Da un po' di tempo nel convulso panorama del mercato italiano del manga qualche editore coraggioso sta provando a lanciare alcuni tra gli autori nipponici più interessanti del passato. Così succede che J-Pop traduca le opere di Kazuo Kamimura, Coconino Press dedichi un’intera collana al Gekiga e la piccola ma agguerrita casa editrice bolognese Canicola porti per la prima volta in Italia un titolo cult come L’uomo senza talento di Yoshiharu Tsuge.

Considerata la sua importanza per il fumetto giapponese (e non solo), è abbastanza insolito constatare come Yoshiharu Tsuge rimanga pressoché sconosciuto al grande pubblico dei lettori di manga, e poco tradotto.
Ritiratosi dalle scene nel 1987, questo schivo ed eccentrico mangaka ha lasciato un corpus di opere piuttosto modesto ma altamente significativo: circa 150 racconti realizzati nell'arco di tre decenni, connotati da uno stile spesso definito ishoku (unico), che hanno acceso la discussione sul valore artistico del manga in Giappone, creando attorno al loro autore un’aura di leggenda da artista underground paragonabile a quella di Robert Crumb negli Stati Uniti.
 
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Nato nel 1937, orfano di padre a cinque anni, il piccolo Tsuge viene mandato a lavorare quando è ancora un bambino. La sua gioventù è segnata da un atteggiamento ribelle, dall’estrema povertà (dovette persino vendere il proprio sangue per mangiare) e dal disagio dei primi attacchi di depressione. I sogni di fuga lo pervadono: all’età di quattordici anni viene arrestato dalla guardia costiera dopo essersi nascosto nella stiva di una nave diretta in America e, a vent’anni, tenta il suicidio dopo il fallimento di una relazione sentimentale. Nel 1954 fa il suo debutto come fumettista con una serie di racconti per il mercato delle librerie a noleggio (kashihon). Dal 1965 lavora come assistente per Sanpei Shirato e Shigeru Mizuki e successivamente pubblica Nejishiki (1968), racconto sperimentale considerato da molti critici come il suo capolavoro, sulla storica rivista di fumetti alternativi Garo, fondata da Katsuichi Nagai e Yoshihiro Tatsumi.

Fin dall'inizio le sue opere aderiscono all'estetica che caratterizza molti fumetti destinati al noleggio, con quel particolare approccio realista che delinea i contorni di una vera e propria corrente, il Gekiga. Nell'ultimo periodo il suo stile assume un carattere sempre più introspettivo e autobiografico, andando a definire il cosiddetto manga watakushi (manga dell’io) che declina a fumetti la letteratura shishôsetsu (romanzo dell’io). Le vicende personali di Yoshiharu Tsuge e il suo lavoro di mangaka sono indissolubilmente interconnessi fra loro e i suoi fumetti, così come i suoi appunti di viaggio illustrati e gli altri scritti, forniscono una narrazione, più o meno consapevolmente romanzata, della sua stessa vita. Ne viene fuori un profilo di autore travagliato, fortemente pessimista, a tratti nichilista e borderline.
 
Nell’ambito del fumetto nipponico si potrebbe azzardare un paragone con il suo contemporaneo Keiji Nakazawa. Anch’egli da bambino aveva sperimentato in prima persona l’orrore della guerra con il bombardamento di Hiroshima e aveva raccontato la sua storia nel capolavoro Hadashi no Gen (Gen di Hiroshima, 1973-1985). Sebbene carica di indignazione, Gen è un'opera profondamente umanista che non manca di un certo ottimismo consolatorio. D’altro canto, nel suo racconto coevo di 24 pagine Oba Denki Mekki Kôgyôsho, Yoshiharu Tsuge pone l’accento sul vuoto di senso e sull’alienazione pervasiva nati dalle macerie del dopoguerra e, nei decenni successivi, dallo stordente boom economico. Basandosi direttamente sulla sua esperienza in fabbrica, l’autore denuncia senza retorica le condizioni di lavoro spaventose e disumane, nonché l'avvelenamento da cadmio subito dagli operai. In una scena surreale particolarmente struggente, un lavoratore anziano espelle letteralmente la sua vita da un buco nel pavimento mentre i suoi figli lo stanno a guardare.
 
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L’uomo senza talento (nel titolo forse un riferimento a L'uomo senza qualità di Robert Musil) è l’autoritratto a fumetti più completo e raffinato di Yoshiharu Tsuge. Serializzato per la prima volta sulla rivista Comic Baku nel 1984, il racconto è considerato il canto del cigno della sua carriera. Suddiviso in sei capitoli, introdotti dalla voce off del protagonista, narra la vicenda esistenziale e spirituale di Sukesan Sukegawa, un uomo tormentato dalla frustrazione di non riuscire a sostenere la sua famiglia coi propri mezzi. Ex mangaka, Sukesan ha abbandonato una promettente carriera in seguito a una crisi creativa e morale, scegliendo di esiliarsi dal mondo dell'editoria per inseguire una serie di modeste aspirazioni. Partendo da vaghe intuizioni, il protagonista si sforza di far funzionare le cose a modo suo ma ogni volta si ritrova a scontrarsi con la realtà.

Egli respinge categoricamente l’ipotesi di tornare a disegnare fumetti, rifiutandosi di piegarsi alla logica del mercato e al giogo degli editori che renderebbe i mangaka simili a schiavi. Allo stesso tempo si ostina nell’affannoso tentativo di guadagnarsi da vivere prima come commerciante di macchine fotografiche di seconda mano, che egli ripara per poi rivendere a collezionisti del vintage, quindi come improbabile cercatore/venditore di pietre decorative, sempre a scopo di collezionismo, che egli si procura lungo le sponde del vicino fiume Tama. Questi vani tentativi di svolta sono emblematici della sua stessa carriera di mangaka, come la sua avvilita moglie non esita a rinfacciargli. Egli semplicemente non può avere successo e finisce per avvitarsi su sé stesso in una spirale di indolenza e autocommiserazione.
 
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Capitolo dopo capitolo, l'autore riversa sulle pagine frammenti di vita quotidiana pregni di amare confessioni come in una lenta e lacerante catarsi. Sono episodi a sé stanti, ma nell’insieme formano una narrazione organica e strutturata che segue una cronologia non lineare. Il racconto si apre a momenti di disperazione quasi totale quando si sofferma sul difficile rapporto del protagonista con sua moglie, della quale inizialmente non ci viene mostrato il volto, che va progressivamente deteriorandosi nel reciproco malessere. In una toccante scena lei gli passa accanto per strada fingendo di non conoscerlo, in un misto di vergogna e disprezzo. La sua unica ancora di salvezza sembra essere suo figlio, che puntualmente scende ogni sera in riva al fiume, dove il nostro ha insediato un'umile bancarella come venditore di pietre, per poi accompagnarlo a casa al tramonto sullo sfondo di un mesto gracchiare di corvi.

I capitoli successivi vanno a ritroso nel tempo e ci narrano le varie fasi di disintegrazione dei legami affettivi. Incontriamo la coppia appena sposata in tempi più felici, quando ancora vive momenti di calore e di intima tenerezza, ma già mostra segni d’insofferenza e di comportamento nevrotico. Finalmente ci viene rivelato il viso della donna, ma la sensazione è che la stima per l'uomo stia inesorabilmente declinando.

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Nel dipingere in modo sincero e autoironico la sua famigliola, Yoshiharu Tsuge rende la maledizione della povertà in modo particolarmente intenso, ma è meno enfatico nella critica sociale rispetto a Nejishiki e Oba Denki Mekki Kôgyôsho, limitandosi a descrivere da una certa distanza la società consumista, divisa tra il rispetto della tradizione e la rincorsa ossessiva alla modernità, e che considera come non persone chiunque non contribuisca al benessere generale.

La tragedia è tutta interiore e la dolorosa analisi che l’autore si auto infligge si riflette in quella dei personaggi comprimari altrettanto emarginati e disadattati. Il crudo realismo dell’ambientazione si unisce ai toni aulici e contemplativi creando una strana atmosfera disincantata, carica in egual misura di irriverenza ed empatia. In una scena insolitamente comica, il dialogo tra il protagonista e un mercante suo amico, fatto di sofisticate elucubrazioni sul buddismo, sull’equilibrio interiore e sulla salvezza dell’anima, viene bruscamente interrotto da un sonoro peto emesso dalla moglie di quest'ultimo.
 
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L’ultimo capitolo (Svanire) si focalizza sulla leggenda di un poeta vagabondo, Yanaginoya Seigetsu, vissuto a cavallo tra il periodo Edo e il Meiji, prima ben voluto dalla sua comunità perché dispensatore di bellezza a buon mercato, poi sempre più bistrattato, fino a diventare un pulcioso alcolizzato reietto con il corpo rinsecchito e ricoperto dei propri escrementi, che esala il suo ultimo respiro recitando un enigmatico haiku. La parabola del poeta diventa metafora stessa dell’esistenza del protagonista e riporta la storia al punto di partenza in una sorta di precaria circolarità.

Il segno grafico è scabro ed essenziale, specie nella caratterizzazione dei personaggi, spesso ritratti in pose sofferte ed espressioniste, e la griglia segue schemi regolari nella scansione delle vignette. Di contro non manca una certa ricercatezza nel dipingere gli scenari e la misurata eleganza esecutiva di alcune tavole, paragonabili a incisioni per intensità espressiva, raggiunge picchi di virtuosismo compositivo per l’estrema finezza nel tratteggio e la generosa dovizia di particolari.

Con la sua vivida rappresentazione della realtà, la sua poetica nostalgica e l’affettuoso ritratto dei suoi personaggi, L’uomo senza talento è un distillato di cruda e dolorosa bellezza, che al contempo esprime un pessimismo di fondo sulla condizione umana, temperato solo da fugaci momenti di effimera felicità e di insondabile fascinazione.
 
L’edizione italiana di Canicola a cura di Vincenzo Filosa consta di un volume unico di circa 220 pagine, rilegatura a filo refe, stampa con buona resa dei neri e dei retini, e copertina a colori in cartoncino ruvido, al prezzo di 19,00€.
Per l’occasione l’editore, in collaborazione con il CEC (Centro Espressioni Cinematografiche), ha promosso un progetto culturale dedicato a Yoshiharu Tsuge nell’ambito della scorsa edizione del Far East Film Festival a Udine (qui il reportage), che ha compreso una mostra collettiva di tavole e illustrazioni, la proiezione di Ramblers, il film di Nobuhiro Yamashita tratto dagli appunti di viaggio dell’autore, e un dibattito pubblico fra lo stesso regista, il disegnatore/traduttore Vincenzo Filosa e il critico cinematografico Mark Schilling  (Variety, Japan Times).
 
Il Gekiga

Coniato nel 1957 da Yoshihiro Tatsumi, il termine Gekiga (immagini drammatiche) si pone in contrasto al Manga (immagini stravaganti) con cui si identificano i fumetti commerciali, intesi come prodotti per bambini, e comprende tutti quei mangaka freelance che pubblicano al soldo dei piccoli editori di fumetti economici, per lo più destinati al circuito delle biblioteche a noleggio. Questo mercato, nato nel Kansai e fiorito nel dopoguerra, diventa presto una valida alternativa a quello dei grossi editori di base a Tokyo. Non soggetti ad alcuna linea editoriale né sottoposti alla censura moralizzante o alla legge del lieto fine, i fumettisti Gekiga hanno la libertà di sviluppare trame complesse, di affrontare temi sociali scomodi e di sondare le passioni umane più inconfessabili. Il loro stile grafico, crudo e verista, carico di neri, è in sintonia con lo spirito di una società traumatizzata dalla guerra e disorientata dallo sviluppo economico galoppante. Le loro storie rivoluzionano il modo di intendere l’universo dei manga portandolo a una dimensione profonda e adulta molto tempo prima che Art Spiegelmann e Will Eisner rivendicassero il carattere letterario dei loro fumetti, qualificandoli con l’appellativo di Graphic novel. Negli anni di maggior successo il Gekiga lascerà un’impronta indelebile nell’immaginario collettivo nipponico e verrà interpretato in modo significativo anche dal Dio dei Manga in persona, Osamu Tezuka, prima di venire inglobato e poi fagocitato dagli stessi ingranaggi delle majors.

Titolo Prezzo Casa editrice
L'Uomo Senza Talento € 19.00 Canicola Edizioni