logo AnimeClick.it
logo AnimeClick.it
VENERDÌ 23 OTTOBRE 2026

The Ghost in the Shell



Tutte 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10


 1
esseci

Episodi visti: 10/10 --- Voto 7,5
Oltre il cyberpunk classico: il nuovo "Ghost in the Shell" di Science Saru tra fedeltà al manga, ironia demenziale e considerazioni ontologiche...

Premessa doverosa per il lettore del mio modesto contributo: "Ghost in the Shell" del 1995 di Mamoru Oshii rappresenta a detta non solo di chi scrive il "Blade runner" dell'animazione, una sorta di monolite intoccabile della fantascienza filosofica che prediligo.
L'errore che ho commesso nella visione di questa serie è stato quello di vederla con il "filtro" della visione data da Oshii al manga di Masamune Shirow (che tra l'altro non ho letto) e ho perseverato nell'errore per i primi episodi, almeno fino a quando ho dato un'occhiata all'opera originale da cui deriva, rendendomi conto della profonda rivisitazione personale operata da Oshii all'opera cartacea, privandola della bizzarria e dinamicità per deviarla sulla cupezza esistenziale tanto cara al regista di opere ben più contorte come "Tenshi no tamago".

Liberatomi dal pregiudizio, mi sono goduto questa serie il più possibile scevro da ogni ricordo di quanto già visto e, tutto sommato, questo adattamento in 10 episodi firmato nel 2026 dallo Studio Science Saru (sotto la regia di Mokochan e la sceneggiatura di EnJoe Toh) non mi è dispiaciuto: dopo lo spiazzamento iniziale mi sono divertito a vedere le gesta dei membri della sezione 9 in questa "nuova" veste caratterizzata da un ritmo eccessivamente veloce, una inaspettata comicità fisica e farsesca basato su gag esagerate e un comparto visivo che mescola la nostalgia degli anni della mia giovinezza.

Non nascondo che l'elemento che mi ha colpito di questa serie è la struttura della narrazione, così lontana dalla lentezza contemplativa che mi sarei aspettato, resa quasi "fisica" (nel senso della cinematica), energica e caotica in cui l'introspezione e le riflessioni sul "ghost" passano in secondo piano a favore dell'azione e dell'ironia e comicità surreali.

Per fortuna, proseguendo nella visione, la serie sul finale cambia registro e vira dalla apparente superficialità alle speculazioni filosofiche, avvicinandosi maggiormente alla visione che avevo di "Ghost in the Shell" attraverso la trasformazione progressiva della coscienza della protagonista Motoko Kusanagi.
Non nascondo che gli ultimi episodi sono quelli che ho maggiormente apprezzato perché si concentrano sulla natura del "Ghost" con quelle sfumature filosofico-religiose che riescono a trovare un anello di congiunzione tra misticismo e il rigore della scienza tecnologica in cui più che cercare di illustrare se una macchina possa provare sentimenti, la prospettiva si inverte: è l'essere umano, ormai interamente digitalizzato e divenuto una sorta di flusso informativo digitale, che sembra perdere la propria umanità per tramutarsi in pura astrazione concettuale in un delirio di onnipotenza.

In questo processo di decostruzione/dissoluzione dell'io, le somiglianze tra la protagonista Motoko Kusanagi e Lain Iwakura, l'inquietante protagonista di un'altra pietra miliare del cyberpunk nipponico "Serial Experiments Lain", sono piuttosto marcate. La metamorfosi di Motoko, che si fonde con il Puppets Master, richiama molto la dissoluzione dell'identità volontariamente scelta da Lain nel "Wired".
Una sorta di gesto di incredibile simbolismo in cui le protagoniste citate scelgono di trascendere i limiti della corporeità per confluire in un'ambiente (la rete) che non rappresenta solo un mero strumento ma una sorta di dimensione metafisica in cui non sembrano esistere più confini tra individualità, in un percorso in cui la coscienza assurge ad una sorta di entità superiore nella illusione del raggiungimento dell'eternità digitale.

Rivedere i principi cardine del cyberpunk in modo così originale, anche grottesco, con gli occhi del presente fa meditare sul messaggio che quest'opera sembra voler trasmettere: la sempre più esasperata fusione tra la coscienza dell'uomo e i bit digitali esce dalla mera ipotesi distopica per virare su una sorta di "next step" della condizione umana in cui la coscienza della protagonista sembra ispirarsi al celebre frase del capitolo finale di "Uno, nessuno e centomila": «Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude». Un'esistenza come flusso continuo, mutevole e irriducibile a qualsiasi forma di morte o termine.

Una visione quasi positivista, immanente, vagamente panteista che, ad ogni modo, mi fa apprezzare maggiormente quella espressa nel capolavoro di Oshii (o a quella fortemente nichilista di "Texhnolyze") secondo cui l'illusione umana dell'immortalità della propria coscienza che trascende i limiti della corporeità non è altro che una condanna alla solitudine eterna dell'individuo.