Recensione
Demokratia
7.5/10
Recensione di DarkSoulRead
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Negli ultimi anni il mondo è cambiato a una velocità incalcolabile. L’avvento di Internet e dei social network ha trasformato radicalmente le nostre abitudini, il modo in cui comunichiamo e persino il modo in cui costruiamo la nostra identità. Tecnologie che fino a pochi decenni fa appartenevano alla fantascienza sono oggi parte integrante della quotidianità, offrendo agli autori la possibilità di esplorare scenari un tempo considerati soltanto utopie futuristiche e che oggi appaiono sempre più concreti.
Eppure, nonostante la loro presenza pervasiva, letteratura e cinema hanno ancora raccontato relativamente poco questa nuova realtà. È curioso quanto sia ancora raro imbattersi in personaggi che vivano i social con la stessa naturalezza con cui li viviamo noi: che pubblichino una storia su Instagram, scorrano distrattamente i reel o controllino il numero dei propri follower. Opere come “Eddington” di Ari Aster rimangono ancora eccezioni alla regola.
Motoro Mase, talentuoso mangaka già autore del celebre “Ikigami”, prova a sondare proprio questo terreno con “Dēmokratia”, un’opera che esplora il rapporto tra tecnologia, progresso e società, interrogandosi su cosa potrebbe accadere quando le decisioni di una macchina vengono affidate non a un singolo individuo, ma alla volontà collettiva.
Maezawa e Iguma sono due giovani ricercatori universitari che decidono di mettere insieme le proprie conoscenze per realizzare Mai, un androide dalle sembianze femminili. La particolarità del progetto risiede nel modo in cui vengono gestite le sue azioni: attraverso un’applicazione chiamata Dēmokratía, tremila utenti scelti casualmente possono esprimere in tempo reale la propria preferenza, lasciando che sia la maggioranza a stabilire come Mai debba comportarsi. Nessun individuo possiede il controllo assoluto della macchina, ma ogni decisione nasce dalla somma delle volontà degli utenti. A ogni votazione, alle tre opzioni maggiormente proposte se ne aggiungono altre due suggerite da un singolo utente, per un totale di cinque possibilità tra cui scegliere l’azione da far compiere all’androide. In questo modo il sistema non si affida esclusivamente alla volontà della maggioranza, ma lascia spazio anche alle intuizioni individuali, nella convinzione che spesso un’idea brillante possa nascere proprio da un lampo di genio a cui nessun altro aveva pensato.
Gli utenti non contribuiscono però soltanto alle decisioni: Mai può infatti apprendere dalle loro conoscenze e competenze, assimilando abilità che spaziano dalle arti marziali alle manovre di rianimazione.
Dietro questo ambizioso progetto si nasconde un obiettivo ancora più grande: arrivare alla creazione dell’essere perfetto, sfruttando la tecnologia per superare i limiti della natura.
La cinica penna di Motoro Mase danza disinvolta nell’oscurità del Matrix, tra identità digitale e cyberbullismo, affrontando ideologie radicali ed estremiste che sfociano nel razzismo e nel terrorismo, per confezionare un thriller tecnologico d’autore carico di brio e suspense, degno dei migliori episodi di “Black Mirror”.
Tra i temi portanti dell’opera spicca una lucida riflessione sulla democrazia e sulle sue intrinseche fragilità: un sistema che, pur fondandosi sulla volontà della maggioranza, non è necessariamente sinonimo di giustizia, buon senso o verità. Mase mette così in discussione i limiti della decisione collettiva, mostrando quanto facilmente il consenso possa trasformarsi in conformismo, quanto l’opinione della maggioranza possa essere manipolata e quanto sia labile il confine tra libertà individuale e responsabilità collettiva.
Ed è proprio sul terreno della responsabilità che la riflessione del mangaka si fa particolarmente interessante: quando il peso di una decisione viene distribuito tra tremila persone, la colpa individuale sembra inevitabilmente attenuarsi, anche di fronte ad azioni terribili. Sapere di non essere l’unico responsabile rende infatti più facile compiere scelte che, prese individualmente, risulterebbero molto più difficili da accettare.
È un meccanismo che richiama inevitabilmente il celebre dilemma del carrello: se un treno sta per travolgere cinque persone e azionando una leva è possibile deviarlo su un altro binario, dove ne morirà soltanto una, il calcolo utilitaristico suggerirebbe di intervenire e salvare quattro vite. Eppure, azionando quella leva, si diventa direttamente responsabili della morte di quella singola persona; lasciando invece che il treno prosegua, si sceglie di non intervenire, demandando l’esito a un evento già in corso. È proprio questa ambiguità morale a essere particolarmente interessante in “Dēmokratia”: quando una decisione viene presa collettivamente, il confine tra responsabilità individuale e responsabilità condivisa diventa molto più sfumato, fino al punto in cui nessuno sembra sentirsi davvero colpevole.
Ciò in cui eccelle indubbiamente l’autore è nella costruzione dei suoi plot. “Heads” e soprattutto “Ikigami” partivano da premesse geniali e da incipit folgoranti, capaci di alimentare grandi aspettative, che gli sviluppi e soprattutto le risoluzioni finali non riuscivano però sempre a soddisfare pienamente. Anche “Dēmokratia” parte da un’idea di grande forza e da un incipit capace di catturare immediatamente l’attenzione, ma, con il procedere della storia, la brillantezza delle premesse tende in parte ad affievolirsi, fino a una risoluzione finale che, pur coerente con quanto costruito, risulta piuttosto prevedibile rispetto alle potenzialità dell’idea di partenza. Non mancano i cliffhanger, né alcune side story gestite in maniera del tutto imprevedibile, ma, per un lettore smaliziato, il cuore della vicenda e soprattutto la direzione dell’epilogo finiscono per risultare piuttosto telefonati.
Un epilogo che, peraltro, tende a calcare fin troppo la mano, spingendo gli eventi verso esiti tanto spettacolari quanto sopra le righe. La brevità del manga rappresenta inoltre un’arma a doppio taglio: se da un lato contribuisce a mantenere serrato il ritmo della narrazione, dall’altro non concede a tutti i personaggi lo spazio necessario per svilupparsi compiutamente, lasciando alcune figure inevitabilmente più abbozzate di altre. A incrinare ulteriormente la sospensione dell’incredulità è poi il meccanismo stesso attraverso cui vengono impartiti i comandi all’androide. Le decisioni devono essere formulate e votate mentre l’azione procede in tempo reale, e la velocità con cui si susseguono questi passaggi finisce per risultare poco plausibile: più che una folla chiamata a prendere decisioni collettive, sembra quasi che migliaia di persone stiano pilotando manualmente lo stesso corpo robotico.
Sul piano grafico, Mase non sembra aver compiuto particolari passi avanti rispetto a “Ikigami”. Il tratto rimane piuttosto funzionale e poco ricercato, ma si dimostra efficace nel sostenere una narrazione ben ritmata. A compensare una certa staticità stilistica intervengono gli sfondi, realizzati a partire da fotografie e capaci di restituire ambientazioni credibili e immersive. Le tavole sono inoltre dinamiche, pulite e sempre facilmente leggibili, anche nelle sequenze più concitate, grazie a una regia agile che permette di seguire senza difficoltà l’azione e i movimenti dei personaggi.
Nel secondo volume trovano spazio anche due racconti autoconclusivi, “Robot” e “Smoke”, entrambi particolarmente ispirati e capaci di dimostrare ancora una volta l’estro creativo dell’autore. Due brevi digressioni che, pur distaccandosi dalla vicenda principale, ne condividono le inquietudini e l’interesse per il rapporto tra tecnologia e natura umana.
È in questa dimensione che “Dēmokratia” richiama alla mente Philip K. Dick, soprattutto per la capacità di utilizzare la fantascienza come lente deformante attraverso cui osservare il presente. Al centro non c’è tanto la tecnologia in sé, quanto il modo in cui essa finisce per mettere in crisi le nostre certezze, alterando la percezione della realtà e il concetto stesso di identità. Mase raccoglie queste suggestioni e le trasporta nell’era dei social network e della partecipazione digitale. Pubblicato nel 2013, il manga assume una sorprendente valenza anticipatoria: l’idea di un’intelligenza artificiale alimentata dalle conoscenze e dalle decisioni di migliaia di persone appare oggi molto meno fantascientifica di quanto potesse sembrare tredici anni fa. È proprio la lungimiranza dell’autore, nel prefigurare un futuro che, sotto molti aspetti, ha già iniziato a bussare alla nostra porta, a rendere “Dēmokratia” un’opera avanguardistica, capace di inquietare e far riflettere sulle trasformazioni tecnologiche e sociali che stanno ridisegnando il nostro presente.
“Veniamo quotidianamente investiti da una quantità infinita di informazioni, ma non ci bastano mai. Continuiamo a desiderarne altre e le cerchiamo avidamente. Le usiamo per compensare le conoscenze e le esperienze che ci mancano. In base ad esse decidiamo il comportamento da tenere, senza controllare se quelle informazioni siano giuste o meno. Forse, fin dall’inizio, l’idea di poter creare l’essere umano definitivo mettendo insieme, attraverso il voto di maggioranza, la coscienza collettiva di un gruppo di persone era soltanto un sogno irrealizzabile. In fondo, l’esistenza di ogni singola persona è già un miracolo, è già definitiva. Forse l’umanoide non era l’essere umano definitivo. Forse noi, che viviamo ognuno la propria vita, siamo il robot umanoide definitivo.”
Eppure, nonostante la loro presenza pervasiva, letteratura e cinema hanno ancora raccontato relativamente poco questa nuova realtà. È curioso quanto sia ancora raro imbattersi in personaggi che vivano i social con la stessa naturalezza con cui li viviamo noi: che pubblichino una storia su Instagram, scorrano distrattamente i reel o controllino il numero dei propri follower. Opere come “Eddington” di Ari Aster rimangono ancora eccezioni alla regola.
Motoro Mase, talentuoso mangaka già autore del celebre “Ikigami”, prova a sondare proprio questo terreno con “Dēmokratia”, un’opera che esplora il rapporto tra tecnologia, progresso e società, interrogandosi su cosa potrebbe accadere quando le decisioni di una macchina vengono affidate non a un singolo individuo, ma alla volontà collettiva.
Maezawa e Iguma sono due giovani ricercatori universitari che decidono di mettere insieme le proprie conoscenze per realizzare Mai, un androide dalle sembianze femminili. La particolarità del progetto risiede nel modo in cui vengono gestite le sue azioni: attraverso un’applicazione chiamata Dēmokratía, tremila utenti scelti casualmente possono esprimere in tempo reale la propria preferenza, lasciando che sia la maggioranza a stabilire come Mai debba comportarsi. Nessun individuo possiede il controllo assoluto della macchina, ma ogni decisione nasce dalla somma delle volontà degli utenti. A ogni votazione, alle tre opzioni maggiormente proposte se ne aggiungono altre due suggerite da un singolo utente, per un totale di cinque possibilità tra cui scegliere l’azione da far compiere all’androide. In questo modo il sistema non si affida esclusivamente alla volontà della maggioranza, ma lascia spazio anche alle intuizioni individuali, nella convinzione che spesso un’idea brillante possa nascere proprio da un lampo di genio a cui nessun altro aveva pensato.
Gli utenti non contribuiscono però soltanto alle decisioni: Mai può infatti apprendere dalle loro conoscenze e competenze, assimilando abilità che spaziano dalle arti marziali alle manovre di rianimazione.
Dietro questo ambizioso progetto si nasconde un obiettivo ancora più grande: arrivare alla creazione dell’essere perfetto, sfruttando la tecnologia per superare i limiti della natura.
La cinica penna di Motoro Mase danza disinvolta nell’oscurità del Matrix, tra identità digitale e cyberbullismo, affrontando ideologie radicali ed estremiste che sfociano nel razzismo e nel terrorismo, per confezionare un thriller tecnologico d’autore carico di brio e suspense, degno dei migliori episodi di “Black Mirror”.
Tra i temi portanti dell’opera spicca una lucida riflessione sulla democrazia e sulle sue intrinseche fragilità: un sistema che, pur fondandosi sulla volontà della maggioranza, non è necessariamente sinonimo di giustizia, buon senso o verità. Mase mette così in discussione i limiti della decisione collettiva, mostrando quanto facilmente il consenso possa trasformarsi in conformismo, quanto l’opinione della maggioranza possa essere manipolata e quanto sia labile il confine tra libertà individuale e responsabilità collettiva.
Ed è proprio sul terreno della responsabilità che la riflessione del mangaka si fa particolarmente interessante: quando il peso di una decisione viene distribuito tra tremila persone, la colpa individuale sembra inevitabilmente attenuarsi, anche di fronte ad azioni terribili. Sapere di non essere l’unico responsabile rende infatti più facile compiere scelte che, prese individualmente, risulterebbero molto più difficili da accettare.
È un meccanismo che richiama inevitabilmente il celebre dilemma del carrello: se un treno sta per travolgere cinque persone e azionando una leva è possibile deviarlo su un altro binario, dove ne morirà soltanto una, il calcolo utilitaristico suggerirebbe di intervenire e salvare quattro vite. Eppure, azionando quella leva, si diventa direttamente responsabili della morte di quella singola persona; lasciando invece che il treno prosegua, si sceglie di non intervenire, demandando l’esito a un evento già in corso. È proprio questa ambiguità morale a essere particolarmente interessante in “Dēmokratia”: quando una decisione viene presa collettivamente, il confine tra responsabilità individuale e responsabilità condivisa diventa molto più sfumato, fino al punto in cui nessuno sembra sentirsi davvero colpevole.
Ciò in cui eccelle indubbiamente l’autore è nella costruzione dei suoi plot. “Heads” e soprattutto “Ikigami” partivano da premesse geniali e da incipit folgoranti, capaci di alimentare grandi aspettative, che gli sviluppi e soprattutto le risoluzioni finali non riuscivano però sempre a soddisfare pienamente. Anche “Dēmokratia” parte da un’idea di grande forza e da un incipit capace di catturare immediatamente l’attenzione, ma, con il procedere della storia, la brillantezza delle premesse tende in parte ad affievolirsi, fino a una risoluzione finale che, pur coerente con quanto costruito, risulta piuttosto prevedibile rispetto alle potenzialità dell’idea di partenza. Non mancano i cliffhanger, né alcune side story gestite in maniera del tutto imprevedibile, ma, per un lettore smaliziato, il cuore della vicenda e soprattutto la direzione dell’epilogo finiscono per risultare piuttosto telefonati.
Un epilogo che, peraltro, tende a calcare fin troppo la mano, spingendo gli eventi verso esiti tanto spettacolari quanto sopra le righe. La brevità del manga rappresenta inoltre un’arma a doppio taglio: se da un lato contribuisce a mantenere serrato il ritmo della narrazione, dall’altro non concede a tutti i personaggi lo spazio necessario per svilupparsi compiutamente, lasciando alcune figure inevitabilmente più abbozzate di altre. A incrinare ulteriormente la sospensione dell’incredulità è poi il meccanismo stesso attraverso cui vengono impartiti i comandi all’androide. Le decisioni devono essere formulate e votate mentre l’azione procede in tempo reale, e la velocità con cui si susseguono questi passaggi finisce per risultare poco plausibile: più che una folla chiamata a prendere decisioni collettive, sembra quasi che migliaia di persone stiano pilotando manualmente lo stesso corpo robotico.
Sul piano grafico, Mase non sembra aver compiuto particolari passi avanti rispetto a “Ikigami”. Il tratto rimane piuttosto funzionale e poco ricercato, ma si dimostra efficace nel sostenere una narrazione ben ritmata. A compensare una certa staticità stilistica intervengono gli sfondi, realizzati a partire da fotografie e capaci di restituire ambientazioni credibili e immersive. Le tavole sono inoltre dinamiche, pulite e sempre facilmente leggibili, anche nelle sequenze più concitate, grazie a una regia agile che permette di seguire senza difficoltà l’azione e i movimenti dei personaggi.
Nel secondo volume trovano spazio anche due racconti autoconclusivi, “Robot” e “Smoke”, entrambi particolarmente ispirati e capaci di dimostrare ancora una volta l’estro creativo dell’autore. Due brevi digressioni che, pur distaccandosi dalla vicenda principale, ne condividono le inquietudini e l’interesse per il rapporto tra tecnologia e natura umana.
È in questa dimensione che “Dēmokratia” richiama alla mente Philip K. Dick, soprattutto per la capacità di utilizzare la fantascienza come lente deformante attraverso cui osservare il presente. Al centro non c’è tanto la tecnologia in sé, quanto il modo in cui essa finisce per mettere in crisi le nostre certezze, alterando la percezione della realtà e il concetto stesso di identità. Mase raccoglie queste suggestioni e le trasporta nell’era dei social network e della partecipazione digitale. Pubblicato nel 2013, il manga assume una sorprendente valenza anticipatoria: l’idea di un’intelligenza artificiale alimentata dalle conoscenze e dalle decisioni di migliaia di persone appare oggi molto meno fantascientifica di quanto potesse sembrare tredici anni fa. È proprio la lungimiranza dell’autore, nel prefigurare un futuro che, sotto molti aspetti, ha già iniziato a bussare alla nostra porta, a rendere “Dēmokratia” un’opera avanguardistica, capace di inquietare e far riflettere sulle trasformazioni tecnologiche e sociali che stanno ridisegnando il nostro presente.
“Veniamo quotidianamente investiti da una quantità infinita di informazioni, ma non ci bastano mai. Continuiamo a desiderarne altre e le cerchiamo avidamente. Le usiamo per compensare le conoscenze e le esperienze che ci mancano. In base ad esse decidiamo il comportamento da tenere, senza controllare se quelle informazioni siano giuste o meno. Forse, fin dall’inizio, l’idea di poter creare l’essere umano definitivo mettendo insieme, attraverso il voto di maggioranza, la coscienza collettiva di un gruppo di persone era soltanto un sogno irrealizzabile. In fondo, l’esistenza di ogni singola persona è già un miracolo, è già definitiva. Forse l’umanoide non era l’essere umano definitivo. Forse noi, che viviamo ognuno la propria vita, siamo il robot umanoide definitivo.”