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LUNEDÌ 28 SETTEMBRE 2026

Recensione


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A Cruel God Reigns di Moto Hagio è un’opera grandiosa e magnificamente strutturata, una lettura imprescindibile per chiunque ami il "manga d'autore". Si tratta di un'opera-fiume complessa che, nel corso del tempo e attraverso una recente rilettura dell'edizione italiana, ha saputo ridefinire radicalmente il mio giudizio, superando le forti perplessità iniziali e rivelandosi come una delle esperienze letterarie più straordinarie affrontate negli ultimi anni.
In passato, il mio rapporto con questo titolo era fatto di una netta alternanza tra amore e odio, scaturita soprattutto dall'inevitabile confronto con un’altra pietra miliare dalle tematiche affini: Il Poema del Vento e degli Alberi di Keiko Takemiya. Laddove la Takemiya cercava una catarsi attraverso un romanticismo decadente e struggente, la Hagio rispondeva con un resoconto apparentemente freddo, cinico e razionale dell'abuso e delle sue conseguenze psicologiche. Nella mia prima lettura – condotta su un'edizione in lingua inglese che probabilmente soffriva di lacune o imprecisioni traduttive – questa impostazione mi aveva fatto percepire il manga come diviso in due parti nette, quasi scisse tra loro. Da un lato avevamo la prima metà della storia, un tesissimo e claustrofobico thriller psicologico tutto ambientato nei microcosmi soffocanti della casa e della scuola, entrambi resi tetri dalla presenza del mostruoso patrigno Greg. Dall'altro, temevo che la seconda metà (il post-omicidio) potesse scivolare in dinamiche già viste e meno incisive, come la caduta di Jeremy nella tossicodipendenza e nella vita di strada, indebolendo il legame tra lui e Ian rispetto al disturbante magnetismo del segmento iniziale.
La rilettura comoda e cadenzata garantita dall'edizione italiana ha tuttavia completamente scardinato queste riserve, offrendomi una monumentale rivalutazione strutturale dell'opera. Quella che inizialmente consideravo la "storia principale" (ovvero il blocco focalizzato sulla figura di Greg) si è rivelata in realtà un lunghissimo, perfetto e drammatico flashback. Con il superamento di quella fase, la seconda parte del manga non ha affatto perso troppo mordente, dimostrandosi una narrazione palpitante, trascinante e dotata di una carica emotiva persino superiore.
La transizione post-Greg si trasforma infatti in una raffinatissima detection psicologica guidata da Ian, un personaggio che emerge prepotentemente dall'oscurità dello sfondo per scavare nei traumi del passato. La Hagio conduce questa seconda fase con una finezza e una sottigliezza magistrali, arricchendo la trama di sfumature gialle e noir che tengono il lettore incollato alle pagine. Anche la gestione dei comprimari risponde a questa eccezionale cura costruttiva: le figure di Natasha e Sharon risultano vibranti e riuscitissime nel loro ruolo di personaggi secondari, tanto che la loro successiva assenza si fa sentire, mentre su Sandra si addensano progressivamente nubi sempre più oscure.
È proprio con il decimo e conclusivo volume che l'intera architettura psicologica pensata dalla Hagio trova il suo definitivo e straordinario chiarimento, smentendo i miei vecchi timori legati alla freddezza dell'opera o all'inconsistenza dei legami. Nel finale, l'autrice svela una profondità emotiva di disarmante potenza. Il rapporto tra Ian e Jeremy, lontano dall'essere l'anello debole della catena, emerge come uno degli shōnen ai più riusciti, stratificati e significativi che la storia del medium ricordi. Anche quello che a una prima lettura mi era parso un finale "aperto" e parzialmente insoddisfacente si è rivelato, a uno sguardo più maturo, come il naturale e perfetto processo storico di evoluzione del genere: il passaggio dallo shōjo anni '70 della Takemiya a quello anni '90 della Hagio. Non c'era alcun bisogno di un dramma irrevocabile e definitivo – come l'ipotetico scenario in cui Ian si trasformava nel carnefice di Jeremy in una spirale di sangue eterna – per dare impatto e forza alla conclusione. Questo epilogo chiaroscurato possiede una forza catartica molto più profonda proprio perché rifiuta la spettacolarizzazione del dolore.
L'ultimo volume rischiara in modo definitivo anche le ambiguità legate alla madre, Sandra. Il confronto post-mortem tra lei e Jeremy mette a nudo una verità terribile: la donna era pienamente consapevole degli abusi e partecipe del sacrificio del figlio. Diventa così evidente che il vero, autentico conflitto di Jeremy non era quello contro il fantasma di Greg – il quale ne raggelava unicamente la dimensione corporea –, bensì quello nei confronti della madre. Era lei la vera dominatrice, colei che ne sottometteva la dimensione mentale e spirituale.
Se un tempo consideravo A Cruel God Reigns come un diamante grezzo, spigoloso e un po' scheggiato rispetto alla cesellata perfezione formale del Poema della Takemiya, oggi la rilettura italiana mi porta a ridefinire radicalmente questo giudizio: la scrittura della Hagio dimostra, al contrario, una precisione persino superiore, priva di qualsiasi sbavatura sentimentale. Si tratta indubbiamente della migliore lettura seriale in cui mi sia imbattuto da anni a questa parte, un'opera strepitosa che meriterebbe di essere celebrata e discussa molto più spesso. Resta solo l'amaro in bocca per il destino editoriale di queste proposte nel nostro Paese: questa collana J-Pop sembra purtroppo destinata a interrompersi o diradarsi sempre più.