Recensione
Ghost Cat Anzu
6.0/10
La recensione personale di questo lungometraggio del 2024 non impegnerà molte energie personali. Non vorrei sembrare troppo drastico, ma di questo film non è che ci sia molto da dire: tutto sa di già visto e già narrato. Trama, personaggi, ambientazioni: nulla di inedito o innovativo. Per carità, io non sono tra quelli che devono trovare a tutti i costi originalità ed evoluzione nei film che mi ritrovo a guardare, né sono ogni volta alla ricerca del capolavoro assoluto, e probabilmente non era neppure nelle intenzioni di autori e produzione realizzarlo. Tuttavia in “Ghost Cat Anzu” questa sobrietà è piuttosto marcata.
Si parte dalla solita infante/adolescente che ha perso uno dei genitori e viene trascurata da quello rimasto in vita, col quale ha il trito e ritrito rapporto conflittuale. Si prosegue con il rifugiarsi della protagonista Karin in un mondo tutto suo, nel personale confrontarsi con l’“altro” (in questo caso un gatto fantasma, o bakeneko nella tradizione giapponese) dapprima ostile e alla fine irrinunciabile, nel suo contatto con entità ultraterrene sia leali che malvage, sul canovaccio di un’avventura blanda con qualche invenzione divertente, più che interessante, e tanta prassi. Non che il film sia brutto, e non è nemmeno noioso: devo dire anzi che l’ora e mezza della sua durata scorre rapida e senza tediare. Manca però del tutto quella sensazione finale che rimane quando si assiste a un film davvero bello e che lascia il segno.
Siccome parlavo di “già visto” voglio elencare alcuni titoli (i primi che mi vengono in mente) che condividono analogie con questo anime: “La città incantata”, “Il mio vicino Totoro” e, in misura minore, “La fortuna di Nikuko”.
Sicuramente curioso l’utilizzo della tecnica del “rotoscopio” per la realizzazione dell’opera, ma se questo utilizzo deve ridursi a un semplice esercizio di stile, ferma restando la mancanza di sostanza, non aggiunge, in realtà, molto valore al prodotto finale.
Per concludere: una piacevole visione all’acqua di rose che non impatta e si dimentica in fretta.
Si parte dalla solita infante/adolescente che ha perso uno dei genitori e viene trascurata da quello rimasto in vita, col quale ha il trito e ritrito rapporto conflittuale. Si prosegue con il rifugiarsi della protagonista Karin in un mondo tutto suo, nel personale confrontarsi con l’“altro” (in questo caso un gatto fantasma, o bakeneko nella tradizione giapponese) dapprima ostile e alla fine irrinunciabile, nel suo contatto con entità ultraterrene sia leali che malvage, sul canovaccio di un’avventura blanda con qualche invenzione divertente, più che interessante, e tanta prassi. Non che il film sia brutto, e non è nemmeno noioso: devo dire anzi che l’ora e mezza della sua durata scorre rapida e senza tediare. Manca però del tutto quella sensazione finale che rimane quando si assiste a un film davvero bello e che lascia il segno.
Siccome parlavo di “già visto” voglio elencare alcuni titoli (i primi che mi vengono in mente) che condividono analogie con questo anime: “La città incantata”, “Il mio vicino Totoro” e, in misura minore, “La fortuna di Nikuko”.
Sicuramente curioso l’utilizzo della tecnica del “rotoscopio” per la realizzazione dell’opera, ma se questo utilizzo deve ridursi a un semplice esercizio di stile, ferma restando la mancanza di sostanza, non aggiunge, in realtà, molto valore al prodotto finale.
Per concludere: una piacevole visione all’acqua di rose che non impatta e si dimentica in fretta.