Perché non prima? È la domanda fondamentale di questa recensione e grazie a Science Saru forse abbiamo la risposta. The Ghost in the Shell è arrivato su Prime Video con dieci episodi in grado di ripercorrere in modo pedissequo l'intera opera di Masamune Shirow, riuscendoci appieno, non c'è che dire. Eppure, non mancano criticità e riflessioni che oggi cercheremo di sviscerare.
 


The Ghost in the Shell non ha certo bisogno di presentazioni: pietra miliare tra i manga e del genere Cyberpunk, l'opera di Shirow è riuscita a entrare nell'immaginario collettivo, non solo visivamente ma anche per i temi affrontati. In un mondo che va sempre più verso la digitalizzazione, IA sempre più evolute e la rete globale divenuta essenziale per il nostro stile di vita, The Ghost in the Shell è incredibilmente attuale ancora oggi.

Un'opera senza tempo, anche perché sotto una veste ricca di androidi, un mondo iper-tecnologico e situazioni comedy, The Ghost in the Shell parla di noi, noi come umanità, noi come individuo. Un po' come la Bibbia.

Eppure, non abbiamo mai avuto modo di vedere The Ghost in the Shell tradotto in anime. Ne abbiamo visto sempre sue estrapolazioni, dal capolavoro del 1995 di Mamoru Oshii a Stand Alone Complex, da S.S.S. ad Arise. Stranamente, l'unica volta in cui abbiamo potuto vedere qualcosa di simile all'opera originale è stato nell'omonimo videogioco del 1997 su PlayStation. Creata in collaborazione con Production IG, lo storico studio associato al brand, quest'opera mostrava i protagonisti in modo molto diverso rispetto al film, con toni molto più scanzonati e leggeri, a cominciare dall'utilizzo dei Tachikoma.

Il passaggio da Production IG a Science Saru è stato dunque particolare e nei dieci episodi mostrati, possiamo dire che la scelta è stata vincente, almeno dal punto di vista visivo. Benché in The Ghost in the Shell si parla tanto, con sequenze praticamente statiche per la maggior parte del tempo, le sezioni action meritavano una certa attenzione. La pulizia e la fluidità con cui Motoko e gli altri personaggi agiscono è davvero un bel vedere, con il picco che si trova probabilmente nell'episodio tre, in cui prodotto animato finito e storyboard si fondono senza soluzione di continuità.

Tre minuti curati da Bahi J.D., animatore divenuto celebre soprattutto per Chainsaw Man: La storia di Reze, ma per aver partecipato anche nell'ultimo lavoro di Hideo Kojima, Death Stranding.

Ma per un'analisi più dettagliata in questo campo, lasciamo volentieri la parola alla nostra Alessandra.
 The Ghost in The Shell 
Durante questa stagione Science SARU ha portato avanti ben due serie animate: una è stata Jadugaar, il cui livello tecnico ha avuto modo di farsi apprezzare, e l'altra proprio The Ghost in the Shell. Com'è stato possibile portare due serie tecnicamente così ben riuscite in una sola stagione? Merito di un'ottima gestione delle catene produttive.

La serie di Naoko Yamada e Abel Gongora ha avuto un team dedicato, con le animazioni supervisionate da Ken'ichi Yoshida, mentre The Ghost in the Shell, diretto da Moko-chan (anch'esso coinvolto in Dan Da Dan, ma anche in Heike Monogatari) ha avuto le animazioni realizzate da un altro team supervisionato da Shuhei Handa.

La forza di Moko-chan è la visione d'insieme con la quale riesce a tenere perfettamente coeso l'ambiente e il mondo in cui si svolge la storia, fondamentale per l'adattamento di un titolo profondamente ancorato al suo tempo. The Ghost in the Shell restituisce nei movimenti, nei formati, nelle texture e nei colori le intenzioni e i riferimenti del fumetto originale: ad esempio, le sfumature cromatiche e l'effetto molto particolare di profondità che questi colori pieni riescono a dare, assieme a un blend ben costruito di animazione 2D e 3D, sono in qualche modo nostalgiche nel tentativo di portare sotto gli occhi non tanto il manga quanto le atmosfere che attorniarono la sua pubblicazione. Tutto questo diventa lo sfondo solido sul quale si muovono i personaggi, grande fulcro della storia.

Siamo lontani dalle panoramiche aeree di Oshii perché, nella serie, la camera sta addosso ai personaggi: ne cattura le gesta, le avventure, e soprattutto il carattere fuori le righe. Il movimento, d'altronde, si fa forte dell'esperienza in stile Studio Trigger di Handa, ricostruendo perfettamente una Maggiore sfrontata, adrenalinica, pronta all'azione e al contraccolpo, caratterizzando ogni suo gesto e azione con effetti speciali, intermezzi comici, espressioni facciali rigide e teatrali tipiche di quegli anni e con questo caricando d'enfasi le scene d'azione.


Alla sceneggiatura troviamo Toh EnJoe, autore di fantascienza vincitore di diversi premi e conosciuto nel settore per Space Dandy e Godzilla: Singular Point. In questo caso l'autorialità è però messa un po' da parte: si è deciso di adattare in modo quasi ossessivo il manga originale, con pochi momenti in cui ci si è preso libertà. Le gag, il sarcasmo e tutti i microdettagli vengono recuperati fedelmente, spiazzando chi ha conosciuto solo l'opera di Oshii.

Si può così scoprire che Ghost in the Shell è in realtà molto più leggero, quasi scanzonato, folle e imprevedibile di quanto la cultura pop ci avesse fatto ricordare. Eppure, nonostante questo, i momenti riflessivi, racchiusi soprattutto nella parte finale, rendono questa opera unica nel suo genere. Le classiche domande esistenziali, chi siamo, da dove veniamo, cos'è l'essere umano, cos'è l'anima, vengono immerse in un contesto adatto a tutti i target, attirato dall'azione e stile sopra le righe per poi trovarsi nella notte con gli occhi spalancati a pensare ai misteri dell'universo.

Con la sua strana natura, The Ghost in the Shell frega lo spettatore (e il lettore) attirandolo piano piano in una rete, in una tana del Bianconiglio profonda come poche. Eppure, questo suo districarsi tra commedia e dramma esistenziale crea uno dei suoi limiti, trasposto anche in quest'opera visiva.

Perché non prima? Torniamo alla domanda iniziale riflettendo sul perché Oshii e company non abbiano mai pensato di seguire in modo più preciso quanto realizzato nel 1989. Asciugato della componente comedy e forse più commerciale, il film del 1995 è una classica opera di Oshii, un film cupo che ruota attorno a una domanda esistenziale. Un film in grado di riprendere la natura dell'opera originale e farla propria, esprimendo con maggior forza quanto voluto dire dall'autore originale.
 The Ghost in The Shell

Ed è questo il punto. The Ghost in the Shell, nonostante sia un capolavoro, è tutt'altro che perfetto. Molto verboso, ricco di dettagli tecnici al limite di un manuale ingegneristico e un ritmo fin troppo altalenante ma spesso rapido come un proiettile. E il voler essere così ossessionati dalla fedeltà ha trasposto gli stessi limiti nell'anime.

Il manga non è l'anime. Sono due media diversi e necessitano di attenzioni diverse. Science Saru ha provato a dare un po' di respiro in certi frangenti, come nell'ultimo episodio durante l'esecuzione di Motoko. Nel manga la scena avviene in un battito di ciglia mentre qui si è deciso di dare molto più respiro, creando suspense e giocando con i silenzi prima del boato. Un'accortezza che forse poteva essere riposta anche nel resto dell'opera, che corre, corre veloce senza dare tempo di metabolizzare.

Un esempio sono anche le numerose didascalie presenti per spiegare i termini utilizzati per descrivere determinate tecnologie, direttamente inserite durante le scene. A volte veri e propri muri di testo, distraggono da quanto sta accadendo a schermo costringendo spesso non solo a mettere in pausa, ma anche a perdersi alcuni dialoghi. Si crea insomma lo straniamento presente nel famoso episodio di Jujutsu Kaisen in cui viene spiegato il Culling Game. Un po' di caos che poteva essere gestito in altro modo, inserendo le note a fine episodio o creando schermate apposite a metà dello stesso.

L'essere così fedele è forse il limite più grande di The Ghost in the Shell targato Science Saru. La trasposizione dovrebbe adattare e possibilmente limare i limiti dell'opera originale, creata in un determinato lasso spaziotemporale in cui non sono ammesse modifiche successive. Opere cristallizzate nel tempo, con loro pregi e difetti, a volte eccezionali a volte limitate. Ed è per questo che il passaggio a un altro media dovrebbe essere occasione per esaltare cosa già funziona e migliorare cosa non lo fa.
 The Ghost in The Shell

Prendiamo Attack on Titan. Quanto è stato fondamentale l'apporto di Isayama nell'anime, cercando di porre rimedio a qualche elemento a lui non congeniale? L'anime non sostituisce il manga originale, ma lo accompagna, fa da compendio, completandosi a vicenda. E qui, purtroppo questa simbiosi funziona poco.

E Oshii l'aveva capito. The Ghost in the Shell probabilmente poteva essere veicolato meglio, poteva essere migliore dell'opera originale. Questo non significa che Science Saru avrebbe dovuto seguire lo stilema dal '95 in poi, ma un po' di coraggio in più, un po' di libertà creativa avrebbe permesso a The Ghost in the Shell di uscire con maggior forza, a distanza di quasi 40 anni. Un'opera in grado di unire il meglio di quanto prodotto finora insomma, mantenendosi originale ma senza dimenticare i passi avanti fatti nel frattempo.

Non possiamo non parlare della “strana” censura presente in alcune scene e su alcuni nomi. Tralasciando l'adattamento della famosa scena intima di Motoko e compagne, dove in fin dei conti è stato fatto un ottimo lavoro, è particolare notare come in certi frangenti alcune scene cruenti vengano nascoste da una stilosa nuvola "glitchata" di sangue. Ma solo alcune, non tutte. Questo crea una certa discrepanza visiva e narrativa, una comunicazione allo spettatore poco chiara e fraintendibile. Inoltre l'uso del glitch come espediente, in un contesto in cui le memorie possono essere sovrascritte e il confine tra realtà e finzione è molto labile, può creare un piccolo cortocircuito e generare confusione là dove invece risulta tutto molto chiaro.

E poi i nomi delle nazioni. The Ghost in the Shell sfrutta lo scenario della Guerra Fredda e spionaggio del mondo reale di quegli anni, dando un appiglio concreto non solo alla narrazione ma anche al lettore. Per qualche ragione, i nomi delle nazioni presenti nel manga, come Unione Sovietica e Israele sono stati cambiati con i fittizi Volgarena e Ghorantl. Gli unici a mantenere i nomi originali, almeno fino a qualche giorno fa, sono stati i doppiatori latino-americani.
 The Ghost in The Shell

Visto che non ci troviamo in Ace Combat, l'aver cambiato i nomi non è cosa da poco. Chi non conosce il manga originale può trovarsi spiazzato da queste nuove nomenclature, anche perché il nome della nazione porta con sé anche la sua cultura. Se vengono citati i servizi segreti israeliani, sappiamo di cosa stiamo parlando, così come quanto avveniva in Unione Sovietica. Una scelta davvero particolare e che può trovare una spiegazione nel non voler creare problemi politici. Si tratta però di dettagli in grado di snaturare il contesto narrativo. Così pedissequi in tutto ma stranamente non con le nazioni protagoniste.

A dare comunque ulteriore spinta a quanto narrato è la componente sonora, a cominciare dall'opening a cura di King Gnu, già autori della splendida AIZO del già citato Jujutsu Kaisen. "Go Ghost" è un tema che cerca di fondere due anime diverse, alternative rock ed elettronica, raccontando in modo quasi metanarrativo il dualismo dell'opera. Si tratta di un'opening che si sposa bene con il “nuovo” mood, così come la ending, che però appare decisamente più riflessiva. "Blue" accompagna forse la parte più seriosa di The Ghost in the Shell, ma anche una pausa meritata dopo venti minuti vissuti al cardiopalma.

Lo stile visivo anni '90 lo si ritrova anche in quello sonoro, non solo tra le note musicali che accompagnano gli eventi ma anche dal punto di vista degli effetti. Anche da questo punto di vista, l'anime di Science Saru si conferma di alto livello, con l'uso di sintetizzatori ed effetti elettronici in grado di richiamare sfumature di alcune opere cult di quegli anni, da Robocop ad Alien.
 The Ghost in The Shell

Concludiamo con il doppiaggio, che nella versione giapponese trova un recast completo, a cominciare dalla voce di Motoko. Dopo la scomparsa della storica doppiatrice Atsuko Tanaka nel 2024, il ruolo viene affidato a Maaya Sakamoto. Scelta non casuale, visto che Sakamoto ha dato voce a una giovane Motoko in Arise, il prequel di Ghost in the Shell. Considerata la necessità di un cambiamento, Maaya Sakamoto è stata la scelta perfetta, visto che Motoko, oltre a essere seriosa è anche molto irriverente, ai limiti del volgare. Inoltre, sarcasmo e frecciatine sono veicolate con un tono sprezzante, completando la caratterizzazione di una protagonista più sfaccettata delle sue altre iterazioni.

In Italia abbiamo avuto un cast di primo piano, a cominciare da Ludovica Bebi (Lady nella serie Netflix Devil May Cry), Massimo Bitossi nel ruolo di Batou e Gerolamo Alchieri nel ruolo di Daisuke Aramaki (già doppiato in Arise). Fortunatamente è stato fatto un ottimo lavoro nel restituire tutte le sfaccettature di un'opera che spesso appare come un'altalena d'emozioni, dalle più riflessive a quelle più istintive. E buon doppiaggio aiuta anche noi spettatori a godere meglio di ciò che appare a schermo. Volente o nolente, i sottotitoli costringono l'attenzione alla parte bassa dello schermo, facendo perdere spesso la visione d'insieme e dettagli preziosi. Considerate le già citate info a schermo poi, risulta anche un grosso aiuto nella fruizione.
 
Perché non prima dunque? The Ghost in the Shell di Science Saru è un ottimo prodotto, a cui va il merito di aver portato finalmente sugli schermi l'opera originale. Dopo anni in cui ne abbiamo visto l'anima tra le varie estrapolazioni, finalmente vediamo l'archetipo, la struttura originaria su cui poggia tutto il franchise. Il lavoro dal punto di vista tecnico è spesso d'alto livello, seguendo uno stilema anni '90 ma portato ai giorni nostri. Tuttavia, l'aver seguito in modo ossessivo le tavole del manga ha forse frenato l'intera trasposizione. Trovandoci in un altro media, i limiti del manga qui vengono forse amplificati, e probabilmente l'opera andrebbe comunque adattata a metriche diverse. Siamo sicuri che il ritmo spesso scanzonato vada bene al tipo di messaggio? Shirow è stato davvero consapevole di ciò che aveva tra le mani? Oshii ha capito The Ghost in the Shell meglio del suo autore?

E qui le strade si dividono, tra quelli che esigono l'assoluta fedeltà e tra chi cerca un'esperienza simile ma diversa. Punti di vista alla stregua di rette parallele, un Ghost e uno Shell uniti dalla stessa passione ma con visioni forse profondamente diverse.