Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.
Se volete farne parte anche voi... rimboccatevi le maniche e recensite!
Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.
Per saperne di più continuate a leggere.
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Summer Wars
6.0/10
"Viviamo in un mondo dove domina la virtualità, un mondo di maschere, apparenza e finzione.
Il grande scopo della vita è trovare di nuovo la realtà" (Fabrizio Caramagna)
Mamoru Hosoda in "Summer Wars" mi è sembrato affrontare e in un certo senso rivisitare a modo suo (quello stile scanzonato, divertente, infarcito di buoni sentimenti, naif) il tema della contrapposizione tra realtà e mondo virtuale, costituito da un network globale che in un mondo del tutto simile a quello che viviamo oggi controlla e può influenzare ogni tipo di azione degli uomini.
Come tutte le creazioni umane, questa "matrice" è al servizio dell'umanità e facilita ogni aspetto della sua esistenza, fino a quando... una IA molto potente, "birichina" e sperimentale (con grande capacità di autoapprendimento) si impadronirà degli account degli utenti e quindi dei loro profili, andando a inficiare progressivamente le funzionalità di base del sistema, mandando in tilt trasporti, finanza, comunicazioni, fino al rischio di catastrofi immani come la caduta di satelliti fuori controllo sulla superficie terrestre.
Come potrà l'umanità contrapporsi a questa sorta di "Matrix" che tenta di soggiogare l'umanità? Ed ecco che la tragedia di dimensioni planetarie si intreccia con le vicende di due studenti delle superiori. Kenji, genio della matematica e appassionato di computer (è una sorta di volontario che manutiene e controlla con un compagno di scuola il fantomatico network denominato "Oz"), e Natsuki, una delle ragazze più popolari della scuola che frequentano, che gli offre un "lavoro", o meglio un incarico particolare: accompagnarla alla riunione della sua numerosa famiglia per festeggiare il compleanno della nonna.
Mamoru Hosoda ha diretto "Summer Wars" nel 2009 dopo il buon successo ottenuto con il suo primo film, "La ragazza che saltava nel tempo", del 2006. Film che ho apprezzato per la delicatezza e la profondità dei temi trattati con uno stile fresco, frizzante, in apparenza frivolo e leggero, ma di qualità visiva e narrativa di spessore.
Hosoda usa ancora il fantasy e la fantascienza come strumento per scrivere una storia in cui tenta di narrare, attraverso l'utilizzo del tema piuttosto classico della contrapposizione tra il mondo virtuale (collegato tramite social e gaming online a quello vero) e quello reale, il recupero e la esaltazione dei valori della famiglia iper-tradizionale nipponica e, in generale, la valorizzazione delle relazioni umane reali contro il mondo "artefatto" e "asettico" del virtuale.
Con "Summer Wars" siamo in un certo senso all'opposto delle animazioni di fine anni '90 e inizi '00, alla "serial experiments lain", tanto per intenderci. Nessun dramma, nessuna crisi di identità ed esistenziale, nessuna ambientazione inquietante e/o cupa che trasuda nichilismo, smarrimento e disperazione.
In "Summer Wars" il fantastico mondo virtuale di "Oz", sebbene suggestivo e visionario con uno sfondo bianco, luminoso e con personaggi coloratissimi e 'pucciosi' (in un certo senso mi ha ricordato come atmosfera un po' "Mind Game" o "Sonny Boy"), mi è sembrato più un banale social network più per giocare e fare amicizia che, una volta corrotto da una IA maligna, influenzare la vita umana fino ad alterare il mondo reale, mettendolo in pericolo.
E la lotta con l'IA si trasforma in un gioco picchiaduro tra l'ineffabile intelligenza artificiale e gli improbabili personaggi reali della famiglia della protagonista Natsuki, in un'apoteosi della esaltazione della forza della sinergia che l'uomo può trovare nelle relazioni reali, avvalendosi dei legami di parentela, amore e amicizia e lavoro.
Credo che il vero punto di forza del film sia insito nei numerosi personaggi della famiglia della protagonista Natsuki: non tanto a livello di approfondimento degli stessi, quanto nella poetica descrizione "slice of life" delle attività familiari quotidiane, nella tenerezza dei gesti più semplici e banali e nella naturalezza con cui più o meno tutti i personaggi interagiscono e si muovono, apparendo molto realistici. Nessun drammone psicologico, nessuna crisi a seguito dell'inatteso evento che avrebbe potuto scombussolare la numerosissima comunità familiare... una positività ingenua, dolce, in cui tutti sembrano comportarsi con una sensibilità, armonia e rispetto, che ho apprezzato tantissimo e che ho rivisto ancor più nel capolavoro successivo di Hosoda (alludo a "Wolf Children").
Nessuno dei personaggi che compongono la famiglia di Natsuki sembra un personaggio "costruito" ad hoc per esigenze di trama: non è difficile sorridere alla umanità varia che probabilmente ciascuno di noi spettatori potrà rivedere nelle proprie esperienze personali e familiari. Abbiamo quello irascibile, il fissato delle strategie di guerra, la tifosa di baseball che, cascasse il mondo, continua imperterrita a guardare la partita, l'otaku che con il nerd matematico cercherà di salvare il mondo, la parente che si giustifica sempre perché non ha ancora un compagno o un ragazzo, la stessa Natsuki che inguaia il compagno di scuola nella sua sceneggiata con la nonna, i bambini fastidiosi che scorrazzano liberi di importunare tutti e a cui viene perdonato tutto, la pecora nera della famiglia che non esita a discutere con tutti inclusa la capofamiglia, e la nonna capo "yakuza" che dall'alto del suo carisma indiscusso su tutti i familiari è ancora il modello e il punto di riferimento di ogni situazione e problema familiare o (nel caso del film) anche "mondiale", dispensando perle di saggezza...
Lato comparto tecnico, si può solo esprimere elogi. Madhouse ha confermato la propria fama in tema di qualità: animazioni fluide, sfondi colorati e ricchi di dettagli. Forse avrei qualcosa da ridire sul peculiare chara design dei personaggi, essenziale e poco dettagliato ma comunque espressivo.
D'altro canto è tipico di Hosoda già da "La ragazza che saltava nel tempo" e ripreso anche in "Wolf Children": non mi fa impazzire... ma si sa, sono gusti del tutto personali.
Insomma, "Summer wars" mi è parso un vero e proprio "peana" alla famiglia unita, costruita con relazioni vere, reali e autentiche. La forza del gruppo che aiuta il singolo ad affrontare qualsiasi criticità e che rappresenta un vero e proprio porto sicuro per coloro che affrontano qualsiasi difficoltà della vita.
Un approccio narrativo, di sceneggiatura e stilistico molto particolare, che tuttavia scade nel comico (e anche nel demenziale) nel trattare con superficialità, ingenuità e con innumerevoli forzature il tema della realtà virtuale e delle interazioni umane.
Per rinnegare l'individualismo esasperato dell'approccio attuale dell'umanità alle relazioni interpersonali, Hosoda spinge al massimo la coralità dei personaggi senza approfondirne uno, lasciandoli così "piatti", senza caratterizzazione e un po' tanto macchiette in un contesto un po' fanciullesco, candido, schietto e spontaneo... un po' troppo per i miei gusti, difettando di quel pathos che avrebbe dato un po' più di profondità alla trama dell'opera.
Tra le opere che ho visto di Hosoda, "Summer Wars" è quella che mi ha convinto meno: manca di quella poetica di cui il talentuoso regista è riuscito a dar sfoggio sia nell'opera precedente sia in quella successiva. Resta un buon esempio di intrattenimento, nulla di più.
Il grande scopo della vita è trovare di nuovo la realtà" (Fabrizio Caramagna)
Mamoru Hosoda in "Summer Wars" mi è sembrato affrontare e in un certo senso rivisitare a modo suo (quello stile scanzonato, divertente, infarcito di buoni sentimenti, naif) il tema della contrapposizione tra realtà e mondo virtuale, costituito da un network globale che in un mondo del tutto simile a quello che viviamo oggi controlla e può influenzare ogni tipo di azione degli uomini.
Come tutte le creazioni umane, questa "matrice" è al servizio dell'umanità e facilita ogni aspetto della sua esistenza, fino a quando... una IA molto potente, "birichina" e sperimentale (con grande capacità di autoapprendimento) si impadronirà degli account degli utenti e quindi dei loro profili, andando a inficiare progressivamente le funzionalità di base del sistema, mandando in tilt trasporti, finanza, comunicazioni, fino al rischio di catastrofi immani come la caduta di satelliti fuori controllo sulla superficie terrestre.
Come potrà l'umanità contrapporsi a questa sorta di "Matrix" che tenta di soggiogare l'umanità? Ed ecco che la tragedia di dimensioni planetarie si intreccia con le vicende di due studenti delle superiori. Kenji, genio della matematica e appassionato di computer (è una sorta di volontario che manutiene e controlla con un compagno di scuola il fantomatico network denominato "Oz"), e Natsuki, una delle ragazze più popolari della scuola che frequentano, che gli offre un "lavoro", o meglio un incarico particolare: accompagnarla alla riunione della sua numerosa famiglia per festeggiare il compleanno della nonna.
Mamoru Hosoda ha diretto "Summer Wars" nel 2009 dopo il buon successo ottenuto con il suo primo film, "La ragazza che saltava nel tempo", del 2006. Film che ho apprezzato per la delicatezza e la profondità dei temi trattati con uno stile fresco, frizzante, in apparenza frivolo e leggero, ma di qualità visiva e narrativa di spessore.
Hosoda usa ancora il fantasy e la fantascienza come strumento per scrivere una storia in cui tenta di narrare, attraverso l'utilizzo del tema piuttosto classico della contrapposizione tra il mondo virtuale (collegato tramite social e gaming online a quello vero) e quello reale, il recupero e la esaltazione dei valori della famiglia iper-tradizionale nipponica e, in generale, la valorizzazione delle relazioni umane reali contro il mondo "artefatto" e "asettico" del virtuale.
Con "Summer Wars" siamo in un certo senso all'opposto delle animazioni di fine anni '90 e inizi '00, alla "serial experiments lain", tanto per intenderci. Nessun dramma, nessuna crisi di identità ed esistenziale, nessuna ambientazione inquietante e/o cupa che trasuda nichilismo, smarrimento e disperazione.
In "Summer Wars" il fantastico mondo virtuale di "Oz", sebbene suggestivo e visionario con uno sfondo bianco, luminoso e con personaggi coloratissimi e 'pucciosi' (in un certo senso mi ha ricordato come atmosfera un po' "Mind Game" o "Sonny Boy"), mi è sembrato più un banale social network più per giocare e fare amicizia che, una volta corrotto da una IA maligna, influenzare la vita umana fino ad alterare il mondo reale, mettendolo in pericolo.
E la lotta con l'IA si trasforma in un gioco picchiaduro tra l'ineffabile intelligenza artificiale e gli improbabili personaggi reali della famiglia della protagonista Natsuki, in un'apoteosi della esaltazione della forza della sinergia che l'uomo può trovare nelle relazioni reali, avvalendosi dei legami di parentela, amore e amicizia e lavoro.
Credo che il vero punto di forza del film sia insito nei numerosi personaggi della famiglia della protagonista Natsuki: non tanto a livello di approfondimento degli stessi, quanto nella poetica descrizione "slice of life" delle attività familiari quotidiane, nella tenerezza dei gesti più semplici e banali e nella naturalezza con cui più o meno tutti i personaggi interagiscono e si muovono, apparendo molto realistici. Nessun drammone psicologico, nessuna crisi a seguito dell'inatteso evento che avrebbe potuto scombussolare la numerosissima comunità familiare... una positività ingenua, dolce, in cui tutti sembrano comportarsi con una sensibilità, armonia e rispetto, che ho apprezzato tantissimo e che ho rivisto ancor più nel capolavoro successivo di Hosoda (alludo a "Wolf Children").
Nessuno dei personaggi che compongono la famiglia di Natsuki sembra un personaggio "costruito" ad hoc per esigenze di trama: non è difficile sorridere alla umanità varia che probabilmente ciascuno di noi spettatori potrà rivedere nelle proprie esperienze personali e familiari. Abbiamo quello irascibile, il fissato delle strategie di guerra, la tifosa di baseball che, cascasse il mondo, continua imperterrita a guardare la partita, l'otaku che con il nerd matematico cercherà di salvare il mondo, la parente che si giustifica sempre perché non ha ancora un compagno o un ragazzo, la stessa Natsuki che inguaia il compagno di scuola nella sua sceneggiata con la nonna, i bambini fastidiosi che scorrazzano liberi di importunare tutti e a cui viene perdonato tutto, la pecora nera della famiglia che non esita a discutere con tutti inclusa la capofamiglia, e la nonna capo "yakuza" che dall'alto del suo carisma indiscusso su tutti i familiari è ancora il modello e il punto di riferimento di ogni situazione e problema familiare o (nel caso del film) anche "mondiale", dispensando perle di saggezza...
Lato comparto tecnico, si può solo esprimere elogi. Madhouse ha confermato la propria fama in tema di qualità: animazioni fluide, sfondi colorati e ricchi di dettagli. Forse avrei qualcosa da ridire sul peculiare chara design dei personaggi, essenziale e poco dettagliato ma comunque espressivo.
D'altro canto è tipico di Hosoda già da "La ragazza che saltava nel tempo" e ripreso anche in "Wolf Children": non mi fa impazzire... ma si sa, sono gusti del tutto personali.
Insomma, "Summer wars" mi è parso un vero e proprio "peana" alla famiglia unita, costruita con relazioni vere, reali e autentiche. La forza del gruppo che aiuta il singolo ad affrontare qualsiasi criticità e che rappresenta un vero e proprio porto sicuro per coloro che affrontano qualsiasi difficoltà della vita.
Un approccio narrativo, di sceneggiatura e stilistico molto particolare, che tuttavia scade nel comico (e anche nel demenziale) nel trattare con superficialità, ingenuità e con innumerevoli forzature il tema della realtà virtuale e delle interazioni umane.
Per rinnegare l'individualismo esasperato dell'approccio attuale dell'umanità alle relazioni interpersonali, Hosoda spinge al massimo la coralità dei personaggi senza approfondirne uno, lasciandoli così "piatti", senza caratterizzazione e un po' tanto macchiette in un contesto un po' fanciullesco, candido, schietto e spontaneo... un po' troppo per i miei gusti, difettando di quel pathos che avrebbe dato un po' più di profondità alla trama dell'opera.
Tra le opere che ho visto di Hosoda, "Summer Wars" è quella che mi ha convinto meno: manca di quella poetica di cui il talentuoso regista è riuscito a dar sfoggio sia nell'opera precedente sia in quella successiva. Resta un buon esempio di intrattenimento, nulla di più.
Pioggia di ricordi
8.0/10
Recensione di Pan Daemonium
-
Arrivati alla soglia dei trent'anni, le memorie davvero cadono spesso giù dal cielo inaspettate, solitamente non volute. Alla protagonista, sperduta un po' nella vita della grande Tokyo, accade lo stesso. Torna ad essere bambina, ad avere dieci anni. I suoi compagni di scuola la accompagnano via via nel viaggio che compie nelle campagne giapponesi, viaggio sia di lavoro che di piacere, ma fittizio, come molte di queste scampagnate che spesso facciamo per convincerci di avere ancora una liaison con un mondo naturale che, d'altronde, naturale non è. Lo spirito ambientalista, anti-urbano dello Studio Ghibli è anche qui ovviamente preponderante e la vita rustica è sicuramente idealizzata, ma se ne sottolineano anche le difficoltà, le mancanze, la solitudine che necessariamente attende chi si dedicherà ad un modus vivendi ormai retrogrado e superato. Non solo, Takahata ci ricorda che la conformazione dei panorami, del bello che vediamo nella natura georgica, è comunque frutto di antropizzazione, prodotto della tecnica di generazioni di lavoratori, sudore concretizzato e naturalizzato. Il film può risultare un po' lento e non sempre colpisce con un colpo allo stomaco, ma spesso lascia un sorriso dolceamaro, soprattutto quando si passa dai ricordi sfocati, dai colori pastello un po' sbiaditi, al volto serio della protagonista, che quei ricordi li sta producendo e vivendo nello stesso momento. Tanti dei dettagli della vita adolescenziale della protagonista non sono svolti. Non sapremo mai del suo primo amore, non sapremo mai di tante cose. D'altronde i ricordi arrivano così, a pezzi. Così come gli amori, come le persone, essi arrivano e velocemente spariscono, lasciando solo il ricordo di sé stessi, una scia profumata di muschio e nostalgia. Il finale, in cui i due mondi si riuniscono, sia quello della città che quello della campagna, sia quello del passato che del presente, lascia a bocca aperta.
I sospiri del mio cuore
9.0/10
Vibe anni ‘90, amori giovanili e una passione sconfinata per i libri sono le tre componenti principali di quello che, secondo il mio modesto parere, è l’ennesimo capolavoro dello Studio Ghibli. Pubblicato nel 1995, “I sospiri del mio cuore” è il frutto del lavoro combinato di Aoi Hiiragi e del maestro, Hayao Miyazaki.
La storia, ambientata nella periferia di Tokyo degli anni ‘90, ha come protagonista una ragazza di quattordici anni, Shizuku Tsukishima, lettrice compulsiva di libri che, quasi ogni giorno, va a prendere in prestito nella biblioteca dove lavora il padre. Lei non lo sa ancora, ma saranno proprio loro a cambiarle la vita definitivamente. Un giorno infatti, leggendo le tessere di questi libri, nota un nome che compare quasi sempre, un certo Seiji Amasawa, un ragazzo che chiaramente lei non conosce, non ancora perlomeno, e su cui inizia a fantasticare. Sarà così che, tra un problema giovanile e l’altro come quello dell’amica innamorata ma non corrisposta, i due in modo del tutto fortuito si conoscono. In un primo momento non sembrano andare molto d’accordo, ma, alla fine, grazie anche alla presenza indispensabile del nonno di lui, i ragazzi iniziano a frequentarsi. Seiji è un ragazzo molto sicuro di sé, che ha già in mente il suo percorso per il futuro; lasciare la scuola e andare in Italia per diventare un liutaio professionista. La cosa stupisce Shizuku che, invece, al futuro non ha mai minimamente pensato, ed è così che, dopo aver letto centinaia di libri, decide di scriverne uno. La sua stesura occupa l’ultima parte dell’opera, avviandoci a un finale romantico seppur scontato e ricolmo di gioia.
Ecco, forse proprio la parola gioia è quella che userei per descrivere il film a chiunque me lo chiedesse. La gioia è quella che riesce ad emanare ogni singola scena dell’opera, nonostante non manchino momenti un po’ più tristi e commoventi, ma che comunque riescono a risolversi al meglio. La gioia la ritrovo nella passione per i libri di Shizuku; nella scena dell’inseguimento del gatto che la porta alla scoperta di un luogo fino ad allora sconosciuto; nella dichiarazione d’amore finale di Seiji e ovviamente nel concerto improvvisato in cantina. Proprio questa è, a parer di molti, la scena simbolo di tutta l’opera. Un momento irripetibile, durante il quale la voce di Shizuku e la musica che l’accompagna sembrano uscire fuori dal tempo, quasi come se non fossero sottoposte alle leggi della natura. Pochi ma intensi minuti ricolmi di gioia e felicità, che resteranno indelebili nella mia mente.
Il film però non va inteso come mero divertimento, ma allo stesso tempo come un “romanzo” di formazione che ha come protagonisti i due ragazzi. Seiji trova la forza di imporsi contro il volere dei genitori, che finalmente gli danno la possibilità di andare in Italia per due mesi di apprendistato; Shizuku, spinta dalla forza di volontà di Seiji, scopre invece la sua vocazione di scrittrice, ma soltanto dopo essersi messa alla prova, tentando e riuscendo nell’obiettivo di scrivere un libro in soli due mesi. Per quanto riguarda la componente romantica, invece, non c’è molto da dire. La materia è trattata bene e con estrema semplicità, ma mi rendo conto che, parlando di amori della prima giovinezza, esenti da ogni tipo di problematiche che si possono riscontrare in rapporti più “maturi”, in pochi potranno immedesimarvisi.
Infine, due menzioni d’onore. La prima per Naoya Tanaka, il creatore degli sfondi mozzafiato del film; la seconda per l’intero comparto sonoro, che ci regala musiche stupende perfettamente calzanti con il “mood” dell’opera e una colonna sonora da brividi come “Take me Home, Country Roads” in chiave rivisitata.
Ancora una volta, dunque, lo Studio Ghibli ci ha fatto dono di una piccola perla, e noi non possiamo far altro che ringraziarlo. Un film adatto a tutti e in grado di emozionare veramente con poco. Chiamatela, se volete, la magia di Miyazaki.
La storia, ambientata nella periferia di Tokyo degli anni ‘90, ha come protagonista una ragazza di quattordici anni, Shizuku Tsukishima, lettrice compulsiva di libri che, quasi ogni giorno, va a prendere in prestito nella biblioteca dove lavora il padre. Lei non lo sa ancora, ma saranno proprio loro a cambiarle la vita definitivamente. Un giorno infatti, leggendo le tessere di questi libri, nota un nome che compare quasi sempre, un certo Seiji Amasawa, un ragazzo che chiaramente lei non conosce, non ancora perlomeno, e su cui inizia a fantasticare. Sarà così che, tra un problema giovanile e l’altro come quello dell’amica innamorata ma non corrisposta, i due in modo del tutto fortuito si conoscono. In un primo momento non sembrano andare molto d’accordo, ma, alla fine, grazie anche alla presenza indispensabile del nonno di lui, i ragazzi iniziano a frequentarsi. Seiji è un ragazzo molto sicuro di sé, che ha già in mente il suo percorso per il futuro; lasciare la scuola e andare in Italia per diventare un liutaio professionista. La cosa stupisce Shizuku che, invece, al futuro non ha mai minimamente pensato, ed è così che, dopo aver letto centinaia di libri, decide di scriverne uno. La sua stesura occupa l’ultima parte dell’opera, avviandoci a un finale romantico seppur scontato e ricolmo di gioia.
Ecco, forse proprio la parola gioia è quella che userei per descrivere il film a chiunque me lo chiedesse. La gioia è quella che riesce ad emanare ogni singola scena dell’opera, nonostante non manchino momenti un po’ più tristi e commoventi, ma che comunque riescono a risolversi al meglio. La gioia la ritrovo nella passione per i libri di Shizuku; nella scena dell’inseguimento del gatto che la porta alla scoperta di un luogo fino ad allora sconosciuto; nella dichiarazione d’amore finale di Seiji e ovviamente nel concerto improvvisato in cantina. Proprio questa è, a parer di molti, la scena simbolo di tutta l’opera. Un momento irripetibile, durante il quale la voce di Shizuku e la musica che l’accompagna sembrano uscire fuori dal tempo, quasi come se non fossero sottoposte alle leggi della natura. Pochi ma intensi minuti ricolmi di gioia e felicità, che resteranno indelebili nella mia mente.
Il film però non va inteso come mero divertimento, ma allo stesso tempo come un “romanzo” di formazione che ha come protagonisti i due ragazzi. Seiji trova la forza di imporsi contro il volere dei genitori, che finalmente gli danno la possibilità di andare in Italia per due mesi di apprendistato; Shizuku, spinta dalla forza di volontà di Seiji, scopre invece la sua vocazione di scrittrice, ma soltanto dopo essersi messa alla prova, tentando e riuscendo nell’obiettivo di scrivere un libro in soli due mesi. Per quanto riguarda la componente romantica, invece, non c’è molto da dire. La materia è trattata bene e con estrema semplicità, ma mi rendo conto che, parlando di amori della prima giovinezza, esenti da ogni tipo di problematiche che si possono riscontrare in rapporti più “maturi”, in pochi potranno immedesimarvisi.
Infine, due menzioni d’onore. La prima per Naoya Tanaka, il creatore degli sfondi mozzafiato del film; la seconda per l’intero comparto sonoro, che ci regala musiche stupende perfettamente calzanti con il “mood” dell’opera e una colonna sonora da brividi come “Take me Home, Country Roads” in chiave rivisitata.
Ancora una volta, dunque, lo Studio Ghibli ci ha fatto dono di una piccola perla, e noi non possiamo far altro che ringraziarlo. Un film adatto a tutti e in grado di emozionare veramente con poco. Chiamatela, se volete, la magia di Miyazaki.
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Pioggia di ricordi meh. Lo vidi solo una volta, era carinino, non mi fece impazzire.
I sospiri del mio cuore è stupendo e amo Country Road solo grazie ad esso 😂 Un gran peccato che l'HV sia super costoso e non l'abbiano mai riportato, perché è proprio un film d'avere in collezione (scoprì a caso che entrambe l'edizioni che ho stanno un bel po' e ci rimasi veramente stupito, anche perché non sono solito guardare il prezzo dei film che ho in collezione, avendoli già).
Comunque consiglio fortemente a chi non l'abbia visti, il recupero di Summer Wars e I sospiri del mio cuore.
Pioggia di ricordi e' un capolavoro totale. 11/10.
(I sospiri del mio cuore rimasterizzato in 4K già presente nel mercato statunitense)
Pioggia di ricordi e sospiri del mio cuore - visti un paio di volte credo, entrambi "molto stile vecchio" e capirai hanno 30 e passa anni, probabilmente per i disegni, musica è invecchiato anche bene ma per altro lascia appunto bei ricordi e sospiri .. fine...
(non ricordo se hanno ricevuto diversi doppiaggi o altro o quali versioni ho visto quindi potrebbe dipendere pure da quello il pensiero)
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