Realizzare un buon adattamento di un manga molto particolare, sia dal punto di vista narrativo che stilistico, non è affatto facile; farne uno ottimo è ancora più difficile, e sono davvero pochi i titoli che possono dire di esserci riusciti.
Fare un adattamento animato di un manga non significa limitarsi a usare il cartaceo come fosse uno storyboard. Fumetto e animazione sono due media diversi e la chiave per riuscire a trasporre con precisione l'uno all'altro è comprendere e cogliere il cuore del soggetto originale e tradurlo con i diversi mezzi a disposizione dell'audiovisivo: nella stagione appena trascorsa, infatti, Crunchyroll ha trasmesso un titolo che è riuscito in tutto ciò, guadagnando un seguito interessante tra fan vecchi e nuovi. Si tratta di Witch Hat Atelier, adattamento dell'omonimo manga fantasy di Kamome Shirahama, in Italia edito da Panini Comics.
Nell'adattamento animato l'opera cartacea viene rispettata religiosamente, grazie alle continue consultazioni con la mangaka, ma anche a una profonda comprensione del fumetto di partenza. Shirahama, il cui lavoro siede oggi accanto a Frieren e Dungeon Food a costituire quella che viene definita la "Big Three" del fantasy manga contemporaneo, firma un'opera con forti radici in una tradizione narrativa che poco ha a che vedere con le usanze orientali. Il fantasy di Shirahama è un fantasy di tipo occidentale, basato su una solida radicazione del world building sulla quale poi si ergono le storie dei personaggi. Comprendere ciò che avviene, viene detto e viene mostrato è molto difficile se non si possiedono le basi del sistema sociale, magico e geopolitico che regge il mondo della storia. Il soggetto originale, di per sé, procede con una certa flemma, come è consueto per la narrativa fantastica occidentale.
L'anime coglie perfettamente questa necessità, portando in scena eventi che si prendono il proprio tempo: dà modo alle cose di mostrarsi ed essere mostrate, offrendo allo spettatore tutti gli elementi per comprendere cosa avverrà in seguito e, anzi, per iniziare a ragionare sul posizionamento di ogni cosa sulla scala morale e sulla bilancia che sottende l'intero mondo di Witch Hat Atelier: Cappelli a Punta o Cappelli a Tesa Larga? Per poter prendere parte a questa discussione è necessario conoscere. E la conoscenza è proprio il motore della protagonista, che diventa in qualche modo il doppio dello spettatore all'interno del mondo magico.
Per mostrare tutto il mondo che circonda Coco e le altre non si sprecano allora i campi lunghi: la serie vuole accogliere lo spettatore con un mondo maestoso e al tempo stesso indecifrabile, pieno di creazioni ammalianti, trucchi e meraviglie, sempre al centro dello schermo e sottolineati da un uso della luce che cerca di recuperare quell'aura di meraviglia che li ammanta già tra le pagine del manga. Il direttore della fotografia, Tadashi Kitaoka, veterano nel ruolo, ha saputo magistralmente "incorniciare" personaggi e vicende, giostrandosi tra inquadrature eloquenti che traducono l'effetto sorpresa che solo il fumetto può dare, e posizionano personaggi e ambienti per suscitare intense emozioni nello spettatore. L'anime rispetta la necessità di stupire e far comprendere, far assaporare questo mondo fantastico, che costituisce le fondamenta del percorso emotivo e "magico" di Coco.
Per quanto riguarda la gestione dei personaggi, è piuttosto difficile riuscire a dare a ciascuno il proprio spazio quando l'opera originale può permettersi di prendersi tutto il tempo necessario, forte di una run cartacea piuttosto estesa. Ciò che Witch Hat Atelier fa davvero bene è capire in profondità i suoi protagonisti e usare il tempo a disposizione per raccontare il cuore tematico dell'opera, ovvero le divergenze tra diverse concezioni della giustizia all'interno di quel mondo che, mano a mano, si va delineando, un tratto dopo l'altro, in maniera precisa e solida. Ogni personaggio ha il proprio spazio di manovra e molteplici momenti in cui, tramite una battuta ben collocata o un'inquadratura significativa, riesce a comunicare il motivo per cui ogni giorno traccia infiniti cerchi magici nella speranza di raggiungere il proprio obiettivo. Ciò avviene nel bene e nel male, perché il cartone riesce a restituire pienamente l'aura di mistero e soprattutto di contraddizione che contraddistingue non solo i Cavalieri, dei Cappelli a Punta, o in maniera ancor più palese il sempre sorridente Qifrey, ma l'intero binarismo sociale su cui si basa il mondo della storia.
Senza ombra di dubbio tanto del merito va all'opera originale per aver trattato in maniera sapiente temi non scontati e aver creato personaggi credibili, intriganti e non stereotipati. Però lo staff di questo adattamento è davvero riuscito ad abbracciarne il nocciolo emotivo e narrativo dell'opera di Shirahama. Lo storyboard e la regia usano il linguaggio dell'animazione per raccontare la storia cercando di mantenere quell'aura di meraviglia che ammanta i disegni originali, integrandoli nella narrazione visiva per raccontare flashback o impreziosire i momenti più storici e didattici, come se si trattasse di un libro dalle miniature intarsiate. L'arte del tracciare righe, di per sé, nel mondo di Witch Hat Atelier è la vera magia: un artigianato dal quale il manga non vuole prendere le distanze (e il rimando meta-testuale, ovvero creare magie attraverso i disegni, è sicuramente voluto), e tantomeno lo fa il cartone, che sfrutta la cura grafica per mostrare in questo modo il segreto della magia.
L'adattamento animato, realizzato da Bug Film (studio che aveva fatto sognare e poi disperare con Zom 100) vanta la regia di Ayumu Watanabe, un regista dal piglio prettamente cinematografico e capace di sprigionare una forte carica visiva dalle immagini. Si vede infatti come abbia infuso nel suo staff la volontà di sfruttare ogni angolo dello schermo per creare emozione e meraviglia: dalle storie raccontate come libri pop-up a rese più sperimentali e sui generis in alcune scene (merito anche dell'attento occhio dell'art director Ryota Goto, praticamente alla sua prima esperienza significativa nel ruolo). L'uso di questi segmenti sperimentali, distaccati dallo stile usuale, permette di rappresentare qualcosa di davvero fuori dall'ordinario, oltre che creare una distanza e dunque una sottolineatura narrativa ed emotiva su ciò che sta accadendo. Allora il mondo d'argento di Tarta prende forma in un mare di ombre, il controllo dell'acqua di Qifrey brilla a ogni episodio, e alcuni episodi particolarmente significativi (tra cui ricordiamo il 3, il 5 e quello conclusivo) sono veri e propri capolavori di animazione. Il cartone usa la meraviglia per spalancare gli occhi dello spettatore e ricordargli che, in quel mondo, la magia esiste e deve poterla vedere.
I personaggi sono delineati da Kairi Unabara, artista che abbiamo già avuto modo di apprezzare al fianco di Naoko Yamada in Heike Monogatari e ne I colori dell'anima. Si percepisce tutta la delicatezza della sua resa grafica, senza però perdere il fascino dei disegni originali. In fondo, quelli di Witch Hat Atelier devono essere personaggi emotivi ma anche performanti, perché non mancano episodi di azione e movimento. Unabara, nella decisione e nella delicatezza del proprio tratto, si distingue anche nella direzione delle animazioni grazie alle quali il cartone riesce a trasmettere sentimenti delicati nel gesto di una mano, in una linea tracciata, in un occhio che si socchiude e guarda l'orizzonte, ma anche nella forza degli elementi, nel volo dentro la tempesta, nella pericolosità di una caduta fatale. Ed è proprio questa potenza magica dell'animazione a risollevare anche gli episodi dal pacing più lento: vi è sempre l'elemento di sorpresa, di stupore, una sequenza che mira ad affascinare, richiamando la funzione che la composizione delle tavole svolge nel lavoro di Shirahama. Il tutto è accompagnato da una colonna sonora davvero preziosa di Yuka Kitamura, compositrice famosa per il suo sound costituito da un'ossatura di violino (lei è una violinista, nonché vocalist) che ha reso potenti e avvolgenti le colonne sonore di Dark Souls III ed Elden Ring. La regina del dark fantasy esplorativo aiuta allora lo spettatore ad entrare in sintonia con il mondo da conoscere nei suoi antri bui e nei suoi giardini di luce.
Tutto questo è stato possibile grazie a un'attenta gestione delle risorse e dei tempi di lavoro tanto che la serie è stata terminata prima della messa in onda. Qualcuno potrà pensare che si tratti di una normalità, ma è proprio l'eccezione che conferma la regola: l'animazione è un'arte che richiede tempo, dedizione e molte risorse, e piegare questo processo alla fretta del mercato è controproducente. Watanabe, infatti, nella stessa stagione di Witch Hat Atelier è stato impegnato anche alla regia di un altro titolo, Akane Banashi, e questo è stato possibile proprio grazie a un'attenta gestione delle tempistiche di produzione. A Witch Hat Atelier sono stati dedicati il tempo e le risorse necessarie, e proprio per questo motivo il risultato ha raggiunto un livello così alto.
Un lato negativo della serie può essere considerato proprio la sua composition (ovvero l'adattamento della sceneggiatura). Per forza di cose, il lavoro di Hiroshi Seko ha dovuto fare i conti con un manga estremamente dettagliato, dal quale tagliare alcune parti avrebbe portato a un risultato disastroso, con il rischio di compromettere la comprensione delle tematiche di fondo e allontanarsi bruscamente dai temi focali della serie. Per questo, a episodi particolarmente concitati si sono susseguiti episodi dal pacing decisamente più lento, nei quali può sembrare che non stia succedendo "niente". Che non succedesse nulla, a conti fatti, non è vero, siccome ogni episodio è stato dosato per fornire informazioni e costruire, tratto dopo tratto, il worldbuilding del mondo di Coco e delle sue colleghe apprendiste, offrendo al contempo l'occasione di creare quella magia dell'animazione pronta a stupire lo spettatore anche in un episodio più "uggioso" di altri.
Eppure l'ultimo episodio finisce in medias res, al centro di un arco estremamente importante ed emozionante la cui rottura tensiva andrà sicuramente a incidere sull'intera economia della narrazione. Forti forse di una consapevolezza pregressa riguardo all'effettiva conferma del secondo cour, gli autori hanno spaccato in due l'arco narrativo senza rispettare il percorso emotivo dello spettatore. Quando torneremo a vedere Witch Hat Atelier, lo faremo sicuramente con il fiato sospeso, ma meno trasportati dagli avvenimenti.
Fare un adattamento animato di un manga non significa limitarsi a usare il cartaceo come fosse uno storyboard. Fumetto e animazione sono due media diversi e la chiave per riuscire a trasporre con precisione l'uno all'altro è comprendere e cogliere il cuore del soggetto originale e tradurlo con i diversi mezzi a disposizione dell'audiovisivo: nella stagione appena trascorsa, infatti, Crunchyroll ha trasmesso un titolo che è riuscito in tutto ciò, guadagnando un seguito interessante tra fan vecchi e nuovi. Si tratta di Witch Hat Atelier, adattamento dell'omonimo manga fantasy di Kamome Shirahama, in Italia edito da Panini Comics.
Coco è una ragazza che vive in un piccolo villaggio e sogna di diventare una maga. Purtroppo però, ciò è impossibile per chi non è in grado di usare la magia sin dalla nascita quindi la ragazza si vede costretta ad abbandonare il suo sogno. Un giorno però, un mago fa visita al suo villaggio...
Nell'adattamento animato l'opera cartacea viene rispettata religiosamente, grazie alle continue consultazioni con la mangaka, ma anche a una profonda comprensione del fumetto di partenza. Shirahama, il cui lavoro siede oggi accanto a Frieren e Dungeon Food a costituire quella che viene definita la "Big Three" del fantasy manga contemporaneo, firma un'opera con forti radici in una tradizione narrativa che poco ha a che vedere con le usanze orientali. Il fantasy di Shirahama è un fantasy di tipo occidentale, basato su una solida radicazione del world building sulla quale poi si ergono le storie dei personaggi. Comprendere ciò che avviene, viene detto e viene mostrato è molto difficile se non si possiedono le basi del sistema sociale, magico e geopolitico che regge il mondo della storia. Il soggetto originale, di per sé, procede con una certa flemma, come è consueto per la narrativa fantastica occidentale.
L'anime coglie perfettamente questa necessità, portando in scena eventi che si prendono il proprio tempo: dà modo alle cose di mostrarsi ed essere mostrate, offrendo allo spettatore tutti gli elementi per comprendere cosa avverrà in seguito e, anzi, per iniziare a ragionare sul posizionamento di ogni cosa sulla scala morale e sulla bilancia che sottende l'intero mondo di Witch Hat Atelier: Cappelli a Punta o Cappelli a Tesa Larga? Per poter prendere parte a questa discussione è necessario conoscere. E la conoscenza è proprio il motore della protagonista, che diventa in qualche modo il doppio dello spettatore all'interno del mondo magico.
Animazione di Haruyoshi Nomura. Il character acting e gli sfondi si uniscono ad un uso della luce in grado di sottolineare le emozioni dei personaggi senza debilitare la potenza delle azioni. Il segmento finale, invece, sfrutta un movimento di camera per realizzare un salto temporale senza l'utilizzo di ulteriore screentime (che l'episodio, già dilatato, non avrebbe avuto).
Per mostrare tutto il mondo che circonda Coco e le altre non si sprecano allora i campi lunghi: la serie vuole accogliere lo spettatore con un mondo maestoso e al tempo stesso indecifrabile, pieno di creazioni ammalianti, trucchi e meraviglie, sempre al centro dello schermo e sottolineati da un uso della luce che cerca di recuperare quell'aura di meraviglia che li ammanta già tra le pagine del manga. Il direttore della fotografia, Tadashi Kitaoka, veterano nel ruolo, ha saputo magistralmente "incorniciare" personaggi e vicende, giostrandosi tra inquadrature eloquenti che traducono l'effetto sorpresa che solo il fumetto può dare, e posizionano personaggi e ambienti per suscitare intense emozioni nello spettatore. L'anime rispetta la necessità di stupire e far comprendere, far assaporare questo mondo fantastico, che costituisce le fondamenta del percorso emotivo e "magico" di Coco.
Per quanto riguarda la gestione dei personaggi, è piuttosto difficile riuscire a dare a ciascuno il proprio spazio quando l'opera originale può permettersi di prendersi tutto il tempo necessario, forte di una run cartacea piuttosto estesa. Ciò che Witch Hat Atelier fa davvero bene è capire in profondità i suoi protagonisti e usare il tempo a disposizione per raccontare il cuore tematico dell'opera, ovvero le divergenze tra diverse concezioni della giustizia all'interno di quel mondo che, mano a mano, si va delineando, un tratto dopo l'altro, in maniera precisa e solida. Ogni personaggio ha il proprio spazio di manovra e molteplici momenti in cui, tramite una battuta ben collocata o un'inquadratura significativa, riesce a comunicare il motivo per cui ogni giorno traccia infiniti cerchi magici nella speranza di raggiungere il proprio obiettivo. Ciò avviene nel bene e nel male, perché il cartone riesce a restituire pienamente l'aura di mistero e soprattutto di contraddizione che contraddistingue non solo i Cavalieri, dei Cappelli a Punta, o in maniera ancor più palese il sempre sorridente Qifrey, ma l'intero binarismo sociale su cui si basa il mondo della storia.
Animazione di Vercreek. Due diversi regimi di animazioni e due diversi usi della luce. Lo sfondo nero si contrappone alla luminosità abbacinante del secondo cut a sottolineare il distacco quasi violento tra i due avvenimenti. Eppure, i personaggi e gli oggetti a schermo si posizionano in una scala cromatica del "grigiore". Perché è esattamente in questo spettro che si collocano i temi fondanti di tutta la serie.
Senza ombra di dubbio tanto del merito va all'opera originale per aver trattato in maniera sapiente temi non scontati e aver creato personaggi credibili, intriganti e non stereotipati. Però lo staff di questo adattamento è davvero riuscito ad abbracciarne il nocciolo emotivo e narrativo dell'opera di Shirahama. Lo storyboard e la regia usano il linguaggio dell'animazione per raccontare la storia cercando di mantenere quell'aura di meraviglia che ammanta i disegni originali, integrandoli nella narrazione visiva per raccontare flashback o impreziosire i momenti più storici e didattici, come se si trattasse di un libro dalle miniature intarsiate. L'arte del tracciare righe, di per sé, nel mondo di Witch Hat Atelier è la vera magia: un artigianato dal quale il manga non vuole prendere le distanze (e il rimando meta-testuale, ovvero creare magie attraverso i disegni, è sicuramente voluto), e tantomeno lo fa il cartone, che sfrutta la cura grafica per mostrare in questo modo il segreto della magia.
L'adattamento animato, realizzato da Bug Film (studio che aveva fatto sognare e poi disperare con Zom 100) vanta la regia di Ayumu Watanabe, un regista dal piglio prettamente cinematografico e capace di sprigionare una forte carica visiva dalle immagini. Si vede infatti come abbia infuso nel suo staff la volontà di sfruttare ogni angolo dello schermo per creare emozione e meraviglia: dalle storie raccontate come libri pop-up a rese più sperimentali e sui generis in alcune scene (merito anche dell'attento occhio dell'art director Ryota Goto, praticamente alla sua prima esperienza significativa nel ruolo). L'uso di questi segmenti sperimentali, distaccati dallo stile usuale, permette di rappresentare qualcosa di davvero fuori dall'ordinario, oltre che creare una distanza e dunque una sottolineatura narrativa ed emotiva su ciò che sta accadendo. Allora il mondo d'argento di Tarta prende forma in un mare di ombre, il controllo dell'acqua di Qifrey brilla a ogni episodio, e alcuni episodi particolarmente significativi (tra cui ricordiamo il 3, il 5 e quello conclusivo) sono veri e propri capolavori di animazione. Il cartone usa la meraviglia per spalancare gli occhi dello spettatore e ricordargli che, in quel mondo, la magia esiste e deve poterla vedere.
Animazione di William Lee. La potenza della magia viene rappresentata dalle linee nette e precise che cambiano sostanza, diventano malleabili, creano scie di colori e rendono la struttura della casa curva e cangiante, come se fosse una bolla di energia sull'orlo di esplodere e sprigionare tutta la sua infinita forza. In una sola scena lo spettatore è testimone di meraviglia e terrore.
I personaggi sono delineati da Kairi Unabara, artista che abbiamo già avuto modo di apprezzare al fianco di Naoko Yamada in Heike Monogatari e ne I colori dell'anima. Si percepisce tutta la delicatezza della sua resa grafica, senza però perdere il fascino dei disegni originali. In fondo, quelli di Witch Hat Atelier devono essere personaggi emotivi ma anche performanti, perché non mancano episodi di azione e movimento. Unabara, nella decisione e nella delicatezza del proprio tratto, si distingue anche nella direzione delle animazioni grazie alle quali il cartone riesce a trasmettere sentimenti delicati nel gesto di una mano, in una linea tracciata, in un occhio che si socchiude e guarda l'orizzonte, ma anche nella forza degli elementi, nel volo dentro la tempesta, nella pericolosità di una caduta fatale. Ed è proprio questa potenza magica dell'animazione a risollevare anche gli episodi dal pacing più lento: vi è sempre l'elemento di sorpresa, di stupore, una sequenza che mira ad affascinare, richiamando la funzione che la composizione delle tavole svolge nel lavoro di Shirahama. Il tutto è accompagnato da una colonna sonora davvero preziosa di Yuka Kitamura, compositrice famosa per il suo sound costituito da un'ossatura di violino (lei è una violinista, nonché vocalist) che ha reso potenti e avvolgenti le colonne sonore di Dark Souls III ed Elden Ring. La regina del dark fantasy esplorativo aiuta allora lo spettatore ad entrare in sintonia con il mondo da conoscere nei suoi antri bui e nei suoi giardini di luce.
Tutto questo è stato possibile grazie a un'attenta gestione delle risorse e dei tempi di lavoro tanto che la serie è stata terminata prima della messa in onda. Qualcuno potrà pensare che si tratti di una normalità, ma è proprio l'eccezione che conferma la regola: l'animazione è un'arte che richiede tempo, dedizione e molte risorse, e piegare questo processo alla fretta del mercato è controproducente. Watanabe, infatti, nella stessa stagione di Witch Hat Atelier è stato impegnato anche alla regia di un altro titolo, Akane Banashi, e questo è stato possibile proprio grazie a un'attenta gestione delle tempistiche di produzione. A Witch Hat Atelier sono stati dedicati il tempo e le risorse necessarie, e proprio per questo motivo il risultato ha raggiunto un livello così alto.
Animazione di Iyumi Kane. Il montaggio della scena, a partire dai dettagli delle ragazze che si preparano a disegnare, racchiude la potenza del character acting. Il tempo di un respiro profondo e i pennini non perdono tempo a tracciare con precisione le linee sul terreno: non ci è dato sapere di chi sia la mano che lascia il segno d'inchiostro perché l'editing sottolinea lo sforzo congiunto delle maghe nella realizzazione del grande incantesimo.
Un lato negativo della serie può essere considerato proprio la sua composition (ovvero l'adattamento della sceneggiatura). Per forza di cose, il lavoro di Hiroshi Seko ha dovuto fare i conti con un manga estremamente dettagliato, dal quale tagliare alcune parti avrebbe portato a un risultato disastroso, con il rischio di compromettere la comprensione delle tematiche di fondo e allontanarsi bruscamente dai temi focali della serie. Per questo, a episodi particolarmente concitati si sono susseguiti episodi dal pacing decisamente più lento, nei quali può sembrare che non stia succedendo "niente". Che non succedesse nulla, a conti fatti, non è vero, siccome ogni episodio è stato dosato per fornire informazioni e costruire, tratto dopo tratto, il worldbuilding del mondo di Coco e delle sue colleghe apprendiste, offrendo al contempo l'occasione di creare quella magia dell'animazione pronta a stupire lo spettatore anche in un episodio più "uggioso" di altri.
Eppure l'ultimo episodio finisce in medias res, al centro di un arco estremamente importante ed emozionante la cui rottura tensiva andrà sicuramente a incidere sull'intera economia della narrazione. Forti forse di una consapevolezza pregressa riguardo all'effettiva conferma del secondo cour, gli autori hanno spaccato in due l'arco narrativo senza rispettare il percorso emotivo dello spettatore. Quando torneremo a vedere Witch Hat Atelier, lo faremo sicuramente con il fiato sospeso, ma meno trasportati dagli avvenimenti.

La serie animata, insomma, è un'ottima candidata a miglior anime dell'anno. Si tratta di un eccellente adattamento di un'opera già di per sé infinitamente valida: la regia di Watanabe, il suo essersi circondato di professionisti scelti ad hoc, la consultazione della mangaka stessa e l'oculata gestione dei tempi di ciascuno hanno dato vita a un anime che abbraccia non solo la storia e i personaggi, ma l'intero mondo in cui sono ambientati fatti e vivono i personaggi, comunicando amore a ogni inquadratura e trovando sempre la soluzione visiva migliore per ricreare non solo ciò che c'è sulle pagine del manga, ma soprattutto ciò che Shirahama aveva in mente.
I collegamenti a Mangayo fanno parte di un programma di sponsorizzazione.
Pro
- Comprensione profonda dell'opera originale
- Animazione eccellente, che stupisce, e risolleva episodi meno avvolgenti
- Gestione dei tempi narrativi consoni ad un mondo da conoscere ed esplorare
- Regia e storyboard cercano di tradurre le emozioni profonde in formato audiovisivo
- Attenzione al dettaglio per quanto riguarda i personaggi e il loro ruolo
Contro
- Pacing altalenante
- Conclusione brusca, in medias res
Finire su un cliffhanger peserà un po' a chi segue solo l'anime, ma spero capiranno che era la scelta giusta quando uscirà la seconda stagione. Ce n'è ancora per un po' prima di poter chiudere la saga in corso e arrivare lì a forza (fine del volume 5 invece che fine del volume 4 dove si sono effettivamente interrotti) avrebbe portato ad un netto peggioramento del ritmo narrativo negli episodi precedenti. Io spero che vadano anche oltre la seconda stagione e che possa essere un adattamento completo a prescindere dal tempo che ci vorrà, perché più la serie va avanti e più i i temi affrontati si fanno profondi e coinvolgenti.
Se qualcuno ha seguito l'anime ed è rimasto con l'amaro in bocca per il cliffhanger, vi consiglio vivamente di recuperare il manga. Non dovete neanche aspettare le uscite dell'Edizione Grimorio perché la Panini sta ristampando i volumi della standard.
Buono a sapersi, aspetto la seconda stagione.
Mi avete incuriosito parecchio
Cioè non è affatto brutto, ma invidio seriamente chi riesce ad emozionarsi davanti a una roba di questo tipo nel 2026
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