Riuscire a parlare ed esprimersi non è così semplice: né a parole, né cantando, ma nemmeno scrivendo. Non lo è quando si è giovani, ma spesso non lo è nemmeno da adulti, e proprio su quest’ultimo punto l’animazione giapponese tende raramente a soffermarsi. Con la stagione invernale terminata, tra i tanti anime ne è arrivato uno su Crunchyroll che ha scelto di prendersi il suo tempo per parlare proprio di questo: Ikoku Nikki - Journal with Witch, adattamento animato del manga di Tomoko Yamashita, edito in Italia da Flashbook Edizioni.
 
Makio Kōdai è una scrittrice trentacinquenne dal carattere timido e riservato. Un giorno la sorella ha un incidente stradale mortale assieme al marito, il che lascia orfana Asa Takumi, la loro figlia quindicenne. Makio, mentre partecipa al funerale, vede la ragazzina e decide impulsivamente di accoglierla nella propria casa per farle vivere una vita tranquilla evitandole di finire sballottata da un parente all'altro. Però Makio, tornata in sé, si ricorda quanto lei sia incapace nel relazionarsi con le persone, facendo nascere questa strana convivenza. Per aiutare la nipote ad affrontare il trauma, la scrittrice le propone in maniera impacciata di tenere un diario su cui annotare ogni cosa in libertà.
 
 
 
Il tema che subito salta all'occhio è quello del lutto, che viene affrontato in maniera contro-intuitiva. La giovane Asa elabora il trauma in modo apparentemente freddo e distaccato, cosa che inizialmente può risultare straniante per chi guarda, pronto a dover affrontare duri minuti di pesanti sfoghi e crisi di pianto. Al contrario, ciò non accade. Con il passare degli episodi, però, emerge un realismo emotivo molto forte: Asa non è indifferente, sta semplicemente elaborando il dolore a modo suo, cercando nel frattempo di adattarsi ai molteplici cambiamenti in atto nella sua vita

La giovane si sente come in un deserto alla ricerca di qualcosa, in balia del vento e della solitudine. Quest'ultimo riveste uno dei fulcri tematici principali della serie; Asa rimane da sola, incompresa, abbandonata, priva di una meta e una bussola. Visivamente la serie ricorre spesso a questa metafora portandola più volte sullo schermo, ma essa diventa anche un parallelo concettuale con il diario, ovvero l'ancora di salvezza che Makio le porge: una pagina bianca solcata da dune che ricordano le righe di un quaderno. L'anime ci racconta allora di come questo sia lo spazio su cui i personaggi cercano di annotare la propria esperienza, ma soprattutto scrivere il proprio domani. 
 
Journal with Witch
 
 
Queste scene di quotidianità, pregne di forti sentimenti, non sarebbero ugualmente emotive e intime se non fossero accompagnate dalla colonna sonora di Kensuke Ushio, musicista che integra melodie sommesse e intime a una ricerca del realismo sonoro quasi maniacale, abituato ormai a lavorare al servizio di quella poetica del quotidiano resa celebre da Naoko Yamada.

Alla regia troviamo l’esordiente Miyuki Oshiro, che costruisce la serie proprio su questa attenzione al dettaglio della mondanità: gesti minuscoli, posture, distanze tra i corpi raccontano i personaggi prima ancora dei dialoghi. In questo, Oshiro riesce a costruire un terreno comune per i personaggi integrando sapientemente scene di cibo intese come momento franco in cui costruire un terreno comune. Il momento del pasto diventa infatti uno degli strumenti principali attraverso cui i personaggi intrecciano i loro legami. La regia insiste spesso su scene di cucina e di tavola: pasti elaborati, piatti improvvisati al microonde, caffè bevuti con le amiche. Intorno a quei tavoli si svolgono conversazioni importanti, ma anche silenzi densi di significato.
 
Ikoku Nikki
 
 
Inoltre. il modo di muoversi e di agire nello spazio da parte dei personaggi è estremamente coerente; come si comportano, la loro gestualità, come si siedono, la prossemica che li caratterizza: tutto ciò racconta già molto di loro, ancora prima che aprano bocca. È in questi momenti che l’animazione diventa particolarmente accurata: non vivace o spettacolare, ma precisa e puntuale, trovando nei piccoli gesti il suo momento per brillare, sostenuta dal lavoro di un team di direttrici dell'animazione interamente femminile.
A dar loro man forte vi è il character design adattato per l'animazione dal veterano Kenji Hayama, che mantiene le linee sottili e le silhouette androgine dell'opera originale, che vengono via via ammorbidite o affilate, in base alle tensioni del momento.
  
Ikoku Nikki
 
 
Il cuore della serie è nelle relazioni tra i personaggi, in particolare nella convivenza talvolta tesa tra Asa e Makio. La seconda è una donna abituata alla solitudine, immersa da sempre nel proprio lavoro di scrittrice, una scelta di vita spesso derisa in passato dalla famiglia. Asa, invece, si trova improvvisamente catapultata in una nuova realtà e davanti a una figura adulta completamente diversa da quella materna: meno protettiva, più distante, ma anche sorprendentemente libera nel concederle spazio. La differenza con la madre genera incomprensioni ma anche momenti di grande sincerità, e soprattutto condivisione.
 
Ciò avviene in due frangenti particolari. Di uno ne abbiamo già detto, quello riguardante il cibo. Un altro luogo d’incontro sono i testi, è la parola, soprattutto quella scritta. Non a caso Makio consiglia ad Asa di tenere un diario: un gesto semplice che diventa quasi una forma di condivisione del proprio modo di vedere il mondo, di dargli un senso. Un mezzo che viene accolto dalla protagonista e rimaneggiato a modo suo, nel modo che le è più congeniale; infatti nel finale Asa riuscirà finalmente a esprimersi, certo, scrivendo, ma anche cantando, interpretando da sola la canzone nota agli spettatori in quanto opening della serie. A differenza di questa, però, quella di Asa è una canzone senza accompagnamento, anche un po' stonata, ma sicuramente la "sua" opening.
 
Ikoku Nikki
 
 
Makio, del resto, sa di non essere un buon mentore e non prova nemmeno a esserlo. Ciò che offre è piuttosto uno spazio di dialogo, un rifugio sicuro. Non lo fa solo per Asa: quando Emiri, la migliore amica della protagonista, inizia a interrogarsi sul proprio orientamento sessuale, Makio le consiglia la visione di Pomodori Verdi Fritti, quasi sottovoce. Perché nei testi, libri o film che siano, lei stessa ha sempre trovato un rifugio dalle tempeste e una bussola per orientarsi nella vita. Ancora una volta mette a disposizione ciò che le appartiene: la scrittura, la tavola, uno spazio comune dove tornare a parlare. O semplicemente restare in silenzio.
 
Non ci sarebbero sicuramente relazioni e momenti di incontro e confronto senza scambi di opinioni, litigi, sussurri. I dialoghi, scritti da Kohei Kiyasu (Run with the Wind), sono il vero motore della serie. Nulla di teatrale, bensì scambi naturali, chat che appaiono sullo schermo, conversazioni che sembrano talmente reali da sembrare in presa diretta. Attraverso questi dialoghi la serie introduce con sorprendente normalità temi raramente trattati con tanta serenità e maturità: identità di genere, orientamento sessuale, relazioni non etichettate. Persino la relazione tra Makio e il suo ex compagno Takamachi sfugge a qualsiasi definizione precisa. Lui rimane una figura di supporto fondamentale, pur senza rientrare nei modelli romantici più canonici. È anche l’unico personaggio maschile in un cast quasi interamente femminile, e rappresenta un’altra prospettiva sulle aspettative sociali legate al genere, in quanto in primis vittima dell'idolo dell'iper-performatività di quel maschilismo patriarcale dal quale è voluto fuggire a tutti i costi.
  
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Il tema delle femminilità è un altro macro-tema che attraversa tutta la serie, scandagliando i vari modi in cui si può essere donna e quali sono i termini di questa esperienza. Journal with Witch si distingue soprattutto per la maturità con cui affronta i suoi argomenti. Asa rappresenta il percorso di crescita di una giovane, mentre Makio offre uno sguardo adulto rarissimo negli anime. Non è un’adolescente nel corpo di un’adulta, né un personaggio che vuole restituire l’idea di un’eterna giovinezza, come accade spesso anche con figure anagraficamente più mature in serie come Spy × Family o Kaiju No. 8. E non è nemmeno al centro di una narrazione edificante sulla bellezza della genitorialità (tema che, in un Giappone alle prese con la crisi della natalità, ritorna spesso nel discorso culturale). Makio è semplicemente una donna con una sua routine, un suo rifugio e una cerchia di amici che la accompagna fin dai tempi della scuola. L’arrivo di Asa scuote tutto questo equilibrio. Questa fatica a comprenderla, ad aiutarla, persino a tenerla con sé, emerge chiaramente scena dopo scena. Non ci sono coriandoli né luci soffuse a raccontare quanto sia bello convivere con un’altra persona fatta di bisogni, insicurezze, sbalzi d’umore e capricci. Infatti, quando Asa entra nella sua vita, quella stabilità viene scossa. Makio fatica a capirla, a guidarla, persino a convivere con lei. La serie non romantizza mai questa difficoltà. Non c’è retorica sulla bellezza della convivenza o sulla maternità improvvisata: solo tentativi, errori e piccoli momenti di connessione.
 
I personaggi di Journal with Witch sono figure liminali, difficili da incasellare, che vanno e vengono, come le persone nelle nostre vite. La serie non riesce esaurire completamente le loro storie anche se urlano a gran voce questo bisogno, arrivando a un finale un po’ brusco ma comunque appagante: un epilogo che mostra come le loro vite siano andate avanti, restando però legate da abitudini e affetti nati nel tempo condiviso.
  
 
La risultante è un anime che esce dai solchi dello slice of life e affronta traumi e fluttuazioni della vita in maniera fuori dall’ordinario, senza spettacolarizzare nulla. Tra i personaggi, Makio e Asa rubano la scena. Soprattutto la prima, che si impone come figura estremamente solida in un panorama animato spesso popolato da archetipi. Tra i personaggi dell’animazione giapponese recente, Makio è forse uno dei meglio scritti degli ultimi anni.
Non adattando completamente il manga originale, la serie non riesce a dare a tutti i personaggi lo spazio che meriterebbero. Ma ciò che resta è comunque una finestra finzionale sulla realtà del quotidiano: uno sguardo fugace, insolito, sulla vita così com'è. Il realismo, soprattutto nei dialoghi e nelle situazioni, è una ventata d’aria fresca, ma perde un po' di mordente verso il finale, meno preciso e forse più casuale, e dove il tema centrale del lutto perde il suo scranno.
Eppure la serie rimane appagante, capace di entrare nell'intimo dello spettatore. E per qualcuno potrebbe persino diventare un piccolo rifugio in mezzo alla solitudine del deserto.