinamica con Umi Asanagi. Invece di orbitare attorno a Yuu Amami – l'amica del cuore di Umi e inarrivabile "numero uno" della scuola – Maki stringe amicizia con la seconda ragazza più popolare della classe.
Questa storia delle classifiche e gerarchie di valore, inculcate anche con la pubblicazione dei risultati dei test di verifica trimestrali, è talmente radicata nei giapponesi quasi da risultare stupida, non solo nel determinare se una ragazza sia popolare o meno tra i ragazzi, ma addirittura a stilare una fantomatica classifica riconosciuta da tutta la scuola...

Ad ogni modo, la scelta narrativa utilizzata scardina le consuetudini del genere (pensiamo all'irraggiungibile Yukino in "Oregairu"). Umi porta con sé un bagaglio di questioni irrisolte proprio a causa del confronto costante con la sua grande amica Yuu (che poi, se sei consapevole di essere meno dotata dell'amica, ma aspiri in modo infantile ad essere a tutti i costi la sua BFF, come minimo si determina una sindrome di sudditanza psicologica di non poco conto). Vivere all'ombra della presunta perfezione dell'amica, ha infatti generato in Umi una serie di insicurezze croniche che la rendono un personaggio sorprendentemente vulnerabile e autentico, ben lontano dall'archetipo della ragazza popolare monodimensionale (la c.d. "donna che non deve chiedere mai"...)

E così la storia vira man mano verso l'elogio della "medaglia d'argento" (per entrambi, visto che Umi è comunque anche lei una ragazza riconosciuta e ambità per la sua popolarità, ma si "accontenta" scientemente di Maki) e in una sorta di "terapia psicologica di coppia".
La parte più significativa della trama dell'opera risiede nella gestione dei traumi, in particolare quelli del protagonista. La separazione dei genitori di Maki non è un semplice orpello di background, ma una cicatrice che influenza attivamente ogni sua interazione. Il divorzio gli ha insegnato che i legami umani sono fragili e destinati al fallimento. Questo si traduce in una profonda fobia per l'intimità: se l'amore finisce in un'aula di tribunale o in urla domestiche, perché rischiare di innamorarsi al liceo?
Umi, dal canto suo, specchia le paure di Maki. Le sue insicurezze non derivano da un trauma familiare esplosivo, ma da un lento e silenzioso logoramento dell'autostima nel sentirsi costantemente il "premio di consolazione". Entrambi sono terrorizzati dall'idea di non essere abbastanza per l'altro, creando una risonanza emotiva che eleva la scrittura della serie.

Il pregio maggiore della narrazione è il modo in cui il rapporto tra i due si evolve. Dalle partite ai videogiochi dei pomeriggi liberi dopo scuola fino ai primi, timidi, slanci affettivi, la progressione verso la formazione della coppia è organica e matura. Ricorda per certi versi la naturalezza di "Horimiya", totalmente priva di inutili drammi da harem o di fastidiose derive caratteriali esplosive.
In questo percorso, i personaggi secondari – e in particolare i genitori – fungono da architravi tematiche per i protagonisti. I genitori di Maki sono lo spettro del fallimento relazionale, una presenza-assenza che paralizza la capacità del figlio di fidarsi dell'altro sesso. I genitori di Umi, per contrasto, rappresentano quel tipo di pressione sociale silente che impone di mantenere sempre le apparenze e di essere accomodanti. Purtroppo, sebbene l'analisi di queste figure adulte parta da premesse ottime, il loro sviluppo rimane a tratti schematico, venendo piegato più alle necessità di far evolvere la trama dei ragazzi piuttosto che essere esplorato in tutta la sua complessità umana (mi riferisco alla madre di Maki e la sua civettuola insistenza verso Maki).

Se per tre quarti dell'opera, la trama sembra ispirarsi al principio che "l'ambizione alla perfezione è una condanna e accontentarsi del secondo posto è l'inizio della saggezza", il finale mi è parso deludente e didascalico. È nella parte finale che l'opera, incoronando la relazione tra i due, inciampa. Dopo aver costruito una delicata intimità adolescenziale, l'epilogo sbanda verso una morale che abbandona la freschezza del liceo per trasformarsi in una sorta di pubblicità per la famiglia.
Invece di concentrarsi sull'amore ideale, caotico e a volte contraddittorio di due adolescenti, la narrazione si fissa morbosamente sulle gioie di formare un nucleo familiare e sulle prospettive future. È un difetto difficilmente perdonabile che mi richiama alla memoria la pessima seconda stagione di "The Angel Next Door Spoils Me Rotten" (andata in onda nella medesima stagione). Anche in quel caso, avevamo assistito alla trasformazione dei protagonisti da dolci liceali a una stucchevole coppia di mezza età impegnata in un "cosplay" casalingo di epoche ormai remote. In entrambe le serie, un'ossessione didascalica per la maturità precoce e per l'accasamento definitivo finisce per affossare il romanticismo, dimenticando che si sta raccontando la storia di sedicenni, non di trentenni alle prese con la scelta del mutuo.

Così, "I Made Friends with the Second Prettiest Girl in My Class" resta qualcosa di buono e originale a metà (meglio " tre quarti"): un'opera promossa per come gestisce l'avvicinamento psicologico e sentimentale tra due personaggi tutto sommato realistici per come sono tratteggiati, ma inciampa proprio sul traguardo. Allo spettatore resta il piacere del viaggio "emotivo", ma si deve preparare a un epilogo che sembra sussurrare in modo nemmeno tanto velato di iniziare a risparmiare per il passeggino ancor prima di aver superato i test d'ingresso per l'università.