Dopo una stagione autunnale piuttosto avara di soddisfazioni visive, quella invernale ci sta invece regalando momenti di altissima qualità, almeno per quanto riguarda le animazioni. Forse siamo già di fronte a uno dei picchi più alti che vedremo quest’anno.

Che lo si ami o lo si odi, il popolare anime Jujutsu Kaisen, adattamento dell'omonimo manga di Gege Akutami, sta attualmente trasmettendo gli episodi della sua terza stagione. In passato la serie aveva fatto molto discutere per i gravi problemi produttivi dell'industria di cui era diventata, suo malgrado, il simbolo. Per questo terzo ciclo di episodi, però, vogliamo concentrarci su un altro aspetto dello studio MAPPA: gli "eroi" che lavorano alla serie e che hanno portato in onda mezz’ora di puro spettacolo visivo. Un episodio che non solo adatta una delle parti più interessanti del manga, la rielabora per renderla ancora più potente, sfruttando al massimo le potenzialità del mezzo audiovisivo. In questo caso, l'adattamento ha superato di gran lunga l'opera originale: il manga non è sempre meglio dell'anime, anche se spesso tendiamo a sostenerlo.



 

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L’episodio 51 di Jujutsu Kaisen, ovvero il quarto della terza stagione rilasciato di recente in Italia sulla piattaforma Crunchyroll, così come l’episodio 5 di City: The Animation, prodotto da Kyoto Animation, sarà senza dubbio oggetto di studio per professionisti e appassionati del settore. Proviamo allora a fare luce sul dietro le quinte e a capire perché questa singola puntata sia una delle cose più incredibili offerte dalla serie (e forse anche da molte altre produzioni recenti).

Ovviamente, quanto segue contiene spoiler, quindi si consiglia la lettura con consapevolezza.

L’episodio che racconta lo sterminio del clan Zenin da parte di Maki è una puntata monotematica, interamente dedicata al personaggio. Colpisce innanzitutto la durata estesa: ben 28 minuti, con opening ed ending ridotte all’osso per lasciare più spazio possibile alla vicenda. Una vicenda di per sé estremamente concitata, un fulmine a ciel sereno nel mare magnum di avvenimenti che caratterizzano Jujutsu Kaisen e, in particolare, questo arco narrativo. Forse tutto accade molto in fretta, ma spezzare la vendetta di Maki in più episodi avrebbe danneggiato gravemente la narrazione: avrebbe creato climax dove non erano necessari e distrutto quella sensazione di calma violenta e disperata che permea l’intera puntata. La series composition di Hiroshi Seko ha avuto l’intuizione giusta nel non forzare il ritmo.
 

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La direzione della fotografia dell’episodio, curata da Teppei Itō, si appoggia con forza al color script di Eiko Matsushima per restituire la percezione dello scorrere del tempo, o della sua totale assenza. Emblematico è il parallelismo tra i colori delle prime e delle ultime scene: l’alba e il tramonto di un singolo giorno che iniziano e finiscono in modo sorprendentemente simile ma con un ribaltamento totale dei rapporti di potere. Maki entra come vittima ed esce come carnefice. Entra odiata dalla sua famiglia ed esce con il loro sangue sulla lama. Entra come sorella, esce sola, con la spada sguainata.

Il panorama e i background sono la prima cosa a colpire: imponenti, strutturati, simmetrici, sconquassati dalla figura piccola ma determinata che li attraversa in direzione opposta. Shota Goshozono, giovane e geniale regista e storyboarder, crea scompiglio già nelle prime scene, mostrando Maki che avanza lentamente in orizzontale tra le altissime colonne verticali del palazzo Zenin. Lei, la pecora nera, si muove controcorrente, pronta a distruggere quell’ordine scolpito nella pietra. Prospettive allungate e stranianti rafforzano ulteriormente la sensazione di solitudine e nichilismo che avvolge la protagonista. 
 

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Studio del colore di Teppei Ito.


Da un primo momento di calma si passa presto all’azione, un’azione che richiama immediatamente la cinematografia di Ozu, soprattutto nei primi piani, per poi omaggiare il grande cinema dei samurai nelle sue sequenze più controllate, nelle quali fa uso di una musica corale, aulica, quasi sacrale. Ma improvvisamente il registro cambia e si scivola nel territorio dello “spaghetti samurai” di  Quentin Tarantino, ricalcando apertamente le scene della Sposa di Uma Thurman nella lotta contro gli Ottantotto Folli di O-Ren Ishii in Kill Bill Vol. 1. Non solo: anche l’ingresso di Maki nella tenuta degli Zenin, accompagnato dal voice over del padre, richiama l’incipit del primo capitolo del dittico tarantiniano, con Bill davanti alla chiesa di El Paso. Lo spettatore attento ha già capito tutto: vendetta, violenta, brutale, folle. In fondo siamo di fronte a una messa in scena “western” immersa nella tradizione nipponica dei samurai.

 


L’uso della musica e le scelte cromatiche (spesso monocromatiche) rimandano apertamente a quella cinematografia che si aspetta uno spettatore in grado di riconoscere i riferimenti e nell'usarli per dar forza al suo storyboard, Shōta Goshozono si afferma come una delle menti più brillanti della sua generazione. L’episodio 51 non è soltanto “divertente” perché ricco di rimandi a Kill Bill, ma perché riesce a utilizzarli in modo significativo. La violenza portata avanti da Maki è l’esplosione di una sofferenza emotiva che emerge grazie a un montaggio sincopato, alle sovrapposizioni e alla spersonalizzazione dei personaggi: il bianco e nero spersonalizza la violenza e ci riporta la sensazione di un massacro in auto-pilota; in più le presentazioni formali tramite didascalie, tipiche di uno shōnen contemporaneo sovraccarico di personaggi, servono solo a dirci chi sono, perché sappiamo già che da lì a venti minuti non li vedremo mai più.
 

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La sequenza restituisce tutta la dinamicità dei movimenti che superano i confini dell'animazione stessa. I riferimenti visivi vanno ovviamente al La storia della Principessa Splendente di Hisao Takahata e alla sua frenetica corsa animata da Shinji Hashimoto che ha fatto la storia. Ciò che vedete è stato animato da da Sou Miyazaki.

Storyboard e regia sono dunque impeccabili e densi di significato, ma non sono l’unico punto di forza. L’episodio è stato una vera e propria chiamata alle armi per grandi professionisti del settore: China, Julian Bentley, Reina Igawa, Saucelot, Sota Shigetsugu e molti altri, già coinvolti anche nel film di Chainsaw Man. Tra questi figura lo stesso Goshozono, impegnato anche come animatore.

 

Key Animation: Proro
 

Le scene d’azione sono una lettera d’amore all’animazione di Yutaka Nakamura, celebre per i suoi “Yutapon Cubes”: quando l’impatto di un colpo scompone ciò che viene colpito in detriti cubici. Terreno, muri, edifici, persino il fumo assumono una forma innaturalmente geometrica, estremamente referenziale ma di grande potenza drammatica. L’influenza di Nakamura è centrale anche nella coreografia dei combattimenti: una gestione del frame che sembra sospendere il tempo, creando un’attesa carica di energia prima del rilascio finale della forza.

 

Il tema dell’attesa e della pausa viene sfruttato magistralmente anche per rappresentare il “potere dei 24 frame” di Naoya Zenin: una vera e propria riflessione metanarrativa sull’animazione stessa. Ventiquattro frame sono infatti necessari per un secondo di animazione, e quando il potere si inceppa il montaggio si fa sincopato, l’animazione si frantuma e tempo narrativo, movimento e potere entrano in crisi, passando dall’esplosione dell’energia al fermo immagine disturbante.

Ovviamente il discorso relativo all'animazione non si limita all’azione. Anche nei momenti più quieti emerge uno storyboard e un'animazione carichi di pesantezza e sentimento: scene toccanti animate con estrema precisione e delicatezza, un realismo dei volti e dei gesti costruito su una gestione magistrale dei tempi drammatici.
 

Toccante e sentita sequenza animata, probabilmente, da Aya Suzuki. La sequenza si prende il suo tempo, regala l'ultimo momento di triste e sofferto respiro prima dell'escalation. Riusciamo a sentire il peso di ogni gesto.
Aya Suzuki ha prestato la sua professionalità di animatrice e storyboarder a moltissimi film orientali e occidentali, tra i quali ha curato lo storyboard e le animazioni di un film francese, L'Illusioniste, un film su un mimo muto: chi più di lei avrebbe potuto rendere al meglio le emozioni di una scena simile.

Il discorso sulle animazioni si inserisce all'interno di un contesto musicale che alterna sonorità auliche e sacrali nei momenti di calma a brani funk quasi jazz durante la strage di Maki. Una musica estranea al contesto, ma perfettamente funzionale al tema della vendetta e, soprattutto, della dissacrazione. Tutto il contrario di cosa si è visto fino a quel momento.

 

  Key animation: Mokmok


Questo in una sola puntata, capace di fondere cinema, regia per il grande e piccolo schermo e animazione per prendere un buon materiale di partenza ed elevarlo a vera e propria arte audiovisiva. Se per Shōta Goshozono e il suo team siamo solo all'inizio, non resta che attendere con grande trepidazione ciò che verrà.

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Shota "Gosso" Goshozono cinema.

Fonti consultate: