Recensione
L'amore lontano dalla città
5.5/10
«Quando gli adulti tornano all’asilo nido (e i bambini dispensano consigli in amore…)»
Se si è alla ricerca di un k‑drama che faccia seriamente dubitare del concetto di maturità cerebrale proporzionale all’età anagrafica dei protagonisti, "L’amore lontano dalla città" è un must watch.
In soli dodici episodi, questa serie live action sudcoreana riesce nell’ardua impresa di ridefinire il concetto di ingenuità, elevandola da semplice cliché a vero e proprio stile di vita.
Una visione leggera, fluida e assolutamente priva di guizzi narrativi, che si regge su fondamenta drammaturgiche fatte di dolcezza, puerilità, vita spensierata e amnesie selettive.
Al centro della scena troviamo una coppia di protagonisti che sembrano aver saltato a piè pari la complessa fase dello sviluppo emotivo adolescenziale, come se si fossero fermati all’età prepubere.
La dinamica romantica si sviluppa interamente attraverso battibecchi continui, bronci ingiustificati e goffe ritirate, regalando allo spettatore uno spettacolo singolare: due adulti, almeno per la prova del carbonio 14, che si comportano in modo infinitamente più infantile dei bambini del villaggio.
Questi ultimi finiscono paradossalmente per assumere il ruolo di saggi mentori: piccoli filosofi pragmatici costretti a guardare dall’alto in basso i complessi inesistenti di due trentenni in cronica crisi ormonale mai iniziata o ritardata.
Il leitmotiv della trama — se così si può definire, viste le difficoltà che manifesta nel far avanzare la narrazione — è l’espediente più abusato della serialità romantica del Far East: il fatidico incontro e la frequentazione in età infantile.
Da un lato abbiamo il protagonista maschile, affetto da una rimozione della memoria così radicale e surreale che nemmeno il peggior trauma cranico riuscirebbe a giustificarla.
Un vero mistero della memoria perduta: non ricorda nulla, non collega i puntini nemmeno di fronte all’ovvio, vivendo la sua permanenza rurale in una bolla di beata ignoranza.
Dall’altro lato c’è lei, unica custode di questo sacro Graal mnemonico.
La sua ostinazione nel rimanere aggrappata a un ricordo d’infanzia sbiadito e nel non rivelarlo al bel smemorato genera un effetto contrastante: se da una parte sfiora l’assurdo, dall’altra questa dedizione risulta quasi commovente, infondendo al personaggio una tenerezza donchisciottesca.
Il tutto accompagnato dai soliti cliché: triangolo amoroso con l’amico comprensivo, imprevisti del passato, incidenti salvifici, momenti di lavoro e condivisione nell’ambientazione bucolica, dove la simpatica poliziotta ficcanaso fa tutto fuorché ciò che ci si aspetterebbe da un agente.
Dal punto di vista dei personaggi secondari, la situazione non migliora.
I due “promessi amanti” sono circondati da un contorno di macchiette in libera uscita dopo l’apertura delle gabbie.
La comunità locale diventa un ecosistema popolato da figure che sembrano evase da una commedia demenziale di basso livello: pettegolezzi da sit‑com caricaturale, gag telefonate, invadenza scambiata per calore umano.
Siamo lontanissimi dalla profondità corale o dal realismo sociale che ci si potrebbe attendere da un’ambientazione campestre.
"L’amore lontano dalla città" si rivela esattamente per ciò che è: un’opera permeata da un’ingenuità di fondo senza limiti, ideale per chi cerca una storia talmente priva di pretese da scivolare via senza lasciare particolari emozioni.
Si guarda, si sorride di fronte all’assurdità di questi adulti troppo cresciuti, e si tende a perdonare tutto — o quasi — cullati dalla rassicurante certezza che, in questo bizzarro universo parallelo, per fortuna ci sono dei bambini che provano ad aiutare i due protagonisti a mandare avanti la storia verso il telefonato lieto fine.
Se si è alla ricerca di un k‑drama che faccia seriamente dubitare del concetto di maturità cerebrale proporzionale all’età anagrafica dei protagonisti, "L’amore lontano dalla città" è un must watch.
In soli dodici episodi, questa serie live action sudcoreana riesce nell’ardua impresa di ridefinire il concetto di ingenuità, elevandola da semplice cliché a vero e proprio stile di vita.
Una visione leggera, fluida e assolutamente priva di guizzi narrativi, che si regge su fondamenta drammaturgiche fatte di dolcezza, puerilità, vita spensierata e amnesie selettive.
Al centro della scena troviamo una coppia di protagonisti che sembrano aver saltato a piè pari la complessa fase dello sviluppo emotivo adolescenziale, come se si fossero fermati all’età prepubere.
La dinamica romantica si sviluppa interamente attraverso battibecchi continui, bronci ingiustificati e goffe ritirate, regalando allo spettatore uno spettacolo singolare: due adulti, almeno per la prova del carbonio 14, che si comportano in modo infinitamente più infantile dei bambini del villaggio.
Questi ultimi finiscono paradossalmente per assumere il ruolo di saggi mentori: piccoli filosofi pragmatici costretti a guardare dall’alto in basso i complessi inesistenti di due trentenni in cronica crisi ormonale mai iniziata o ritardata.
Il leitmotiv della trama — se così si può definire, viste le difficoltà che manifesta nel far avanzare la narrazione — è l’espediente più abusato della serialità romantica del Far East: il fatidico incontro e la frequentazione in età infantile.
Da un lato abbiamo il protagonista maschile, affetto da una rimozione della memoria così radicale e surreale che nemmeno il peggior trauma cranico riuscirebbe a giustificarla.
Un vero mistero della memoria perduta: non ricorda nulla, non collega i puntini nemmeno di fronte all’ovvio, vivendo la sua permanenza rurale in una bolla di beata ignoranza.
Dall’altro lato c’è lei, unica custode di questo sacro Graal mnemonico.
La sua ostinazione nel rimanere aggrappata a un ricordo d’infanzia sbiadito e nel non rivelarlo al bel smemorato genera un effetto contrastante: se da una parte sfiora l’assurdo, dall’altra questa dedizione risulta quasi commovente, infondendo al personaggio una tenerezza donchisciottesca.
Il tutto accompagnato dai soliti cliché: triangolo amoroso con l’amico comprensivo, imprevisti del passato, incidenti salvifici, momenti di lavoro e condivisione nell’ambientazione bucolica, dove la simpatica poliziotta ficcanaso fa tutto fuorché ciò che ci si aspetterebbe da un agente.
Dal punto di vista dei personaggi secondari, la situazione non migliora.
I due “promessi amanti” sono circondati da un contorno di macchiette in libera uscita dopo l’apertura delle gabbie.
La comunità locale diventa un ecosistema popolato da figure che sembrano evase da una commedia demenziale di basso livello: pettegolezzi da sit‑com caricaturale, gag telefonate, invadenza scambiata per calore umano.
Siamo lontanissimi dalla profondità corale o dal realismo sociale che ci si potrebbe attendere da un’ambientazione campestre.
"L’amore lontano dalla città" si rivela esattamente per ciò che è: un’opera permeata da un’ingenuità di fondo senza limiti, ideale per chi cerca una storia talmente priva di pretese da scivolare via senza lasciare particolari emozioni.
Si guarda, si sorride di fronte all’assurdità di questi adulti troppo cresciuti, e si tende a perdonare tutto — o quasi — cullati dalla rassicurante certezza che, in questo bizzarro universo parallelo, per fortuna ci sono dei bambini che provano ad aiutare i due protagonisti a mandare avanti la storia verso il telefonato lieto fine.