Recensione
"L’esplosione pulp di un amore tragico".
Lasciati alle spalle i ritmi sincopati della serie del 2022, lo studio Mappa con il film "Chainsaw Man – The Movie: Reze Arc" sembra aver intuito che per trattare l'arco narrativo su "Bomb Girl" dovesse adottare un respiro diverso.
E il risultato mi è sembrato particolarmente riuscito sia dal punto di vista tecnico (Studio Mappa ha abituato bene il pubblico) sia, soprattutto, dal punto di vista della trama. Infatti, in tutte le sue molteplici e contraddittorie sfaccettature, questo lungometraggio è un'opera in grado di rendere in due ore l'eccesso di tutta la dolcezza e tutta la crudeltà di cui è capace Tatsuki Fujimoto, riversando sullo spettatore tutto il dolore intimo dei protagonisti e tutti gli eccessi spettacolari che caratterizzano l'opera cartacea.
Questo lungometraggio riesce a elevare all'ennesima potenza il più grande pregio e, al contempo, il più grande difetto dell'intera serie: l'eccesso. "Reze Arc" è un'opera elegantemente schizofrenica, divisa con l'accetta in due metà che sembrano appartenere a generi diametralmente opposti, ma che collidono creando un cortocircuito emotivo interessante. Si potrebbe sostenere che sia un film che si ispiri all'eccesso come dogma e alla schizofrenia narrativa.
La prima parte del film, sotto la superfice dell'apparente ingenuità del protagonista Denji, è una lente d'ingrandimento sulla sua vulnerabilità umana, un'immersione totale nello "slice of life" e nel "coming of age" sentimentale. Il rapporto che si instaura tra lui e la misteriosa Reze viene costruito con una delicatezza disarmante tenendo conto del contesto dell'opera e della serie. Il punto più alto della "poetica" di questo sotto arco è rappresentato in modo assoluto dalla scena della piscina in cui la trama abbandona i toni cupi, horror e splatter per regalare un momento "sospeso nel tempo", che mi ha richiama alla memoria le atmosfere di "Beck - Mongolian Chop Squad". C'è una miscela perfetta di dolcezza e tensione erotica adolescenziale, in un frangente in cui lo spettatore quasi dimentica di star guardando un anime di tutt'altro genere, cullato dall'illusione che Denji possa finalmente aver trovato il suo angolo di paradiso e un amore diverso da quello di dipendenza da Makima.
All'improvviso arriva puntualmente il punto di rottura. L'illusione svanisce, la vera identità di Reze (il Demone Bomba) si rivela e il film subisce un'accelerazione brutale, trasformandosi in una giostra impazzita di distruzione e morte. La seconda metà del lungometraggio a me è sembrata "pure pulp": si assiste ad una vera e propria inondazione di violenza, adrenalina, umorismo "politically scorrect", volgarità e umorismo da caserma e una narrazione dissacrante, che culmina in una degna e sanguinosa conclusione.
Anche a livello tecnico, le immagini degli scontri abbandonano ogni inibizione: si potrebbe azzardare che si ispirino ad una sorta di estetica della vendetta spicciola e del massacro coreografato alla "easy revenge", richiamando esplicitamente il cinema di Quentin Tarantino (mi riferisco in particolare a "Kill Bill"), dove il sangue sgorga a fiotti e i corpi smembrati diventano elementi di un macabro balletto pop.
Eppure, in mezzo a questo caos, potrebbe emergere anche una profonda riflessione sulla psiche del protagonista. Denji non è un eroe tragico, né un cavaliere senza macchia: è un "baka" guidato dagli istinti più bassi, spinto da un egoismo infantile che sembra iniziare a fare i conti con un'incipiente, anche se distorta e malata, consapevolezza emotiva.
Guardandolo massacrare i suoi nemici (e farsi massacrare), tra risate folli e dolore represso, mi è sorto il dubbio che, per far compiere a questo film il salto qualitativo "definitivo" e e ambire a diventare un capolavoro, Denji avrebbe dovuto forse abbracciare la follia nichilista e diventare l'equivalente anime di Alex DeLarge di "Arancia Meccanica".
Purtroppo Fujimoto ci gioca continuamente, mettendolo davanti a scelte in cui la moralità e la filosofia scompaiono, lasciando spazio solo alla pura sopravvivenza e all'edonismo che tuttavia non sfocia nell'estetica della violenza di S. Kubrick. Non avendo letto il manga, resto curioso di scoprire se, nel prosieguo della storia, Denji sarà curato dalla sua "ultraviolenza" fine a se stessa o se ne diventerà il profeta assoluto.
Dal punto di vista realizzativo, il film è semplicemente superbo anche e oltre il già buon livello raggiunto dalla prima stagione. I combattimenti sono spettacolari, l'uso della CGI è fluida, ben integrata con i fondali in 2D in modo quasi impercettibile. Le musiche accompagnano perfettamente la "dicotomia" del film, passando da tracce acustiche malinconiche e dolci nella prima metà, a distorsioni elettroniche e chitarre pesanti durante il "pandemonio" della seconda parte.
A mio avviso l'epilogo conferisce al film quel tocco "amaro" con un finale malinconico e doloroso. Difficile non cadere nello spoiler, posso solo scrivere che dopo il bagno di sangue, c'è un momento di apparente speranza che mi ha ricordato la chiusura del film "Léon" di Luc Besson del 1994. Come nel cult francese, Reze sembra ad un passo dalla salvezza che non si concretizzerà: i momenti antecedenti l'epilogo amaro sono puro lirismo animato. Una visione dell'ineluttabilità tragica della soglia invalicabile per personaggi il cui destino di morte è scolpito come un'epigrafe funeraria e per il quale non c'è speranza di cambiamento.
Non c'è spazio per la redenzione degli "emarginati". Il sistema è un tritacarne che schiaccia coloro che tentano di sfuggire al proprio ruolo di pedine: in pratica non vince nessuno: il libero arbitrio è sacrificato sull'altare del potere, silenzioso, manipolatore e ineluttabile.
Lasciati alle spalle i ritmi sincopati della serie del 2022, lo studio Mappa con il film "Chainsaw Man – The Movie: Reze Arc" sembra aver intuito che per trattare l'arco narrativo su "Bomb Girl" dovesse adottare un respiro diverso.
E il risultato mi è sembrato particolarmente riuscito sia dal punto di vista tecnico (Studio Mappa ha abituato bene il pubblico) sia, soprattutto, dal punto di vista della trama. Infatti, in tutte le sue molteplici e contraddittorie sfaccettature, questo lungometraggio è un'opera in grado di rendere in due ore l'eccesso di tutta la dolcezza e tutta la crudeltà di cui è capace Tatsuki Fujimoto, riversando sullo spettatore tutto il dolore intimo dei protagonisti e tutti gli eccessi spettacolari che caratterizzano l'opera cartacea.
Questo lungometraggio riesce a elevare all'ennesima potenza il più grande pregio e, al contempo, il più grande difetto dell'intera serie: l'eccesso. "Reze Arc" è un'opera elegantemente schizofrenica, divisa con l'accetta in due metà che sembrano appartenere a generi diametralmente opposti, ma che collidono creando un cortocircuito emotivo interessante. Si potrebbe sostenere che sia un film che si ispiri all'eccesso come dogma e alla schizofrenia narrativa.
La prima parte del film, sotto la superfice dell'apparente ingenuità del protagonista Denji, è una lente d'ingrandimento sulla sua vulnerabilità umana, un'immersione totale nello "slice of life" e nel "coming of age" sentimentale. Il rapporto che si instaura tra lui e la misteriosa Reze viene costruito con una delicatezza disarmante tenendo conto del contesto dell'opera e della serie. Il punto più alto della "poetica" di questo sotto arco è rappresentato in modo assoluto dalla scena della piscina in cui la trama abbandona i toni cupi, horror e splatter per regalare un momento "sospeso nel tempo", che mi ha richiama alla memoria le atmosfere di "Beck - Mongolian Chop Squad". C'è una miscela perfetta di dolcezza e tensione erotica adolescenziale, in un frangente in cui lo spettatore quasi dimentica di star guardando un anime di tutt'altro genere, cullato dall'illusione che Denji possa finalmente aver trovato il suo angolo di paradiso e un amore diverso da quello di dipendenza da Makima.
All'improvviso arriva puntualmente il punto di rottura. L'illusione svanisce, la vera identità di Reze (il Demone Bomba) si rivela e il film subisce un'accelerazione brutale, trasformandosi in una giostra impazzita di distruzione e morte. La seconda metà del lungometraggio a me è sembrata "pure pulp": si assiste ad una vera e propria inondazione di violenza, adrenalina, umorismo "politically scorrect", volgarità e umorismo da caserma e una narrazione dissacrante, che culmina in una degna e sanguinosa conclusione.
Anche a livello tecnico, le immagini degli scontri abbandonano ogni inibizione: si potrebbe azzardare che si ispirino ad una sorta di estetica della vendetta spicciola e del massacro coreografato alla "easy revenge", richiamando esplicitamente il cinema di Quentin Tarantino (mi riferisco in particolare a "Kill Bill"), dove il sangue sgorga a fiotti e i corpi smembrati diventano elementi di un macabro balletto pop.
Eppure, in mezzo a questo caos, potrebbe emergere anche una profonda riflessione sulla psiche del protagonista. Denji non è un eroe tragico, né un cavaliere senza macchia: è un "baka" guidato dagli istinti più bassi, spinto da un egoismo infantile che sembra iniziare a fare i conti con un'incipiente, anche se distorta e malata, consapevolezza emotiva.
Guardandolo massacrare i suoi nemici (e farsi massacrare), tra risate folli e dolore represso, mi è sorto il dubbio che, per far compiere a questo film il salto qualitativo "definitivo" e e ambire a diventare un capolavoro, Denji avrebbe dovuto forse abbracciare la follia nichilista e diventare l'equivalente anime di Alex DeLarge di "Arancia Meccanica".
Purtroppo Fujimoto ci gioca continuamente, mettendolo davanti a scelte in cui la moralità e la filosofia scompaiono, lasciando spazio solo alla pura sopravvivenza e all'edonismo che tuttavia non sfocia nell'estetica della violenza di S. Kubrick. Non avendo letto il manga, resto curioso di scoprire se, nel prosieguo della storia, Denji sarà curato dalla sua "ultraviolenza" fine a se stessa o se ne diventerà il profeta assoluto.
Dal punto di vista realizzativo, il film è semplicemente superbo anche e oltre il già buon livello raggiunto dalla prima stagione. I combattimenti sono spettacolari, l'uso della CGI è fluida, ben integrata con i fondali in 2D in modo quasi impercettibile. Le musiche accompagnano perfettamente la "dicotomia" del film, passando da tracce acustiche malinconiche e dolci nella prima metà, a distorsioni elettroniche e chitarre pesanti durante il "pandemonio" della seconda parte.
A mio avviso l'epilogo conferisce al film quel tocco "amaro" con un finale malinconico e doloroso. Difficile non cadere nello spoiler, posso solo scrivere che dopo il bagno di sangue, c'è un momento di apparente speranza che mi ha ricordato la chiusura del film "Léon" di Luc Besson del 1994. Come nel cult francese, Reze sembra ad un passo dalla salvezza che non si concretizzerà: i momenti antecedenti l'epilogo amaro sono puro lirismo animato. Una visione dell'ineluttabilità tragica della soglia invalicabile per personaggi il cui destino di morte è scolpito come un'epigrafe funeraria e per il quale non c'è speranza di cambiamento.
Non c'è spazio per la redenzione degli "emarginati". Il sistema è un tritacarne che schiaccia coloro che tentano di sfuggire al proprio ruolo di pedine: in pratica non vince nessuno: il libero arbitrio è sacrificato sull'altare del potere, silenzioso, manipolatore e ineluttabile.
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