Recensione
Soul Mate
7.5/10
"Oltre le etichette, l'anatomia di un amore cerebrale".
Uscita nella primavera del 2026 sulla nota piattaforma streaming mondiale, "Soul Mate", serie drama giapponese di otto episodi diretti da Shunki Hashizume, mi ha incuriosito per la sua natura che sfugge ai soliti cliché di genere: al termine della visione non riesco a definirla né un "bromance" né tantomeno un "boys love".
L'impressione che mi ha lasciato è quella di un’opera atipica, a tratti anche coraggiosa, perché sembra voler decostruire i cliché che ci si potrebbe attendere da una storia di questo tipo, offrendo un ritratto intimistico, doloroso e profondamente cerebrale dell’amore tra due giovani adulti maschi.
La narrazione si estende su un arco temporale piuttosto ampio (dieci anni), con location eterogenee (Giappone, Corea del Sud e Germania).
Il destino dei due protagonisti si compie in un istante lontano dal Far East: a Berlino si consuma l’incontro casuale tra due anime fragili e tormentate.
Ryu (interpretato da Hayato Isomura), che sta tentando di fare ordine nella sua vita da universitario in Giappone, rischia di perdere la vita in un incendio, ma viene salvato da Johan Hwang (Taecyeon), un pugile sudcoreano disilluso dalla vita e restio a credere nel destino.
A fungere da trait d’union emotivo tra i due è la lingua: Johan parla giapponese grazie alla sua passione per i manga, e le possibili barriere linguistiche e umane vengono superate.
Non sono appassionato di storie omosessuali: ammetto che il mio timore sia quello di incappare in opere che puntano su dinamiche relazionali codificate, tensioni melodrammatiche e cliché romantici rassicuranti.
"Soul Mate", a mio avviso, sceglie una strada diversa per narrare la storia d’amore tra i due protagonisti: l’affetto non nasce dall’attrazione fisica o dal desiderio carnale, ma da una profonda e reciproca comprensione del dolore che hanno sofferto.
Entrambi sono personaggi imperfetti, in un certo senso comuni, minati da fragilità e traumi invisibili a chi li circonda.
Si riconoscono subito perché riescono a percepirsi a vicenda.
Diventano letteralmente un rifugio l’uno per l’altro.
La serie ambisce così a esplorare l’amore nella sua forma più platonica, agapica ed empatica, dimostrando che il sentimento non necessita di effusioni per essere assoluto e profondo.
Anche le storie secondarie offrono uno spaccato commovente sulle famiglie atipiche e sull’accettazione, come dimostrano i genitori di Ryu che accolgono Johan chiamandolo figlio.
"Soul Mate" brilla anche per la sua realizzazione tecnica e interpretativa.
La regia è abile nel filmare i silenzi: luci soffuse, sguardi trattenuti e una fotografia malinconica che racconta ciò che i dialoghi omettono — ciò che generalmente apprezzo maggiormente della cultura cinematografica nipponica di pregio.
Anche la recitazione dei due protagonisti è all’altezza della cifra tecnica della regia: Taecyeon recita in una lingua non propria (il giapponese) e utilizza il coreano solo nei momenti di maggior tensione emotiva, una scelta di discreto impatto per chi riesce ad apprezzarla, ovviamente senza il buon doppiaggio italiano.
Hayato Isomura gli tiene testa brillantemente.
La delicatezza è il punto di forza dell’opera, ma si trasforma anche nel suo tallone d’Achille.
L’impressione durante la visione è che "Soul Mate" sia ambigua in una sorta di “già e non ancora” continuo.
Le vicende tra i due protagonisti soffrono della mancanza di un reale avvicinamento, anche solo a livello di sguardi o discorsi romantici.
Questo eccesso di indecisione potrebbe spazientire gli spettatori abituati a opere più esplicite, con la sensazione che la serie strizzi l’occhio al pubblico BL senza però avere il coraggio di affondare il colpo.
A questo limite si aggiungono una trama un po’ frammentata e un eccesso di dramma: comprimere dieci anni di vita, spostamenti geografici e numerosi personaggi in soli otto episodi rende alcuni passaggi frettolosi, cui si aggiunge l’abuso del melodramma, sottoponendo i protagonisti a una sequela di tragedie forse eccessiva come “deus ex machina” per far procedere la trama in una direzione precisa senza troppe spiegazioni.
Al netto dei limiti evidenziati, "Soul Mate", sebbene troppo timida nell’esplicitare la natura del legame che mette in scena, riesce comunque a rappresentare una riflessione matura sulla solitudine e sulla disperata ricerca di qualcuno a cui affidarsi.
Resta pertanto una visione di pregio, capace di ampliare gli orizzonti del genere e suscitare qualche riflessione sulla funzione salvifica dell’amore.
Uscita nella primavera del 2026 sulla nota piattaforma streaming mondiale, "Soul Mate", serie drama giapponese di otto episodi diretti da Shunki Hashizume, mi ha incuriosito per la sua natura che sfugge ai soliti cliché di genere: al termine della visione non riesco a definirla né un "bromance" né tantomeno un "boys love".
L'impressione che mi ha lasciato è quella di un’opera atipica, a tratti anche coraggiosa, perché sembra voler decostruire i cliché che ci si potrebbe attendere da una storia di questo tipo, offrendo un ritratto intimistico, doloroso e profondamente cerebrale dell’amore tra due giovani adulti maschi.
La narrazione si estende su un arco temporale piuttosto ampio (dieci anni), con location eterogenee (Giappone, Corea del Sud e Germania).
Il destino dei due protagonisti si compie in un istante lontano dal Far East: a Berlino si consuma l’incontro casuale tra due anime fragili e tormentate.
Ryu (interpretato da Hayato Isomura), che sta tentando di fare ordine nella sua vita da universitario in Giappone, rischia di perdere la vita in un incendio, ma viene salvato da Johan Hwang (Taecyeon), un pugile sudcoreano disilluso dalla vita e restio a credere nel destino.
A fungere da trait d’union emotivo tra i due è la lingua: Johan parla giapponese grazie alla sua passione per i manga, e le possibili barriere linguistiche e umane vengono superate.
Non sono appassionato di storie omosessuali: ammetto che il mio timore sia quello di incappare in opere che puntano su dinamiche relazionali codificate, tensioni melodrammatiche e cliché romantici rassicuranti.
"Soul Mate", a mio avviso, sceglie una strada diversa per narrare la storia d’amore tra i due protagonisti: l’affetto non nasce dall’attrazione fisica o dal desiderio carnale, ma da una profonda e reciproca comprensione del dolore che hanno sofferto.
Entrambi sono personaggi imperfetti, in un certo senso comuni, minati da fragilità e traumi invisibili a chi li circonda.
Si riconoscono subito perché riescono a percepirsi a vicenda.
Diventano letteralmente un rifugio l’uno per l’altro.
La serie ambisce così a esplorare l’amore nella sua forma più platonica, agapica ed empatica, dimostrando che il sentimento non necessita di effusioni per essere assoluto e profondo.
Anche le storie secondarie offrono uno spaccato commovente sulle famiglie atipiche e sull’accettazione, come dimostrano i genitori di Ryu che accolgono Johan chiamandolo figlio.
"Soul Mate" brilla anche per la sua realizzazione tecnica e interpretativa.
La regia è abile nel filmare i silenzi: luci soffuse, sguardi trattenuti e una fotografia malinconica che racconta ciò che i dialoghi omettono — ciò che generalmente apprezzo maggiormente della cultura cinematografica nipponica di pregio.
Anche la recitazione dei due protagonisti è all’altezza della cifra tecnica della regia: Taecyeon recita in una lingua non propria (il giapponese) e utilizza il coreano solo nei momenti di maggior tensione emotiva, una scelta di discreto impatto per chi riesce ad apprezzarla, ovviamente senza il buon doppiaggio italiano.
Hayato Isomura gli tiene testa brillantemente.
La delicatezza è il punto di forza dell’opera, ma si trasforma anche nel suo tallone d’Achille.
L’impressione durante la visione è che "Soul Mate" sia ambigua in una sorta di “già e non ancora” continuo.
Le vicende tra i due protagonisti soffrono della mancanza di un reale avvicinamento, anche solo a livello di sguardi o discorsi romantici.
Questo eccesso di indecisione potrebbe spazientire gli spettatori abituati a opere più esplicite, con la sensazione che la serie strizzi l’occhio al pubblico BL senza però avere il coraggio di affondare il colpo.
A questo limite si aggiungono una trama un po’ frammentata e un eccesso di dramma: comprimere dieci anni di vita, spostamenti geografici e numerosi personaggi in soli otto episodi rende alcuni passaggi frettolosi, cui si aggiunge l’abuso del melodramma, sottoponendo i protagonisti a una sequela di tragedie forse eccessiva come “deus ex machina” per far procedere la trama in una direzione precisa senza troppe spiegazioni.
Al netto dei limiti evidenziati, "Soul Mate", sebbene troppo timida nell’esplicitare la natura del legame che mette in scena, riesce comunque a rappresentare una riflessione matura sulla solitudine e sulla disperata ricerca di qualcuno a cui affidarsi.
Resta pertanto una visione di pregio, capace di ampliare gli orizzonti del genere e suscitare qualche riflessione sulla funzione salvifica dell’amore.
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