Esattamente un anno fa mi ritrovai a scrivere la recensione di Space Patrol Luluco, un prodotto certamente minore dello Studio Trigger, ma che portava con sé tutti i difetti del suo controverso fondatore, Hiroyuki Imaishi (Sfondamento dei cieli Gurren Lagann, Kill la Kill): ritmo della storia troppo frenetico, troppe svolte forzate nella trama, fan service a base di autoreferenzialità eccessivamente spinta e scarso approfondimento dei personaggi.
Anche se in realtà questa volta Imaishi non è coinvolto in prima persona nel progetto, ci tenevo comunque a premettere quanti difetti ho sempre imputato allo studio per arrivare a dire che, nonostante fossi partito con un po' di pregiudizi, ad oggi ritengo Little Witch Academia il miglior titolo Trigger. Un'opera che mi ha pienamente convinto.

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Little Witch Academia è un titolo che nasce nel 2013, quando il neonato studio presenta il primo OAV nell'ambito dell'Anime Mirai (ora Anime Tamago), progetto di finanziamento governativo mirato alla formazione di giovani animatori. Anno tra l'altro particolarmente fortunato per l'animazione, dato che accanto a questo OAV verrà presentato anche Death Billiards, antesignano di un'altra serie particolarmente apprezzata anche da noi: Death Parade.
L'OAV viene particolarmente apprezzato da pubblico e critica e nello stesso anno Trigger apre una campagna Kickstarter per finanziarne un seguito. La campagna, partita con l'obiettivo di raggiungere 150mila dollari, ne raccoglie 625mila. Anche AnimeClick.it partecipa, comparendo infatti nei titoli di coda.
E veniamo quindi ai giorni nostri, quando, forti già di una solida base di fan, lo Studio riesce finalmente a finanziare la produzione di una serie televisiva.

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Akko è stata affascinata dalla magia fin da bambina, da quando ha assistito a uno spettacolo della maga Shiny Chariot. Così ha deciso di iscriversi alla scuola di magia Luna Nova, una prestigiosa accademia dal passato glorioso, ma in decadenza. La magia infatti sta scomparendo dal mondo e le streghe sono fuori moda, tanto che l'accademia ora accetta iscrizioni anche da persone comuni che non discendono da famiglie di streghe. Durante le lezioni, Akko scoprirà, nonostante il suo entusiasmo, di non essere minimamente portata per la magia e di avere difficoltà anche con le magie più banali. Tuttavia lo Shiny Rod, un antico bastone che è la chiave per restituire al mondo il potere magico del Grand Triskelion, sigillato dalle antiche Nine Olde Witches nella foresta di Arcturus, sembra aver scelto proprio lei come suo possessore.

La serie può tranquillamente essere divisa in due distinte metà. Nella prima facciamo la conoscenza dei vari personaggi, gli episodi sono molto spesso autoconclusivi ed estremamente divertenti. Nella seconda parte invece comincia a dipanarsi la trama, con l'entrata in scena di nuovi personaggi e di quella che è la vera antagonista della serie, ovvero la professoressa Croix, decisa ad impossessarsi del Grand Triskelion con ogni mezzo.

L'anime risulta davvero sempre allegro e divertente. Akko alcune volte può essere irritante e fastidiosa, ma non si può non fare il tifo per il suo entusiasmo e per il suo ottimismo. Gli episodi sono strapieni di citazioni in stile Imaishi, ma stavolta non ci si limita all'autocitazionismo, ma di volta in volta viene omaggiato o preso in giro di tutto: Ransie la Strega, Twilight, Chumlee di Affari di Famiglia, Jojo, Utena, Your Name, il Laboratorio di Dexter, Shin Godzilla, Hellboy, Dinotopia, Star Wars e tantissimi altri, che trovarli tutti è un'impresa pressoché impossibile. 
Tranne forse che per un episodio quasi interamente dedicato a Gurren Lagann, che sicuramente farà felici i fan ma potrebbe scoraggiare i neofiti, per il resto il citazionismo, seppur spinto, si integra bene con l'ambientazione, perché non distrae da quella che è la trama.
Anche gli altri difetti della tipica narrativa dello studio risultano smorzati. Forse lo scenario magico aiuta in questo, ma non ci sono grandi forzature e, anzi, trovo che l'unico vero grande colpo di scena della serie (quello riguardante Akko e Chariot) sia ben riuscito, inatteso e di fortissimo impatto emotivo.

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La trama vera e propria, come detto, va a svilupparsi nella seconda metà dell'anime con l'arrivo della professoressa Croix, ma a questo punto diversi personaggi secondari (Lotte e Sucy ad esempio), vengono trascurati. Spazio maggiore viene dato ad Akko, alla professoressa Ursula sua mentore, e a Diana la classica antipatica prima della classe che nella seconda parte si scoprirà essere più simile ad Akko di quanto non sembri. In tutto questo però manca un elemento fondamentale, ed è la professoressa Croix, ovvero colei che veste il ruolo di "cattivo".
Se sono ben chiare le motivazioni e le ambizioni che la spingono, troppo contraddittorio risulta il suo comportamento: a volte ben oltre i limiti del cinico, altre compassionevole. Se è vero che è funzionale a muovere la storia, è anche vero che manca del carisma e dell'approfondimento che avrebbe meritato.
Delle due l'una: o crei un cattivo cinico che mette la sua ambizione sopra a tutto, o mi devi spiegare bene l'ambivalenza caratteriale. Questo non avviene, e il flashback a lei dedicato ci racconta di un personaggio rancoroso, non di uno tormentato. Peccato, perché il background era valido.
Non che sia un difetto gravissimo. Questa mancanza è comunque compensata dall'ambientazione sognante e da una trama che riesce ad emozionare e che forse si può avvicinare molto più agli stilemi Disney che non a quelli della produzione giapponese classica.

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Dal punto di vista tecnico c'è poco da dire. Il meglio è riservato agli incantesimi, alcuni dei quali assolutamente spettacolari senza alcun risparmio. Basti pensare all'unicorno evocato da Diana o alle transazioni nelle trasformazioni di Akko. Se proprio va cercato il pelo nell'uovo, possiamo notare che c'è un eccessivo riciclo di effetti speciali (il fumo e le luci magiche sono sempre gli stessi sovrapposti all'immagine), ma quando c'è da animare bene, viene fatto eccome.
 
 

Un plauso va fatto a Megumi Han, davvero magistrale nel doppiare Akko, laddove Stefania De Peppe, nell'edizione italiana, non riesce invece ad essere altrettanto incisiva.
E una tiratina d'orecchie va sicuramente fatta a Netflix che, se da una parte si è sforzata a presentare un'anteprima mondiale in contemporanea, dall'altra non è venuta certo incontro al fandom (non solo italiano), abituato a vedere gli anime in simulcast. Anche l'adattamento poi ha diverse pecche e il doppiaggio ha qualche errore di pronuncia. Insomma l'edizione italiana presenta certamente più di qualche sbavatura.

Venendo infine alle musiche, molto belle sono le opening "Shiny Ray" e "Mind Conductor" cantate da YURIKA e le ending "Hoshi o Tadoreba" e "Tōmei na Tsubasa" cantate da Yuiko Ōhara. Merito particolare proprio alla seconda ending la cui apparente semplicità, nasconde una particolare maestria nell'uso delle animazioni.

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In definitiva, Little Witch Academia è una serie davvero per tutti. Tanti riferimenti non solo a vecchi titoli, ma anche a tutta la cultura pop e a quella televisiva in generale. Passaggi e situazioni divertenti, ma che nel contempo riescono, grazie a personaggi ben studiati, ad alzare la tensione nei momenti opportuni. Animazioni di grandissimo pregio; ambientazione magica che permette di calarsi in un mondo di fantasia e sogno.
I piccoli difetti qua e là, non compromettono il valore generale di un'opera che è davvero adatta a tutte le età. L'unico rammarico rimane quello dell'edizione italiana. Forse la serie meritava una maggiore cura e una maggiore attenzione ai fan. Rimane però consigliatissima.