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La Luna e lo spazio hanno da sempre un fascino particolare sull’uomo. Se ad esso si aggiungono leggende da ogni dove, si possono trovare decine di trasposizioni cinematografiche e non, legate ad esse.
Uno fra i tanti miti è basato sulla tormentata storia d’amore tra Chang’e, la dea della Luna, e Houyi, talvolta rappresentato come il dio dell’arco sceso sulla Terra, e talvolta come un arciere facente parte di una tribù. La leggenda da cui “Over the Moon” prende spunto vede i due innamorati costretti a separarsi poiché Chang’e è immortale e lui no. La dea della Luna vivrà quindi un’eternità di solitudine, con la sola compagnia di un coniglio.
Fei Fei è, a inizio film, una bambina felice e fantasiosa che vive coi genitori, che la adorano. La madre è la sua musa, la sua migliore amica, che le racconta, ogni giorno, la leggenda di Chang’e, a cui la figlia crede ciecamente, e nella cui storia d’amore vede riflessa la storia d’amore dei suoi genitori. Ma la madre viene a mancare, presumibilmente per una malattia, e se anche all’inizio la sua perdita non scoraggia completamente Fei fei e suo padre, che si danno forza a vicenda, le cose cambiano quando il papà intende risposarsi con una donna che lei non accetta.
Decisa a ricordare al padre l’amore che provava per la sua mamma, la ragazzina decide di costruire un razzo, volare sulla Luna e trovare Chang’e.

Il film diretto da Glen Kean è sicuramente da annoverare come storia di formazione che, attraverso la metafora del viaggio, permette - in questo caso - a un’adolescente di trovare risposte ben diverse da quelle che si aspettava.
Fei Fei ci viene presentata come una bambina che, seppur intelligente e laboriosa, preferisce la fantasia alla durezza della realtà. Ne è dimostrazione la scena iniziale, quando dice chiaramente di preferire la storia di sua madre sulla spiegazione delle fasi lunari (un cane stellare che morde la luna), piuttosto che la spiegazione scientifica proposta dal padre.
Come ogni preadolescente e adolescente che si rispetti, Fei Fei non accetta cambiamenti nella propria vita, se non quelli decisi da lei. Per questo fatica a superare il lutto di sua madre, non ascolta i racconti dei parenti, e ancora di più fatica ad accettare una nuova madre e un nuovo fratellino. Perché, ai suoi occhi, significherebbe rinunciare alla fase della sua vita che l’ha resa più felice.

Il film è un vero e proprio inno all’amore e all’amore per la fantasia, complice anche la meravigliosa ambientazione. Glen Keane ha infatti dato sfogo a tutta la sua creatività, ponendo fin da subito un divario immenso tra l’inizio del film, che mostra una Cina di tutti i giorni, e il viaggio verso Lunaria, rappresentata come una terra colorata, stravagante, bizzarra, popolata da creature fantastiche ed eccentriche. Lunaria è a tutti gli effetti sia un luogo magico e apparentemente felice in cui sfogare tutta la propria fantasia sia un mix perfetto tra folklore cinese e performance K-Pop (grazie, soprattutto, alla colonna sonora). Tuttavia, l’aspetto del luogo è soltanto una facciata, perché, per quanto colorata sia la Luna, altro non è che il luogo che occorre alla dea Chang’e per sopprimere la propria solitudine e il proprio dolore, apparendo in effetti - in un primo momento - quasi come un personaggio viziato ed egoista.

I meriti della riuscita del film sono senza dubbio la qualità della colonna sonora che, a differenza di altri prodotti made in USA, si accompagna meravigliosamente alla narrazione, mostrando il film come un musical animato; e la sceneggiatura che pone l’accento su tematiche delicate come l’elaborazione del lutto e la solitudine.

L’unico neo che ho riscontrato è forse la parte finale, legata appunto a Chang’e e alla sua tormentata storia d’amore, che viene trattata in maniera oltremodo frettolosa; ma d’altronde la si può vedere quasi solo come trampolino di lancio per permettere a Fei Fei di maturare il proprio lutto e trasformarlo in una lezione di vita che le possa permettere di andare avanti.