logo AnimeClick.it
logo AnimeClick.it
LUNEDÌ 28 SETTEMBRE 2026

Recensione


-

Grazie alla pubblicazione, per me abbastanza a sorpresa, de La Tomba del Faraone, ho avuto l’opportunità di scoprire un’ulteriore e inedita veste di Keiko Takemiya. Per gli appassionati, l'autrice è legata soprattutto – e forse quasi unicamente – a quel grandissimo capolavoro che è Il Poema del Vento e degli Alberi. Dopo averla conosciuta nella sua declinazione fantascientifica con Verso la Terra, questo volume mi ha messo di fronte a una Takemiya squisitamente avventurosa, la cui ascendenza tezukiana è fin troppo evidente.
Ed è proprio in questa matrice tezukiana che risiede, per il mio gusto di lettore, il limite principale dell'opera. Il manga risente infatti dei tratti tipici del Tezuka più dichiaratamente avventuroso, caratterizzato da un forte affastellamento e da una concentrazione narrativa che rendono la lettura a tratti faticosa e densa di verbosità. A questa ispirazione si somma un'evidente fascinazione per i kolossal storici hollywoodiani, con trame pompose e personaggi dai contorni netti, suddivisi rigidamente tra buoni e cattivi. Si tratta di una Takemiya ben diversa da quella delle ambientazioni europee di inizio Novecento, contesto a cui appartengono i migliori capolavori delle autrici del cosiddetto Gruppo 24. Non siamo di fronte a un brutto manga in senso assoluto, ma il mio giudizio è inevitabilmente ponderato sulla base di aspettative molto elevate: quando viene pubblicato un classico di questo calibro, speri sempre che intercetti quella specifica sensibilità lirica che cerchi nel genere, e trovarsi di fronte a un modello così distante non può che lasciare tiepidi.
Il comparto dei personaggi rappresenta un tasto piuttosto dolente, in particolare sul fronte maschile, dove prevale una certa bidimensionalità e una mancanza di reali sfumature psicologiche. Per quanto il re Nesferu, il principale antagonista, provi a proporsi come figura complessa, la sua evoluzione rimane ancorata a tratti fin troppo maniacali. I suoi lati migliori emergono solo nell'interazione con Nilekia, a mio avviso l'unico vero fulcro emotivo dell'opera. La parte in cui Nilekia è protagonista è senza dubbio la migliore del manga, quella che ho letto con più trasporto e gusto. Purtroppo, la sua uscita di scena all'inizio del terzo volume priva la seconda metà del fumetto dell'unico elemento che donava una coloritura delicata e riflessiva. Anche le altre figure femminili faticano a lasciare il segno: se una delle principesse si fa portavoce di segmenti narrativi più vicini alla sensibilità shōjo, la principessa guerriera Aura rimane purtroppo un'occasione mancata. In generale, è solo il mondo femminile a riportare l'opera, seppur per brevi ed effimeri istanti, sui binari che ci si aspetterebbe da un classico di quegli anni.
A oggi, nel catalogo italiano dell'autrice, Il Poema del Vento e degli Alberi resta una vetta insuperata. I suoi esperimenti al di fuori di quel registro faticano a convincermi appieno, spingendomi inevitabilmente a fare un paragone con il genio multiforme di Moto Hagio, della quale apprezzo la stragrande maggioranza delle opere, da A Cruel God Reigns a Il Clan dei Poe. La Tomba del Faraone offre bellissimi intrecci e ottimi spunti, ma sconta una pesantezza strutturale difficile da sostenere. Probabilmente J-Pop ha puntato sul titolo più accessibile e attraente grazie all'ambientazione pseudo-storica, ma il pubblico che acquista Takemiya cerca lo shōjo classico duro e puro, non le sue incursioni in territori più vicini allo shōnen. In questo senso, la scelta di questo titolo rischia di essere un'occasione parzialmente sprecata, considerando quanto sia difficile portare queste autrici in Italia.
La parziale salvezza del manga risiede nei momenti di riflessione dei personaggi femminili e nel comparto grafico, che mi è piaciuto molto, a eccezione delle vignette più affollate "alla Tezuka". Resta il fatto che ho avvertito la fatica di arrivare alla conclusione, proprio perché non vi ho trovato quelle sottigliezze psicologiche a cui i capolavori del genere mi hanno abituato. Per le prossime e auspicate pubblicazioni in ambito classico, la speranza è che si punti su storie dall'atmosfera più gotica e perturbante, con ambientazioni ottonovecentesche, o sul recupero di nuove autrici. È giusto riconoscere l'importanza storica di Tezuka come punto di riferimento universale per l'epoca, ma per il futuro sarebbe preferibile riscoprire opere che valorizzino appieno l'identità più profonda e peculiare di queste straordinarie autrici.