Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.
Se volete farne parte anche voi... rimboccatevi le maniche e recensite!

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.

Per saperne di più continuate a leggere.

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Semplicemente geniale. Satoshi Kon ha concepito un capolavoro che si avventura in tutte le piccole, affascinanti e talvolta pericolose sfaccettature della psicologia umana. La trama principale di questo anime, composto da tredici episodi, ruota attorno alla misteriosa figura di Shonen Bat, una leggenda metropolitana la cui esistenza è in bilico tra la realtà e l'immaginazione. Descritto dalla sua prima vittima come un ragazzino che si muove su dei pattini a rotelle, Shonen Bat colpisce le sue vittime con una mazza da baseball dorata, apparentemente in modo indiscriminato. In realtà, scopriremo ben presto che il ragazzino in questione, comparendo dal nulla, aggredisce coloro che stanno vivendo dei momenti difficili nella loro vita o che sono costantemente perseguitati da sensazioni che in qualche modo turbano il loro animo.

L'attenzione ai dettagli e la minuziosità con la quale vengono create le atmosfere di tensione che lo caratterizzano rendono quest'anime un'esperienza unica da vivere. Il sonoro è secondo me l'elemento più importante e incisivo dell'opera, dal tormentante suono dei pattini a rotelle che si avvicinano sempre di più, all'opening stessa. Devo ammettere che quest'ultima inizialmente mi aveva fatto storcere un po' il naso, in quanto si tratta di un'opening insolita e piuttosto fuori dal comune, ma dietro le risate isteriche di ciascun personaggio si percepiva un qualcosa di stranamente inquietante. È inoltre interessante notare un forte contrasto tra l'opening e l'ending, dove nella prima i personaggi sono svegli e nell'atto di ridere incessantemente, una risata che cerca di camuffare i profondi disagi da loro vissuti, mentre nella seconda essi stanno dormendo in pace e hanno trovato la loro serenità, rifugiandosi nel mondo dei sogni e scappando dalla realtà e dai problemi che li affliggono, tema chiave della serie. Tuttavia, persino questa ending apparentemente tranquilla nasconde un che di inquietante, e la voce di Maromi, il piccolo cagnolino creato dalla prima vittima di Shonen Bat, risuona in sottofondo. Altro punto: Maromi, il tenerissimo personaggio dalle sembianze di un cane rosa creato da Tsukiko Sagi, ci perseguita durante tutta la serie, apparendo su gadget e anche nello studio di animazione che si occupa di produrre il suo anime. Non posso fare spoiler, ma è semplicemente incredibile come un elemento così innocuo e insignificante possa rivelarsi la chiave di tutto.

Un'altra caratteristica che ho molto apprezzato è stato il fatto che a ciascun personaggio è stato dato il suo spazio. Non potendo individuare un vero e proprio protagonista, la trama ruota esclusivamente attorno alle vicende raccontate, mettendo in primo piano la psicologia dei personaggi piuttosto che i personaggi stessi.

Sono stata un po' delusa dal finale, in quanto non era ciò che mi aspettavo, anche se io stessa non avrei saputo in quale altro modo terminare la serie, ma, se dovessi mettere da parte la trama, darei un 10 a "Paranoia Agent" per le sensazioni, già suggerite dal suo titolo, che mi ha saputo trasmettere con successo.

8.0/10
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"Avrei voluto dargli 9, ma son contento di non dover scendere sotto l'8".

Potrei dire solo questo e risparmiarmi di scrivere una recensione.
Ciononostante, da un lato mi piace analizzare le storie, dall'altro vengo criticato anche quando argomento le mie posizioni, figurarsi se smettessi di farlo.
Quindi, citando the weakest brazilian male, "Let's dance!".

Non conoscevo "Undead Unluck" quando ho iniziato a vederlo.
Il suo marketing non mi era arrivato, la mia allergia per le community non mi aveva fatto leggere discussioni al riguardo e, se ho iniziato a guardarlo, è stato per motivi terziari abbastanza puerili.
In queste occasioni, per lo spettatore comune è il primo impatto a farla da padrone, e sicuramente "Undead Unluck" sa presentarsi bene sin dal primo episodio, capace esso di introdurre al meglio le sue premesse, oltre ad avere una sequenza iniziale, originale dell'anime, molto potente esteticamente, anche se forse un po' fuorviante, non essendo rappresentativa dello spirito dell'opera.
Ma tant'è.

Detto ciò, io non sono uno spettatore medio.
Questo significa che, nel bene e nel male, non mi fermo mai alle prime impressioni.
So bene che le opere di un certo tipo si devono presentare bene, e quindi mettono molta cura nel primo episodio, che non è detto sarà poi mantenuta nel resto della serie. Dopotutto, viviamo nell'epoca delle scuole creative che insegnano a "catturare lo spettatore", ma un po' di meno a creare un'opera con una dignità.
Le persone credono che gli inizi e i finali siano le parti più importanti di un'opera, ma chi ha conoscenza vera del processo creativo sa bene che è lo svolgimento il luogo dove si riconosce la maestria dall'incapacità. Un'opera narrativa è paragonabile a una partita di scacchi di alto livello: i giocatori esperti conoscono quasi a memoria aperture e chiusure di una partita, e le svolgono in automatico, mentre è nel medio gioco che si decide la partita vera e propria. Quando non hai certezze, quando ci sono troppe strade e variabili, e devi capire come sfruttarle e indirizzarle - in parole povere, quando sono solo la tua sensibilità e la tua esperienza a fare la differenza.

Ma perché sto facendo questa parentesi?
Perché anche da questo punto di vista "Undead Unluck" mi stava soddisfacendo.

Sin dall'inizio, venivano introdotti elementi di contesto narrativo (quello che volgarmente è detto "world building") molto interessanti, che lasciavano spazio a possibili evoluzioni non del tutto prevedibili, capaci di creare una storia che, pur rimanendo nei canoni delle opere che noi identifichiamo come "shonen", si presentava molto più fresca e atipica di altre.
Sul lungo andare, mi sono ritrovato piacevolmente colpito a dover constatare che fosse effettivamente così, e che c'era la capacità di rendere l'opera davvero interessante.

Ma non sono solo le singole idee ad essere interessanti (perché le idee originali le hanno anche i bambini), ma era il modo in cui venivano introdotte a valorizzarle.
Ad esempio, una delle prime cose che veniamo a scoprire è che nel cielo notturno non ci sono le stelle, c'è solo la Luna. Questa cosa non viene caricata all'inverosimile perché "O mio dio! Colpo di scena!", ma viene detta con naturalezza, com'è naturale per i personaggi in quel momento della storia, e viene lasciato allo spettatore di ragionare sulle implicazioni di ciò, anche facendo riferimento a quanto sa, e quanto verrà a sapere in futuro.
Questo elemento, nella sua semplicità, mostra un'intelligenza nello scrivere e, soprattutto, un rispetto per l'utente finale dell'opera, che non è da dare per scontato, soprattutto nelle opere contemporanee, che da un lato sono spesso scritte nel modo più pedante e didascalico possibile, dall'altro si rivolgono a un pubblico che è sempre più superficiale e confonde sempre più spesso l'oro con la pirite, per non dire altro.

"Undead Unluck" non è un'opera profonda, non vuole esserlo, ma nella sua composizione ha molta più dignità e consapevolezza di altre che sono state definite capolavori contemporanei.

Detto ciò, ho lasciato intendere che ci fossero degli elementi criticabili, e ce ne sono.
Innanzitutto, delle volte il ritmo narrativo non è ottimale. Di solito si tratta di cose facilmente ignorabili; ciononostante, così non è per la parte centrale della seconda metà dell'anime.
Gli eventi in essa racconti sono molto "distesi", riempiendo interi episodi anche laddove forse non ce ne sarebbe bisogno, risultando allungati in un modo che può dare facilmente fastidio. Da quello che ho sentito, ma non ne ho la conferma, questo accade per la quantità di capitoli piuttosto bassa che si è deciso di adattare in quella porzione di episodi. Sono disposto a credere a questa considerazione, perché, di base, la scrittura si mantiene sempre sullo stesso livello, è "solo" il ritmo a non essere ottimale.

È pur vero che, comunque, quella parte un'ingenuità di scrittura la presenta.
Comprensibile, dato che, da quanto ho potuto constatare, questa storia è la prima opera di un certo livello del suo autore, ma va comunque fatta notare.
Tutta quella porzione di eventi si origina a seguito del tradimento di un personaggio relativamente importante. Il problema è che, essendo relativamente all'inizio della storia, per quanto quel personaggio fosse anche stato approfondito con un flashback, il potenziale emotivo di un tale momento è sicuramente ridotto dal fatto che non si ha avuto modo di affezionarcisi più di tanto.
Si tratta comunque di un bel momento, che non presenta errori "veri" di scrittura, ma che ne esce molto depotenziato rispetto a quanto sarebbe potuto essere.

Nella visione d'insieme, dunque, quella parte dell'anime rimane quindi l'unico momento davvero criticabile. Pur essendo un peccato, e il motivo principe per cui non me la sento di dare 9 ad "Undead Unluck", direi che, visti gli alti e bassi di altre opere, è andata anche piuttosto bene.

A livello tecnico, l'anime di David Productions è più che buono.
Non è "Jojo" (e forse sarebbe stupido aspettarsi che lo fosse), ma le animazioni 2D non hanno praticamente difetto alcuno. Un po' un peccato che, anche se non in modo preponderante, ogni tanto si sia ricorso a della CGI non esattamente ottimale, pur se migliore di altri anime. Ogni tanto avrei preferito dei passaggi registici leggermente più chiari durante gli scontri, ma sono comunque tutti perfettamente leggibili e non creano confusione alcuna.

La colonna sonora non l'ho trovata memorabile, ma funziona.
La opening e la ending della prima metà dell'anime mi piacciono molto, mentre quelle della seconda mi fanno schifo, ma non sono oggettivamente brutte.

"Undead Unluck" merita di essere seguito, e spero che in tanti lo facciano.
Auf wiedersehen!

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You are my special” (o forse no)

“Jujutsu Kaisen” è l’adattamento animato dell’omonimo manga targato Gege Akutami e, ultimamente, sta godendo di un ampio favor populi presso il pubblico nipponico (e non).
Le ragioni di un tale fervente entusiasmo da parte degli appassionati rimangono, almeno per quanto mi riguarda, un mistero. La serie, infatti, non brilla particolarmente per originalità né, tantomeno, per qualità narrativa; ma andiamo con ordine.

Dopo l'incomprensibile successo di “Demon Slayer” (o, mutatis mutandis, di “Attack on Titan”) questa volta è “Jujutsu Kaisen” ad imporsi nel pantheon degli shounen come il prossimo oggetto di venerazione da parte delle folle. Tuttavia, non è dato comprenderne la ragione, in quanto la serie non aggiunge alcunché di nuovo al genere, tanto da risultare, né più né meno, come una sostanziale e algida riproposizione dei più caratteristici topoi dello stesso. “Jujutsu Kaisen” compie, infatti, una sorta di curiosa opera di decoupage; saccheggiando un po’ “Naruto”, depredando un po’ “Bleach” e strizzando l'occhio a numerosi altri shounen classici (talvolta citandoli espressamente), incastra accortamente i propri pezzi dando l’apparenza di una formula nuova, ma così non è.
Non a caso la serie si pone, invero, alla guisa di un anti-shounen, vestendosi di un sudario di illusoria serietà e maturità che, cionondimeno, non riesce del tutto nell’intento di occultarne l’inadeguatezza.

Non vi è chi non veda, infatti, che la trama e lo storytelling di “Jujutsu Kaisen” siano afflitti da molteplici carenze, sia da un punto di vista contenutistico che strettamente diegetico.
Partendo da quest’ultima considerazione, l’affabulazione della serie si evolve malamente, arrancando in una sinusoide irregolare di alti e bassi che, purtroppo, soffre di frequenti accelerazioni salvo poi inchiodare in fangosi “spiegoni” che certo non giovano al ritmo narrativo.
E infatti, “Jujutsu Kaisen” in un primo momento inserisce letteralmente il turbo e brucia le tappe, lasciando però la maggior parte dei propri elementi claudicanti, senza un adeguato approfondimento, senza prendersi il tempo per evolvere gradualmente conducendo con sé lo spettatore. Conseguentemente la serie si trova spesso costretta a forzare le spiegazioni (alle volte ne fa anche a meno) a beneficio del fruitore che, del tutto legittimamente, può sentirsi sballottato e confuso in queste vorticose montagne russe.
Peraltro, verso il terminare della seconda stagione la situazione, inaspettatamente, si inverte e il ritmo rallenta in modo innaturale, dilatando i tempi narrativi all’inverosimile, tanto da rendere estenuante la visione. La trama procede fondamentalmente di combattimento in combattimento, esasperando irragionevolmente la durata degli scontri e concedendo pochissimo peso ad altri eventi di rilievo, come la morte di alcuni personaggi, con un risultato del tutto anticlimatico nonché farraginoso.
Inoltre, di punto in bianco, sovente la narrazione si sviluppa in direzioni completamente casuali, che appaiono totalmente ‘randomiche’ e calate ex abrupto dall’alto, fornendo l’impressione che la storia sia concepita più di arco in arco che rispettando una visione di insieme coerente (salvo alcuni macro aspetti, come ad esempio il “piano” di Sukuna, che sono tuttavia sotterranei).
Vi è, ad onore del vero, una parziale eccezione a questo modus operandi nel film e nel flashback, e ciò risolleva leggermente il mio giudizio sulla serie.
Per quanto concerne la storia, i contenuti di “Jujutsu Kaisen” sono comodamente approssimabili allo zero assoluto. Le motivazioni dei personaggi, le loro caratterizzazioni e, più in generale, le tematiche della serie sono essenzialmente monodimensionali, piatte e affrontate in modo epidermico. La serie tenta invano di darsi un tono mediante l'espediente di scene violente, morti crudeli, poteri peculiari e personaggi molto “cool”, ma ciò, invero, all’unico scopo di celare un soggiacente vacuum concettuale.

Fermo quanto sopra esposto, vi è da ammettere che l’autore tenta di ribaltare alcuni cliché tipici degli shounen, come ad esempio l’onnipresente “arco di allenamento”, la non fallibilità del protagonista, il fatto che spiegare il proprio potere lo renda più forte (così che ha effettivamente senso che i personaggi lo facciano, sebbene comunque appaia anche come un pigro espediente per poter giustificare gli ‘spiegoni’), nonché la morte di personaggi principali (in un afflato quasi alla “Game of Thrones”).
Il fatto stesso che Sukuna non sia controllabile da Itadori ma, a tutti gli effetti, un vero e proprio villain, che persegue i propri piani, è un tentativo di remare contro ad alcuni stereotipi del genere. Si tratta però di scelte che, nell’economia complessiva della serie, non riescono nel loro intento, perché riguardano aspetti prettamente formali. Peraltro, la mancanza di un allenamento rende poco credibili i progressi del protagonista che subisce "level up" totalmente arbitrari e che non hanno adeguata giustificazione.
A stemperare un poco tale valle di lacrime vi è, comunque, la presenza di alcune figure effettivamente interessanti, quali Nanami, Mahito oppure Geto, la cui scrittura è abbastanza buona; tuttavia, trattasi di elementi non idonei e sufficienti a sovvertire la generale drammatica carenza di contenuti di quest’opera.

Un ulteriore elemento che ho trovato tutt’altro che convincente è il cosiddetto “sistema di poteri” che sta alla base di tutto l’ecosistema sovrannaturale di “Jujutsu Kaisen”.
Se, da un lato, il concetto delle maledizioni quali mostri che nascono dalle emozioni e dai sentimenti negativi è interessante, sebbene non certo inedito o avveniristico (basti pensare agli ultimi episodi di “Ayakashi Japanise Classic Horror” o a “Mononoke”), dall'altro lato, le tecniche innate sono invece sintomo di estrema pigrizia. Mi spiego meglio: nel mondo di “Jujutsu Kaisen” ogni individuo cela dentro di sé una tecnica innata, ovverosia un potere unico che soltanto lui può utilizzare, il quale può rimanere sopito oppure essere risvegliato. Tali tecniche, tuttavia, si caratterizzano per gli effetti più disparati e diversi, dal poter invertire le leggi della fisica al poter trasferire il proprio cervello da un corpo all’altro.
Ebbene, tale struttura appare palesemente quale un comodo generatore automatico di poteri ‘randomici’, come più aggrada e necessita all’autore, senza che questi sia costretto a darne spiegazione, perché tanto si tratta di “un potere innato” che letteralmente “ciccia” fuori ex nihilo.
Inutile dire che siamo lontani anni luce da sistemi molto più interessanti come, per limitarci ad un solo esempio, il Nen di “Hunter x Hunter”, le cui dinamiche sono dettagliatamente e accuratamente strutturate.

Da ultimo, e molto brevemente, la realizzazione grafica è in generale molto buona, così come la regia, le animazioni e le musiche. Vi è da essere onesti su questo: la confezione di “Jujutsu Kaisen” è veramente pregevole e appagante, in particolar modo per quanto riguarda la realizzazione di alcuni combattimenti dell’arco di Shibuya.

Concludendo, non mi sento di dire che “Jujutsu Kaisen” sia per forza di cose da considerare come un brutto anime, anzi, in ragione anche (e soprattutto) del proprio apparato grafico si lascia tutto sommato guardare; tuttavia, soffre di un generalizzato "hype" che purtroppo lo fa percepire come molto sopravvalutato rispetto a ciò che è: uno shounen senza infamia né lode.