Recensione
Il prisma dell'amore
7.0/10
Love through a Prism (la traduzione italiana fa davvero paura) è una serie controversa da recensire: è interessante, scorre velocemente e non annoia, nemmeno nei momenti più lenti, ma... semplicemente non va oltre. Nessuno si aspettava che reinventasse la ruota, ma qui non viene usata a dovere nemmeno la solita ruota che tutti conosciamo, ovvero il classico romance storico condito da eventi drammatici.
La storia ruota attorno a Lili Ichijouin, una ragazza giapponese arrivata a Londra con una borsa di studio del Ministero dell'Educazione nipponico per studiare Arte. Lili proviene da una famiglia abbastanza aperta da mandarla all'estero nei primi del Novecento, ma non così aperta da accettare che al mondo esistano anche i secondi e i terzi posti. Lo spettatore si trova così a seguire la sua crescita personale e il suo tentativo di uscire dal panico da "primo posto", requisito indispensabile per continuare i suoi studi in UK.
Sottolineo anche che se si supera lo scogli del valore delle graduatorie, resta sullo sfondo resta un messaggio di fondo velatamente deprimente: l'idea implicita che se sei "nella norma" puoi anche tornatene a casa perché non interessi a nessuno, e che se sei mediocre, l'unico modo per farcela sia compensare con i soldi o capirlo velocemente abbastanza da poter corregere la tua carriera.
I personaggi sono ben definiti e la storia fila, intrecciandosi con i loro attriti e drammi personali. Il co-protagonista maschile, Kit, e il suo lento avvicinamento a Lili sono ben strutturati. Le differenze di classe sociale vengono trattate un po' alla carlona, ma restano comunque integrate nella narrazione.
L'unica vera nota dolente è questa concezione quasi mistica del duty (dovere) dell'aristocrazia, che fa cadere le braccia. Signori sceneggiatori, siamo intorno alla Prima Guerra Mondiale: l'idea dell'investitura divina era già bella che tramontata. Essere nobile ti dava vantaggi, non un onore travolgente per cui la gente ti amava a prescindere dal nulla. Per farti apprezzare dovevi combinare qualcosa, e la cosa assurda è che gli autori dimostrano di saperlo bene quando caratterizzano il padre di Kit, per poi dimenticarsene del tutto a metà storia.
Senza contare che spedire un artista in missione diplomatica farebbe salire l'ansia a chiunque: l'essere nobile non ti infonde automaticamente carisma, doti strategiche o capacità di negoziazione. Ma andiamo oltre.
Verso la fine la narrazione scade un po' nella solita favoletta che scimmiotta altri titoli riusciti decisamente meglio (con tanto di trope stancante del "ci rivediamo tra X anni e tutto apposto"), pur riuscendo comunque a chiudersi con un finale dignitoso.
A far salire il voto da un 6 a un 7 pieno è esclusivamente il comparto tecnico, disegni e fondali sono curatissimi e visivamente maestosi. Le animazioni e la fluidità è spettacolare, si vede che la produzione ci ha scommesso molto.
Belle le musiche e in generale la colonna sonora.
In definitiva è una serie godibile. Semplicemente, non ha i denti e il mordente di Haikara-san ga tōru, anche se in qualche modo prova a scimmiottarlo.
La storia ruota attorno a Lili Ichijouin, una ragazza giapponese arrivata a Londra con una borsa di studio del Ministero dell'Educazione nipponico per studiare Arte. Lili proviene da una famiglia abbastanza aperta da mandarla all'estero nei primi del Novecento, ma non così aperta da accettare che al mondo esistano anche i secondi e i terzi posti. Lo spettatore si trova così a seguire la sua crescita personale e il suo tentativo di uscire dal panico da "primo posto", requisito indispensabile per continuare i suoi studi in UK.
Sottolineo anche che se si supera lo scogli del valore delle graduatorie, resta sullo sfondo resta un messaggio di fondo velatamente deprimente: l'idea implicita che se sei "nella norma" puoi anche tornatene a casa perché non interessi a nessuno, e che se sei mediocre, l'unico modo per farcela sia compensare con i soldi o capirlo velocemente abbastanza da poter corregere la tua carriera.
I personaggi sono ben definiti e la storia fila, intrecciandosi con i loro attriti e drammi personali. Il co-protagonista maschile, Kit, e il suo lento avvicinamento a Lili sono ben strutturati. Le differenze di classe sociale vengono trattate un po' alla carlona, ma restano comunque integrate nella narrazione.
L'unica vera nota dolente è questa concezione quasi mistica del duty (dovere) dell'aristocrazia, che fa cadere le braccia. Signori sceneggiatori, siamo intorno alla Prima Guerra Mondiale: l'idea dell'investitura divina era già bella che tramontata. Essere nobile ti dava vantaggi, non un onore travolgente per cui la gente ti amava a prescindere dal nulla. Per farti apprezzare dovevi combinare qualcosa, e la cosa assurda è che gli autori dimostrano di saperlo bene quando caratterizzano il padre di Kit, per poi dimenticarsene del tutto a metà storia.
Senza contare che spedire un artista in missione diplomatica farebbe salire l'ansia a chiunque: l'essere nobile non ti infonde automaticamente carisma, doti strategiche o capacità di negoziazione. Ma andiamo oltre.
Verso la fine la narrazione scade un po' nella solita favoletta che scimmiotta altri titoli riusciti decisamente meglio (con tanto di trope stancante del "ci rivediamo tra X anni e tutto apposto"), pur riuscendo comunque a chiudersi con un finale dignitoso.
A far salire il voto da un 6 a un 7 pieno è esclusivamente il comparto tecnico, disegni e fondali sono curatissimi e visivamente maestosi. Le animazioni e la fluidità è spettacolare, si vede che la produzione ci ha scommesso molto.
Belle le musiche e in generale la colonna sonora.
In definitiva è una serie godibile. Semplicemente, non ha i denti e il mordente di Haikara-san ga tōru, anche se in qualche modo prova a scimmiottarlo.