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Una catastrofe naturale: un argomento capace di far sbizzarrire degli sceneggiatori. Quanti modi per parlarne, quanti temi da affrontare, quante trame da sviluppare. La principale domanda da porsi è: si vuole fare un'opera realistica, oppure ci si vuole prendere delle licenze rispetto alla realtà? Non sono sicura che chi si è occupato di "Tokyo Magnitude 8.0" fosse sicuro della risposta data...

Mirai Onazawa ha solo tredici anni, ma quanto a pessimismo in pochi la battono, anche tra gli adulti. In particolare è molto critica sulla sua famiglia: non vanno in vacanza da chissà quanto, perché mamma e papà lavorano sempre; e quando tornano a casa - stanchi morti - passano gran parte del loro tempo a litigare. E chi pensate debba badare al fratellino Yuki in loro assenza, eh? Ovvio, Mirai.
Per questo è lei a doverlo portare a una mostra di robot - sua grande passione, che naturalmente non condivide - sull'isola artificiale di Odaiba. Mentre Yuki è alla toilette, lei lo aspetta fuori armeggiando con il cellulare, il suo unico rifugio dalla cattiveria degli adulti. Quanto vorrebbe che il mondo crollasse in pezzi... Che è esattamente quello che accade di lì a pochi secondi: un terribile terremoto di magnitudo 8.0 si scatena sulla capitale giapponese. Mirai ritrova il fratello, rimasto ancora nell'edificio mezzo crollato della mostra; nella ricerca viene aiutata da una signora, Mari Kusakabe.
Ma i problemi non sono ancora finiti. La casa degli Onazawa è piuttosto lontana da Odaiba, e tutte le principali vie di comunicazione sono state distrutte. I due fratellini non sanno che fare, ma per fortuna in loro aiuto interviene Mari. Nonostante abbia madre e figlia che l'aspettino, infatti, si offre di portarli a casa, visto che abitano in zone vicine. Nonostante sia diffidente, Mirai accetta. Così i tre partono alla volta delle loro abitazioni, sperando di trovare ancora vivi i loro cari e promettendosi di tornare a casa tutti insieme. Ce la faranno?

A prima vista sembra che "Tokyo Magnitude 8.0" abbia optato per l'approccio più realistico, al punto che si può quasi parlare di "docu fiction". Questo si può vedere già dall'opening, raffigurante le devastazioni portate dal terremoto. La casa di produzione ha fatto diversi studi e proiezioni sull'impatto di una tale catastrofe, e si vede.
Andando oltre la sigla di testa, la finalità didattica è lampante. Mirai e Yuki rappresentano quello che non si deve fare: li vediamo, infatti, compiere con precisione matematica l'azione più pericolosa nel dato contesto, come rifugiarsi in edifici chiaramente pericolanti, separarsi dall'adulto di turno per motivi sciocchi, ecc. A volte sembra quasi esagerato, visto che la prevenzione sui terremoti in Giappone comincia sin da piccoli. Tuttavia, un conto è l'esercitazione e un conto è trovarsi nella situazione reale, quindi ci sta. E poi non bisogna dimenticarsi che ci troviamo di fronte dei bambini.
Di contro, Mari sa sempre cosa fare. Chi conosce a menadito la macchina dei soccorsi? Chi aiuta le persone in difficoltà? Chi inculca alla cinica Mirai la fiducia negli adulti? Si contano sulla punta delle dita le volte in cui si lascia trascinare dall'emozione, dandole così un'aria da Mary Sue - nel gergo delle fanfiction, il personaggio perfetto in ogni situazione - che non giova molto all'economia della storia. Senza contare che quasi tutti gli altri adulti presenti non si comportano così bene...

In ogni caso la serie raggiunge il suo scopo educativo a colpo sicuro, e l'impalcatura della trama è inattaccabile... almeno fino all'episodio 8. In quel momento si verifica una svolta plateale con tanto di elemento sovrannaturale che stona con il realismo estremo adottato prima. Dire di più significherebbe fare spoiler pesanti; sappiate solo che il culmine viene raggiunto nel finale, dove si aggiunge pure una per niente velata voglia di far piangere lo spettatore a tutti i costi. Io, semmai, piangerei per lo spreco di quanto di buono fatto in precedenza.

Per fortuna in "Tokyo Magnitude..." c'è un elemento trattato alla perfezione: la caratterizzazione dei personaggi. Ciò è evidente soprattutto in Mirai, che compie non solo un viaggio fisico ma anche psicologico. Naturalmente sarà un percorso irto di ostacoli: sarà costretta a fidarsi di un adulto - che lei crede, a torto, tutti inaffidabili ed egoisti - dovrà prendersi cura di suo fratello e assumersi le sue responsabilità. Chi innescherà questo processo sarà Mari, che riesce a non far pesare ai suoi piccoli accompagnatori l'angoscia di non sapere come stanno i propri cari. Notevole, comunque, anche la caratterizzazione di molti personaggi secondari, come il signor Furuichi, che usa il suo dolore per aiutare gli altri, o il "robotaku" Kento.

Il comparto tecnico è, come tutte le serie di oggi, buono. Il character design, semplicissimo, può piacere o non piacere, ma il contrasto con la drammaticità dei temi è gradevole; la fotografia e la regia sono ottime, soprattutto nelle scene più a effetto; le musiche, invece, non sono niente di trascendentale, e svolgono il loro compito senza infamia e senza lode. Il doppiaggio italiano si distingue per le voci azzeccate e la recitazione professionale, che riesce a non essere stucchevole nei passaggi più drammatici.

Certo, "Tokyo Magnitude 8.0" non è una serie perfetta: l'indecisione su quale approccio usare per questo difficile argomento ha il suo peso, perché il cambiamento è improvviso e fuori luogo. Tuttavia, è anche un anime pieno di pregi: l'ideale per chi ha voglia di godersi una storia di crescita personale piena di buoni sentimenti e avvincente.