Recensione
Four Hands, Two Sonatas
8.0/10
Prima di entrare nel dettaglio di Four Hands, Two Sonatas, è necessaria una precisazione.
La serie è stata ufficialmente presentata come un bromance incentrato sull’amicizia e sulla musica. E c’è di più: nei primi poster ufficiali e nei teaser iniziali la protagonista femminile era completamente assente (e il suo ruolo, all’interno del drama, non è poi così centrale).
Tutto si concentrava sui due protagonisti maschili e sul pianoforte, tanto che era facile pensare che il drama potesse essere un vero e proprio boys’ love.
Un’interpretazione che, a ben vedere, non è affatto campata in aria: la sceneggiatrice Shin Yi‑won ha confermato che la storia era nata proprio come un progetto boys’ love, ispirato all’idea di un amore tormentato fra due artisti, come se Mozart e Salieri fossero amanti.
Non è la prima volta che un progetto venga presentato in modo da attirare un determinato tipo di pubblico, senza poi avere il coraggio di portare fino in fondo quella promessa narrativa.
Nonostante questo, Four Hands, Two Sonatas — presente su Netflix con sottotitoli italiani — è un drama che merita la visione, soprattutto se amate la musica classica.
La storia racconta di due giovani pianisti e del loro modo profondamente diverso di vivere la musica: Pi‑o suona con minuziosa precisione tecnica, mentre Jeong‑yo si lascia trasportare dalle note e dalle emozioni.
Vorrebbero semplicemente divertirsi suonando insieme, ma il mondo che li circonda finirà per trasformarli in rivali.
Il drama sembra ricalcare la struttura formale del primo movimento di una sonata classica, basata sulla forma‑sonata.
Dopo un’introduzione che si prende il suo tempo per presentarci personaggi e situazioni, arriva l’esposizione: il ritmo si fa più vivace e assistiamo alla nascita del legame tra i due ragazzi e alla loro sintonia al pianoforte.
Nella parte centrale troviamo lo sviluppo: la tensione cresce, l’equilibrio iniziale si rompe e conflitti e segreti vengono portati alla luce, proprio come i temi musicali vengono elaborati e trasformati in questa sezione.
Infine arriva la ripresa: i temi iniziali tornano, ma non sono più gli stessi.
Four Hands, Two Sonatas è, in tutto e per tutto, una storia d’amore.
Non quella classica dei drama romantici, ma una storia d’amore per la musica — e soprattutto fra due persone che si cercano costantemente e non possono fare a meno l’una dell’altra, perché solo insieme si sentono complete.
Anche questo è un tipo di amore.
Gli attori protagonisti, Song Kang e Lee Jun‑young, sono straordinari.
Molto interessanti alcune interviste in cui raccontano come si sono preparati al ruolo:
Song Kang, noto per la sua perseveranza, ha preso lezioni di pianoforte — proprio come aveva fatto con la danza per Navillera.
Lee Jun‑young, con meno tempo a disposizione, ha studiato meticolosamente video dei brani che avrebbe dovuto interpretare, memorizzando postura e movimenti delle mani.
È stato proprio Lee Jun‑young a raccontare un retroscena divertente: dovendo suonare a quattro mani, i due attori condividevano lo stesso panchetto; Song Kang ha spalle molto larghe, quindi lo spazio per Lee Jun‑young era minimo… ma stare così vicini era quasi piacevole durante le riprese invernali, grazie al tepore emanato dal collega.
Song Kang e Lee Jun‑young riescono a raccontare un rapporto costruito sulla fiducia e sull’amore per la musica, che viene sgretolato da fattori esterni troppo più grandi di loro.
Eppure il loro affetto rimane presente per tutta la serie, anche nei momenti in cui sembrano prevalere odio e rabbia.
È qualcosa che passa attraverso gli sguardi, i sorrisi, e alcune parole.
E poi c’è la loro chimica, costantemente palpabile.
Una chimica che, in certi momenti, arriva quasi a sfiorare una tensione più profonda — nonostante questa non sia la storia in cui dovrebbe essere percepibile.
La serie è stata ufficialmente presentata come un bromance incentrato sull’amicizia e sulla musica. E c’è di più: nei primi poster ufficiali e nei teaser iniziali la protagonista femminile era completamente assente (e il suo ruolo, all’interno del drama, non è poi così centrale).
Tutto si concentrava sui due protagonisti maschili e sul pianoforte, tanto che era facile pensare che il drama potesse essere un vero e proprio boys’ love.
Un’interpretazione che, a ben vedere, non è affatto campata in aria: la sceneggiatrice Shin Yi‑won ha confermato che la storia era nata proprio come un progetto boys’ love, ispirato all’idea di un amore tormentato fra due artisti, come se Mozart e Salieri fossero amanti.
Non è la prima volta che un progetto venga presentato in modo da attirare un determinato tipo di pubblico, senza poi avere il coraggio di portare fino in fondo quella promessa narrativa.
Nonostante questo, Four Hands, Two Sonatas — presente su Netflix con sottotitoli italiani — è un drama che merita la visione, soprattutto se amate la musica classica.
La storia racconta di due giovani pianisti e del loro modo profondamente diverso di vivere la musica: Pi‑o suona con minuziosa precisione tecnica, mentre Jeong‑yo si lascia trasportare dalle note e dalle emozioni.
Vorrebbero semplicemente divertirsi suonando insieme, ma il mondo che li circonda finirà per trasformarli in rivali.
Il drama sembra ricalcare la struttura formale del primo movimento di una sonata classica, basata sulla forma‑sonata.
Dopo un’introduzione che si prende il suo tempo per presentarci personaggi e situazioni, arriva l’esposizione: il ritmo si fa più vivace e assistiamo alla nascita del legame tra i due ragazzi e alla loro sintonia al pianoforte.
Nella parte centrale troviamo lo sviluppo: la tensione cresce, l’equilibrio iniziale si rompe e conflitti e segreti vengono portati alla luce, proprio come i temi musicali vengono elaborati e trasformati in questa sezione.
Infine arriva la ripresa: i temi iniziali tornano, ma non sono più gli stessi.
Four Hands, Two Sonatas è, in tutto e per tutto, una storia d’amore.
Non quella classica dei drama romantici, ma una storia d’amore per la musica — e soprattutto fra due persone che si cercano costantemente e non possono fare a meno l’una dell’altra, perché solo insieme si sentono complete.
Anche questo è un tipo di amore.
Gli attori protagonisti, Song Kang e Lee Jun‑young, sono straordinari.
Molto interessanti alcune interviste in cui raccontano come si sono preparati al ruolo:
Song Kang, noto per la sua perseveranza, ha preso lezioni di pianoforte — proprio come aveva fatto con la danza per Navillera.
Lee Jun‑young, con meno tempo a disposizione, ha studiato meticolosamente video dei brani che avrebbe dovuto interpretare, memorizzando postura e movimenti delle mani.
È stato proprio Lee Jun‑young a raccontare un retroscena divertente: dovendo suonare a quattro mani, i due attori condividevano lo stesso panchetto; Song Kang ha spalle molto larghe, quindi lo spazio per Lee Jun‑young era minimo… ma stare così vicini era quasi piacevole durante le riprese invernali, grazie al tepore emanato dal collega.
Song Kang e Lee Jun‑young riescono a raccontare un rapporto costruito sulla fiducia e sull’amore per la musica, che viene sgretolato da fattori esterni troppo più grandi di loro.
Eppure il loro affetto rimane presente per tutta la serie, anche nei momenti in cui sembrano prevalere odio e rabbia.
È qualcosa che passa attraverso gli sguardi, i sorrisi, e alcune parole.
E poi c’è la loro chimica, costantemente palpabile.
Una chimica che, in certi momenti, arriva quasi a sfiorare una tensione più profonda — nonostante questa non sia la storia in cui dovrebbe essere percepibile.