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GIOVEDÌ 27 AGOSTO 2026

Recensione


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"Il gioco dell'amore tra predestinazione e insicurezze".

Nel sovraffollato panorama delle commedie romantiche scolastiche, trovare un'opera che sappia bilanciare originalità, freschezza e cliché non è un'impresa facile. L'adattamento anime in 12 episodi di "I Want to End This Love Game" ("Aishiteru Game wo Owarasetai"), prodotto dallo Studio Felix Film, sembra riuscire a ritagliarsi un posto tra le serie anime da ricordare, senza sconfinare in giudizi trionfalistici o esagerati. Probabilmente la serie sembra collocarsi per l'originalità della premessa tra "Kaguya-sama: Love Is War" e "Pseudo-Harem", da cui sembra ereditare anche la tenera teatralità bi-direzionale.

Il tropo degli "osananajimi" ("amici d'infanzia") è un cliché classico degli anime romantici nipponici. In questa serie, la solita dinamica viene per così dire rinfrescata dal "gioco del ti amo": una sfida iniziata tra i due protagonisti in tenera età e la sua dinamica è quantomai semplice: il primo che si imbarazza pesantemente alle provocazioni dell'altro/a perde.
Quella che nasce come una banale e un po' infantile sfida tra bambini diventa, negli anni delle superiori, uno scudo emotivo alle profonde e classiche insicurezze dei protagonisti.
Il senso di predestinazione tra i due è palese: sono fatti l'uno per l'altra e tutti coloro che li circondano se ne rendono conto e danno per scontato che diventeranno una coppia. Tuttavia, proprio la longevità del loro legame li terrorizza e blocca: confessare i propri veri sentimenti significherebbe distruggere lo status quo di un'amicizia vitale. Il gioco diventa quindi l'unico modo per loro per esplorare un'intimità che altrimenti non saprebbero gestire, un next level che li terrorizza ma anche li attira l'uno verso l'altra.

Il mio timore su questa serie era quello di incappare nel rischio di una serie che si inventava ogni forma di gioco (anche quelle più stupide e surreali) per mantenere un perenne e stucchevole limbo tra i due predestinati.
E invece mi sono dovuto ricredere: il punto di forza della serie risiede nell'equilibrio instabile, schizofrenico e tipicamente adolescenziale tra i due protagonisti.
Yukiya, dopo aver provato a scrollarsi di dosso la classica immagine del nerd introverso, cerca disperatamente di assumere un'aura distaccata e matura. Per far capitolare l'amica studia meticolosamente le mosse anche dai manga shojo (incredibilmente comico e tenero l'ep sul loro appuntamento), ma dietro questa facciata nasconde un affetto sincero e una vulnerabilità cronica alle provocazioni.
Miku è la solita classica estroversa, popolare, adorabile ma anche implacabile, nel senso della pervicace insistenza con cui attua le sue provocazioni in modo quasi spietato. Purtroppo per lei (e per fortuna dello spettatore) la sua sicurezza è solo uno specchietto per le allodole e un'arma a doppio taglio: è sostanzialmente innamorata di Yukiya da sempre, e i suoi assalti frontali sono spesso un disperato tentativo di nascondere, in principal modo a se stessa, i suoi sentimenti.

In questo "tira e molla", costruito per tre quarti della serie alternando momenti di buona comicità, per fortuna la serie costruisce un percorso per raggiungere il c.d. apice emotivo, che si realizza negli ultimi tre episodi, in cui compie il salto di qualità.
La scena del bacio sfiorato più volte (e in parte anche rubato) tramite il gioco dei Pokito (il c.d. "Pocky Game") mi è sembrata una delle sequenze più registicamente intense nella storia recente degli anime di genere. La tensione, accumulata in minuti di sguardi e mezze frasi, esplode in uno spazio ravvicinato dove le regole del gioco crollano, lasciando spazio unicamente a quell'istinto represso tante volte dai due protagonisti. Le scene sono state realizzate con una cura e tempi cinematografici, qualità rara per le serie anime che cercano di condensare tutto e accelerare sempre al massimo, al costo di risultare superficiali. Questa intensità culmina in una dichiarazione finale atipica. È una chiusura definibile latamente "aperta": non fornisce la risoluzione totale che i puristi delle rom-com potrebbero pretendere, ma segna un punto di non ritorno piuttosto chiaro. È una presa di coscienza dei due protagonisti che cambia inesorabilmente le loro interazioni lasciando del potenziale narrativo per un eventuale futuro.

In un contesto di rom-com scolastiche più o meno sempre uguali a se stesse, "I Want to End This Love Game" è apprezzabile perché i due protagonisti si alternano nel loro gioco in cui nessuno dei due è la vittima fissa per poi culminare in una gestione degli equivoci fatta di silenzi e sguardi (la scena dei Pokito è paradigmatica) di livello apprezzabilissimo. Di contro, questa serie sembra incorrere nei primi episodi nel rischio della ripetitività: La struttura "a sfide" può apparire episodica, autoconclusiva e ciclica prima che la trama emotiva prenda il sopravvento negli ultimi tre episodi. E in generale, il focus sui due protagonisti non permette uno sviluppo apprezzabile di altri personaggi.

Azzardando qualche paragone ad opere contemporanee, "I Want to End This Love Game" sembra mutuare dal masterpiece di Aka Akasaka (alludo a "Kaguya-sama") l'idea che confessare i propri sentimenti equivalga a una sconfitta, mascherando l'orgoglio con un gioco strategico mentre da *Pseudo-Harem* prende in prestito la dolcezza e l'aspetto recitativo: Yukiya e Miku recitano una parte per testare l'altro in una confort zone.

Dal punto di vista tecnico, non penso si possa sostenere che rappresenti una produzione caratterizzata da virtuosismi tecnici eccezionali. L'adattamento è un progetto essenziale ma comunque registicamente curato. In fondo il leit motiv dell'opera non richiedeva animazioni iper-dinamiche e colori pop (tipici di altre serie coeve), ma la capacità di inquadrare in modo ravvicinato, intimo e corretto le esitazioni sentimentali dei due protagonisti.

Pertanto, posso solo consigliare a coloro che vorranno accingersi alla visione di non fermarsi ai primi episodi ma di arrivare fino al termine: la pazienza dimostrerà il valore di quest'opera che non ha timore di mostrare la vulnerabilità nascosta dietro la comica "provocazione" in amore.