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4.0/10
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Nejima Yukari, il protagonista di “Koi to Uso”, è la personificazione del motivo per cui il sistema di governo di “Koi to Uso” è giusto e legittimo. Immaginate che il Giappone viva un periodo storico di crisi demografica, con sempre meno giovani a sostenere l’economia e sempre più anziani a frenarne la crescita. Un momento, serve davvero immaginarlo? Forse non è uno sforzo necessario, se si pensa che la diminuzione delle nascite è un fenomeno iniziato, dati alla mano, circa cinquant’anni fa e che oggigiorno è più che mai attuale. Incombe sul Paese del Sol Levante lo spettro di una popolazione sempre meno numerosa e sempre più anziana, incapace di alimentare l’economia e colpevole di inerzia nell’inesorabile, per quanto evidente, processo che sta relegando il Paese a un ruolo sempre più marginale nell’economia mondiale. Il motivo di questo preludio ridondante è che il sistema di governo citato all’inizio, quello di “Koi to Uso”, ha trovato la soluzione a questa piaga sociale.

Il progresso scientifico in campo genetico pare aver permesso agli scienziati di individuare il livello di compatibilità tra persone di sesso opposto e combinare i matrimoni secondo tale criterio, di modo che le coppie così formate da un lato godano di una vita sentimentale appagante e dall’altro contribuiscano a debellare il problema del calo delle nascite. Ciò avviene grazie anche a una campagna di educazione sessuale efficace, operata a tappeto su tutte le scuole, in diverse tappe della crescita dell’individuo, e che sdogana il sesso, argomento tabù per eccellenza, riconoscendolo contemporaneamente come fonte di piacere e, soprattutto, come mezzo necessario per procreare e contribuire alla crescita del Paese. Il termine ultimo per l’assegnazione di un partner, procedura che avviene tramite la comunicazione sia digitale sia per iscritto di nome e informazioni di questi da parte del governo, è il raggiungimento dei sedici anni di età. È questo il motivo che spinge Yukari, liceale dall’aspetto anonimo e dal carattere scialbo, a dichiararsi alla ragazza di cui è innamorato dalle elementari, giusto il giorno prima del suo sedicesimo compleanno, prima che il suo destino lo separi definitivamente da lei e dall’amore che prova da anni nei suoi confronti. Inaspettatamente, non solo la bella Takasaki Misaki ricambia i sentimenti del giovane, ma sul telefono del ragazzo arriva un’email dal governo che riporta proprio il nome di Misaki come partner per lui selezionato. In quello stesso istante, tuttavia, due agenti del Ministero del Lavoro, della Salute e del Welfare vengono apposta a consegnargli la lettera. Il nome del partner, tuttavia, non è Takasaki Misaki, ma Sanada Lilina, e, contemporaneamente, dal telefono di Yukari sparisce il nome di Misaki.

L’intreccio si esplica quindi in due momenti, spesso interdigitati, che si spartiscono in modo più o meno uguale la scena: l’evoluzione del rapporto tra i tre protagonisti da una parte e dall’altra la descrizione - senza approfondirne le dinamiche interne e senza motivare alcun che - dell’iter che le coppie selezionate dal governo devono seguire per poter godere in futuro di una vita sentimentale che si svolga correttamente - leggasi proliferare - e che sia appagante per entrambi. Per quanto il protagonista si disperi e si senta privato dei propri sentimenti, c’è da dire che il sistema ideato dal governo sembra comunque funzionare. I genitori di Yukari mostrano un notevole affiatamento, lo stesso si può dire di quelli di Lilina e persino di un amico di Yukari, fidanzato solo di recente. Il problema delle nascite, neanche a dirlo, è risolto. Gli unici a sentirsi a disagio in una società che impone, senza dare la minima spiegazione, il partner con cui condividere la propria esistenza sembrano essere Yukari, Misaki e Lilina. Perché la storia, in qualche modo, dovrà pure andare avanti, o no?

Arrancando con mosci espedienti narrativi e qualche cliffhanger di troppo, la sceneggiatura esibisce e ribadisce, episodio dopo episodio, tutta la manchevolezza e l’inconsistenza proprie di una storia che già in partenza ha tutto scritto e poco da dire. Neanche il fanservice fatto di baci e situazioni piccanti riesce a distogliere l’attenzione dal peccato di pretensione di cui lo staff si macchia. Le riflessioni più interessanti, paradossalmente, non sono quelle banali e ripetitive sull’amore e sul goffo triangolo amoroso che si va formando, ma vertono sull’ambientazione in sé e per sé, senza necessariamente tirare in ballo i protagonisti. Ora però non vorrei essere frainteso: ciò che ho trovato veramente interessante, a dispetto di quanto forse qualcuno stia credendo, non è come il sistema abbia deciso di sopperire alla carenza di nascite, ma il modo in cui una discreta fetta di utenza abbia avvicinato, probabilmente con leggerezza, il termine “distopico” a un tale sistema. Dal momento che “Koi to Uso” non mi pare preveda o rappresenti e descriva un futuro in cui, in modo contrario e opposto alle tendenze avvertite nel presente, si prefigurino situazioni, sviluppi, assetti politici e sociali altamente negativi e avversi alla popolazione, non riesco a trattenere un sorriso ogniqualvolta mi imbatta in paragoni stridenti che chiamano in causa Orwell o Asimov; probabilmente, chi discute, lo fa senza aver letto con un minimo di attenzione alcun testo dei due. La soluzione trovata dal governo, invece, pare essere vincente per gli stessi motivi spiegati in precedenza e il fatto che un paio di adolescenti non la veda di buon occhio non è certo un motivo valido per condannarla, a maggior ragione se del suddetto sistema, appunto, si sa poco o nulla. Se ne conoscono i risultati nel lungo periodo, però, e quelli vanno tutti a suo favore. E, pur volendo stendere un velo pietoso sul finale, penso che l’evoluzione dei sentimenti di Yukari vada solo a confermare questo mio pensiero. Tuttavia, questo aspetto “distopico”, per così dire, è proprio ciò che mi ha spinto a terminare una serie che ha talmente poco da dire e che lo dice talmente male, da meritare di essere ricordata solo come monito di ciò che un anime non dovrebbe essere.

Se la composizione della serie e l’adattamento possono non brillare forse a causa della materia prima scadente, il character designer si deve essere evidentemente impegnato per non essere da meno. Gli occhi e i visi deformi a primo impatto risultano grotteschi e rappresentano forse il primo vero scoglio per chi decida di approcciare l’opera; questo non perché, pur essendo il manga originale pubblicato su una rivista shounen, lo stile strizzi non poco l’occhio agli shoujo manga, quanto per la piattezza disarmante e la mancanza di proporzioni che, ahimè, rimangono una costante per tutta la durata della serie. Le espressioni facciali dei personaggi possono tranquillamente essere ridotte a tre: indifferenza, arrossamento, pianto; eccezion fatta per qualche saltuaria combinazione delle tre sopra citate, altro non si vede. Le animazioni pure sono spesso legnose e poco precise, lo stesso vale per i fondali, approssimativi, e la regia, scialba almeno quanto il protagonista. Insomma, il tempo speso per visionare “Koi to Uso” non tornerà indietro, ma ogni tanto anche una ciofeca è necessaria per ricordare quanto sia buono un caffè fatto come Dio comanda.