Recensione
Sayuri
6.5/10
Il film in questione, tratto da un manga che ho letto ma di cui non ricordo abbastanza per fare raffronti, è diretto da Koji Shirashi, uno dei registi della “new wave” dell’horror giapponese iniziata nel 1998 con il primo Ringu.
Nel corso degli anni si è dimostrato un prolifico, abile e discontinuo artigiano del cinema, capace di realizzare film sia belli che brutti, oppure opere nella media: non sgradevoli e neppure eccezionali, ma comunque capaci di offrire qualche elemento interessante.
Sayuri appartiene a quest’ultima categoria ed è suddiviso in due parti nettamente distinte.
La prima segue maggiormente i criteri classici del J‑horror (criteri a cui lo stesso Shirashi ha contribuito) e proprio per questo ha il difetto di una notevole prevedibilità nello svolgimento dei fatti, rendendo difficile creare una grande tensione.
Allo stesso tempo, però, evita la noia grazie alla curiosità che si sviluppa intorno al mistero della casa: curiosità che non riguarda tanto il tipo di minaccia — piuttosto ovvio — quanto il modo in cui viene strutturata in questa ennesima versione.
Sono presenti anche momenti di violenza abbastanza disturbante (buoni, per un horror) e una auto‑citazione di Shirashi: una sequenza sulle scale ripresa pari pari dal suo film del 2005, Ju‑Rei (altro esempio di film “mediano”).
Quando inizia la seconda parte del film, la visione è spiazzante: Shirashi fa entrare in scena davvero la nonna del protagonista, e lo fa in un modo che sembra quasi voler sfidare la cupezza e l’inesorabilità del male tipiche del genere, e che lui stesso aveva seguito nel segmento precedente.
L’atmosfera diventa molto più vitale: questa anziana, in quanto a determinazione, farebbe impallidire persino Rambo; la fotografia si arricchisce di colori e le musiche diventano più energiche mentre ci si prepara a combattere la maledizione.
Il risultato finale di questa parte è ambivalente: da un lato rischia il ridicolo, perché un simile atteggiamento determinato dopo tante tragedie può sembrare inverosimile; dall’altro lato, però, questo sviluppo inaspettato aumenta la curiosità su come si concluderà il tutto.
Lo scontro finale, in generale, intrattiene: c’è una violenza sufficientemente estrema, adatta al genere, e la storia da cui ha origine la maledizione è davvero un dramma cupo.
Peccato che tale cupezza resti più sulla carta che altro, come se la narrazione riuscisse a far comprendere cosa è successo senza però coinvolgere emotivamente.
Viene inserita anche una storia d’amore che purtroppo non convince molto, perché trattata in maniera piuttosto superficiale.
Riguardo la recitazione, siamo nella norma, nonostante l’interprete del nipote Norio (Ryōka Minamide) a volte abbia un’espressione che dovrebbe essere sconvolta e invece risulta buffa.
Gli effetti speciali sono abbastanza efficaci, nonostante una CGI alquanto finta.
In definitiva, Sayuri si può definire in larga misura un titolo nella media: intrattiene davvero, ma senza essere memorabile.
Vorrebbe essere anche qualcosa di diverso dal solito e qualche volta ci riesce, quindi può risultare una visione che in parte sorprende.
Metto voto 6,5, ma si colloca più tra questo e il 6.
Nel corso degli anni si è dimostrato un prolifico, abile e discontinuo artigiano del cinema, capace di realizzare film sia belli che brutti, oppure opere nella media: non sgradevoli e neppure eccezionali, ma comunque capaci di offrire qualche elemento interessante.
Sayuri appartiene a quest’ultima categoria ed è suddiviso in due parti nettamente distinte.
La prima segue maggiormente i criteri classici del J‑horror (criteri a cui lo stesso Shirashi ha contribuito) e proprio per questo ha il difetto di una notevole prevedibilità nello svolgimento dei fatti, rendendo difficile creare una grande tensione.
Allo stesso tempo, però, evita la noia grazie alla curiosità che si sviluppa intorno al mistero della casa: curiosità che non riguarda tanto il tipo di minaccia — piuttosto ovvio — quanto il modo in cui viene strutturata in questa ennesima versione.
Sono presenti anche momenti di violenza abbastanza disturbante (buoni, per un horror) e una auto‑citazione di Shirashi: una sequenza sulle scale ripresa pari pari dal suo film del 2005, Ju‑Rei (altro esempio di film “mediano”).
Quando inizia la seconda parte del film, la visione è spiazzante: Shirashi fa entrare in scena davvero la nonna del protagonista, e lo fa in un modo che sembra quasi voler sfidare la cupezza e l’inesorabilità del male tipiche del genere, e che lui stesso aveva seguito nel segmento precedente.
L’atmosfera diventa molto più vitale: questa anziana, in quanto a determinazione, farebbe impallidire persino Rambo; la fotografia si arricchisce di colori e le musiche diventano più energiche mentre ci si prepara a combattere la maledizione.
Il risultato finale di questa parte è ambivalente: da un lato rischia il ridicolo, perché un simile atteggiamento determinato dopo tante tragedie può sembrare inverosimile; dall’altro lato, però, questo sviluppo inaspettato aumenta la curiosità su come si concluderà il tutto.
Lo scontro finale, in generale, intrattiene: c’è una violenza sufficientemente estrema, adatta al genere, e la storia da cui ha origine la maledizione è davvero un dramma cupo.
Peccato che tale cupezza resti più sulla carta che altro, come se la narrazione riuscisse a far comprendere cosa è successo senza però coinvolgere emotivamente.
Viene inserita anche una storia d’amore che purtroppo non convince molto, perché trattata in maniera piuttosto superficiale.
Riguardo la recitazione, siamo nella norma, nonostante l’interprete del nipote Norio (Ryōka Minamide) a volte abbia un’espressione che dovrebbe essere sconvolta e invece risulta buffa.
Gli effetti speciali sono abbastanza efficaci, nonostante una CGI alquanto finta.
In definitiva, Sayuri si può definire in larga misura un titolo nella media: intrattiene davvero, ma senza essere memorabile.
Vorrebbe essere anche qualcosa di diverso dal solito e qualche volta ci riesce, quindi può risultare una visione che in parte sorprende.
Metto voto 6,5, ma si colloca più tra questo e il 6.
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