Nato nel 1975 dopo l'enorme successo dell'Heidi di Isao Takahata e della Zuiyo Eizo, il filone di anime noto in Occidente come World Masterpiece Theater (世界名作劇場 Sekai meisaku gekijō) è stato non solo una delle punte di diamante dell'animazione giapponese per due decenni ma anche un fondamentale vettore di penetrazione della stessa nei mercati occidentali (italiano su tutti). Insieme anche ad un'ampia produzione collaterale non ufficialmente afferente al WMT, la rielaborazione giapponese di alcuni dei più grandi classici della letteratura occidentale ci ha regalato alcuni dei titoli più belli, importanti e iconici della storia dell'animazione giapponese. 
 
I protagonisti del World Masterpiece Theater

Forse non tra i più rappresentativi in assoluto, il 4 gennaio 1981 esce Il diario del naufragio della famiglia Robinson: l'isola delle meraviglie di Flone (家族ロビンソン漂流記 ふしぎな島のフローネ, Kazoku Robinson hyōryūki fushigi na shima no Furōne), serie molto famosa e apprezzata in Italia col titolo Flo, la piccola Robinson (o anche L'isola della piccola Flo). Diretto da un Yoshio Kuroda alla sua prima esperienza nel World Masterpiece Theater ma che si era già occupato di trasposizioni di romanzi occidentali con Gulliver no uchū ryokōSeton Doubutsuki: Kuma no Ko Jacky e col Character Design di Shūichi Seki che già gi era occupato di Peline monogatari e Tom Sawyer, la storia di Flone regala al pubblico un meisaku esotico ed avventuroso come pochi altri.
 
Flone, insieme alla famiglia si sta trasferendo da Berna, Svizzera, in Australia. A causa di una tempesta e di un brutto naufragio si trovano a vivere su un'isoletta in mezzo al mare. Sarà l'inizio di fantastiche avventure in mezzo alla natura incontaminata, lontani dagli agi della vita civile.
 


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Ricordo vividamente quanto questo anime mi avesse entusiasmato da ragazzino. E ovviamente non ero l’unico ad essere rapito da quei paesaggi esotici e dalla vita che faceva la piccola Flo. Ma andiamo con ordine. La storia inizia a Berna, dove il dottor Robinson, padre di tre figli, riceve una lettera che gli chiede di recarsi in Australia dove, (siamo alla metà del XIX° secolo) i dottori scarseggiano e ci sarebbe bisogno di lui. Stufo di dedicarsi ai ricchi bernesi, il dottore, decide di partire per l’Australia con tutta la sua famiglia, tra cui anche la nostra protagonista: Flo. Manco a dirlo la nave incontra un tifone e naufraga contro una barriera corallina (probabilmente a nord del continente australiano).

I passeggeri riescono a correre alle scialuppe ma Franz, il figlio maggiore dei Robinson che era in coperta per aiutare i marinai a disfarsi del bagaglio inutile per alleggerire la nave, viene sbalzato fuori bordo e salvato dal capitano della nave. Nel frattempo il dottore e la sua famiglia erano rimasti dentro la nave in quanto decidono che non si sarebbero mossi di li prima del ritorno di Franz. Questo evento fa si che i Robinson rimangano gli unici a bordo e che vengano quindi dati per dispersi e abbandonati al loro destino. Dopo il ricongiungimento con Franz il mattino seguente i Robinson capiscono che la nave sta ormai per affondare e decidono di sbarcare su un’isola poco distante, credendo di ricongiungersi con gli altri passeggeri. Giunti sull’isola i Robinson scopriranno con orrore di essere gli unici sopravvissuti.

Da qui inizia l’avventura di Flo e della sua famiglia sull’isola deserta. Una storia piacevole, molto scorrevole e che, come avevo già accennato, mi aveva appassionato molto, soprattutto per l’ingegnosità del dottore, in grado di costruire e creare dal nulla moltissime comodità per la sua famiglia. Erano gli anni in cui si guardavano con occhi ammirati le avventure di Mac Guyver ed anche io, come gli altri, ero rimasto rapito dall’ingegno di questo dottore svizzero tanto simile all’eroe televisivo. Va aggiunto che oltre al mio punto di vista personale, Kazoku Robinson Hyouryuuki, è prima di tutto una storia drammatica molto reale, coinvolgente e affascinante. Che aiuta a riflettere su quanto l’uomo moderno dia per scontati i suoi comfort e quanto possa essere difficile trovarsi privi di ogni appoggio e isolati dal mondo. Molto reale in quanto il realismo la fa da padrone dall’inizio alla fine. Questo perché Kazoku Robinson Hyouryuuki è parte intrigante del filone Meisaku, anime che si ispirano a capolavori della letteratura occidentale, tratto dal romanzo “Swiss Family Robinson” di Johann Wyss a sua volta è liberamente ispirato al romanzo “Robinson Crusoe” di Daniel Defoe. Va detto che probabilmente gli sceneggiatori nipponici non si sono ispirati direttamente al romanzo della Wyss, dove la famiglia bernese era composta, oltre che dai genitori, da 4 figli maschi, ma all’omonimo telefilm americano dove i figli erano ridotti a due e si introduceva il personaggio di Helga Wagner, adottata dalla famiglia, per renderlo più appetibile anche a un pubblico femminile. Va anche fatto notare che questo anime è (per quanto ne sappiamo) privo di fastidiose censure made in Mediaset, forse per la data di importazione (1982) in cui non era ancora abitudine tagliuzzare le storie. Il filone Meisaku è stato infatti libero da censura in Italia per molto tempo, regalandoci intere serie completamente tradotte e trasmesse. (Questa tendenza si è ovviamente interrotta e già “Spicchi di cielo tra baffi di fumo” del '97 presenta pesanti interventi censori che ne stravolgono il senso con addirittura l’estromissione di intere puntate). La grafica è curatissima per l’anno di produzione (1981) e regala paesaggi e luci davvero insolite per gli anni in cui è stato prodotto. I personaggi restano tuttavia piatti, spesso inespressivi o comunque non ben definiti. Nel complesso un ottimo prodotto, sicuramente da gustare e che può ancora appassionare i ragazzini di oggi. Nove.


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Nel 1719 Daniel de Foe ebbe l'idea di raccontare le avventure del naufrago Robinson Crusoe alle prese con il problema della sopravvivenza su di un'isola deserta, problema che risolve brillantemente grazie al suo lavoro e alla sua ingegnosità. Da allora gli emuli di Robinson nella letteratura, nel cinema e anche nell'animazione si sono moltiplicati. «Flo, la piccola Robinson» è vagamente ispirato al romanzo del 1812 «Swiss Family Robinson» dello scrittore svizzero Johan Wyss. Dico vagamente perché vi sono forti differenze, a cominciare dal fatto che nel romanzo originale il cognome della famiglia non è Robinson (nome usato solo nella traduzione inglese dell'opera). Nel romanzo la famiglia è composta di tre figli maschi e non esiste nessuna Flo. L'anime si ispira più alla serie televisiva americana «The Robinson Family» del 1975 che al romanzo originale e la cosa si vede. In particolare si tratta di un meisaku molto più solare e ottimista della media del genere e non ci sono le tradizionali scene strappalacrime.

Le prime puntate sono molto sottotono: in particolare mi ha dato fastidio l'atteggiamento dei genitori che decidono di partire per l'Australia solo se tutti i figli danno l'assenso al viaggio, ma non avendolo partono lo stesso. Anche il racconto del viaggio dalla Svizzera al Pacifico non mi ha convinto affatto. Tuttavia non appena l'azione si sposta sull'isola deserta la serie si alza di livello. Questa parte è estremamente semplice a livello narrativo, si tratta di uno slice of life dal ritmo molto lento che spende puntate a raccontare la vita quotidiana sull'isola: la costruzione della casa sull'albero, della canoa, la raccolta del cibo, la coltivazione dei vegetali, i compleanni dei protagonisti. Intere puntate vengono spese su piccole cose, ma non ci si annoia mai e anzi la serie risulta molto gradevole perché la simpatia di Flo è irresistibile e la psicologia dei ragazzi è molto indovinata.
Le musiche e il doppiaggio d'epoca sono ottimi; purtroppo però la puntata 25 è stata interamente ridoppiata e stona fortemente con il resto della serie: sembra che il doppiaggio originale sia andato perduto. Consiglio fortemente la bislacca ma simpatica sigla originale ad opera dei Cavalieri del Re, mentre la sigla più moderna di Cristina d'Avena è molto anonima.

Il mio voto è superiore al 7, ma purtroppo non posso assegnare un 8. Io sono a favore delle opere fondate sui buoni sentimenti: ma quando i buoni sentimenti vanno troppo a scapito della credibilità storica rimango infastidito e purtroppo Flo suona più come un'opera moderna falsamente ottocentesca (alla Walt Disney) che come un classico meisaku. Si tratta comunque di una visione gradevole e consigliabile a tutta la famiglia.


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<b>Attenzione: la seguente recensione contiene spoiler</b>

Diceva sempre la buonanima di mia nonna: "Questi cartoni sono come i detti di una volta!". E ne aveva ben donde, dato che i proverbi 1: non sbagliano quasi mai; 2: hanno sempre un fondo di verità; 3: si tramandano da generazioni. Senza troppa retorica e giri di parole presentavano la vita così com'è. Schietti e diretti. Agli antipodi dei moralismi surrogati o delle pretenziose lezioni di buone maniere che venivano somministrate in appendice alle produzioni animate americane. Qui di pedagogico vedo poco o nulla, si trattava di vivere alla giornata con quel poco che ci si ritrovava, facendo attenzione a non intaccare l'habitat.

"Quanto vorrei vederci ancora per poter riammirare le gesta di Flo, Annette, Marco e tutti gli altri", mi ripeteva spesso. Ma la scatenata Flo era la sua preferita di sempre. Mia mamma invece tifava per la povera e sfortunata Peline e il suo cane Barone ed io ero perdutamente rapito dalle vicende famigliari di Lucy May.

Le avventure di "Flo, la Piccola Robinson" non si svolgevano sulle Alpi, in un rinomato collegio o tra le fattorie della campagna borghese, ma in una selvaggia e inesplorata isola deserta. Non è altro che una rivisitazione in chiave anime del romanzo "Swiss Family Robinson" (non c'è correlazione con Robinson Crusoe), realizzata con notevole impegno e con uno staff di tutto rispetto. Era già stata adattata numerose volte in occidente al cinema e sul piccolo schermo, ma mai con tale charme. Merito di Yoshio Kuroda e dei singoli registi che si alternavano alla direzione degli episodi, ossia i veterani Seiji Okuda e Fumio Kurokawa. Segno di riconoscimento distintivo è l'anomalo, ma sempre in parte ispirato da Yasuji Mori, pacioccoso e tondo character design di Shuichi Seki, che rende veramente simpatica e sbarazzina la piccola protagonista (per cause di forza maggiore, il duo Kuroda/Seki aveva preso il posto della coppia formata da Isao Takahata e Hayao Miyazaki, tra i principali fautori del fortunato ciclo denominato World Masterpiece Theatre).

Sbarazzina sì, ma anche intraprendente e risoluta. Ha fatto cambiare idea più volte agli affrettati genitori in situazioni topiche, una su tutte quando si trattò di dover scegliere se mangiare oppure no le uova deposte da un esemplare di tartaruga marina. L'ecologia era il suo credo. Una paladina degli animali indifesi. Una proto-Nausicaä. Il motto di quest'opera, almeno nella sua rivisitazione nipponica, è proprio il rispetto per la natura e per ogni essere vivente. Grande attenzione è stata fatta nel riprodurre fedelmente la flora e la fauna presenti a quella latitudine, generando curiosità verso i telespettatori più piccini, i quali venivano ripagati dalle nozioni scientifiche del colto padre di Flo. Lieto fine. Ebbene sì, dopo un anno di vita in tende e capanni, fra avvistamenti di navi e vani tentativi di lasciare l'isola, terremoti e tempeste tropicali, riusciranno (non con poca nostalgia) a raggiungere l'agognato continente australiano (e si stenta a trattenere le lacrime), per diventare connazionali della sunnominata Lucy May Popple.

Capolavori difficilmente ripetibili al giorno d'oggi, almeno secondo me, dato che il digital painting rende artificioso l'impatto visivo: l'effetto finale è tecnicamente impeccabile ma il calore umano che sprigiona è flebile. È come prendere la bozza della "Gioconda" di Leonardo Da Vinci e colorarla con un programma di computer grafica, il risultato sarebbe indistinguibile ad occhio nudo, ma vogliamo mettere le ore e i giorni spesi sulla tavolozza a miscelare tempere e pigmenti per ottenere la tinta desiderata? Oltre a ciò il design dei personaggi è ormai praticamente omologato, e sarebbe un fallimento commerciale sfornare un meisaku monomediale con un chara di derivazione moe. La Nippon Animation aveva sì provato a rimettersi in carreggiata, ma (ahimè) con scarsi risultati, e ora, a parte qualche sporadico film celebrativo, rimane l'ombra di se stessa, abbandonata al mero rango di service studio.