Recensione
Invisible
6.0/10
La recensione si basa solo sui primi tre episodi perché poi ho capito che proseguire oltre sarebbe stato deleterio per me.
Quando Netflix mi aveva proposto questa serie, inizialmente ero passata oltre, non sentendomi particolarmente attratta dalla trama.
Poi ci ho ripensato e ho fatto marcia indietro, ma, per i miei standard, avrei fatto meglio a restare sulla mia decisione iniziale.
La trama non è niente di nuovo: Takafumi Shimura è un detective schiacciato dal senso di colpa per aver lasciato che il suo partner morisse in servizio ed è alla ricerca del suo omicida.
Il suo cammino cambia radicalmente quando incrocia quello di una giovane donna chiamata “Invisible”, che pare conoscere tutto ciò che accade nel mondo della criminalità, decidendo di stringere un’alleanza con lei.
Il primo episodio non mi aveva convinta appieno, lasciandomi addosso una sensazione di fretta nella soluzione del caso.
Nel giro di un’ora, il protagonista viene presentato con drammi annessi, incontra Invisible e deve risolvere il caso odierno.
Ammetto che durante lo svolgimento degli eventi mi sono persa proprio per via della sua frettolosità.
Questo era già un buon indizio che mi allertava che la serie non faceva per me, ma ho voluto comunque darle il beneficio del dubbio e concederle un’ulteriore puntata.
L’episodio due termina con un colpo di scena riguardante il protagonista e quindi si è praticamente obbligati a proseguire, ma terminata la puntata numero tre ho preferito metterci un punto perché ho capito che non faceva per me.
La serie non l’ho trovata particolarmente originale come trama e i tre casi visti non mi hanno presa granché.
Sembra quasi che la serie stessa capisca di essere sprovvista di quel qualcosa che in altre situazioni terrebbe lo spettatore incollato allo schermo, perché punta tutto sul colpo di scena finale per far sì che si rimanga e si prosegua la visione.
Qua e là sono sparsi vari buchi di trama che non trovano spiegazione, ma che senza di essi la storia non procederebbe e che, nonostante facciano storcere il naso, bisogna accettare e prendere per buoni.
Tanto per fare un esempio: nel secondo episodio, come ha fatto il gruppo di assassini a trovare Invisible, che non era mai uscita dal suo rifugio/prigione?
E se Invisible non aveva mai lasciato tale luogo, come poteva aver inserito nelle sparachiodi degli assassini un controller da remoto per impedirgli di sparare nel caso la situazione si fosse messa male?
Domande che lo spettatore si pone già mentre guarda la puntata, ma che non trovano alcuna risposta, con i personaggi stessi che non si pongono interrogativi e sorvolano su questi particolari.
I personaggi non mi hanno detto niente di nuovo perché sono quelli che si vedono anche in altre serie di questo genere.
Il protagonista che diventa violento verso i criminali da quando il suo partner è morto tre anni prima e che si assume la piena colpa per questo avvenimento non è una novità.
Anzi, non capisco perché ai giapponesi piacciano così tanto personaggi divorati dai sensi di colpa per non aver salvato il compagno di lavoro.
Invisible poteva essere il personaggio misterioso su cui far ruotare un po’ di più la serie, ma dopo tre puntate la mia sensazione era che non si volesse puntare più di tanto su di lei, preferendo dare spazio a Shimura.
Un altro elemento che, secondo me, affossa la serie è il fatto che i personaggi non abbiano una vita al di fuori del lavoro.
Li si vede sempre alla centrale di polizia a qualsiasi ora del giorno e della notte, come se non ci fosse nessuno a dargli il cambio e come se tutti i casi della città dipendessero da loro.
Nessuno ha una famiglia che li aspetta a casa o anche solo un partner?
Se dovessi stilare una lista di serie televisive del genere poliziesco con protagonisti i poliziotti, lascerei questa in fondo alla lista, preferendone di gran lunga molte altre.
Consiglierei questa serie solo a chi è un vero amante del genere (che le segue tutte con grande interesse) o a chi è fan sfegatato di qualche attore presente nel cast.
Per il resto, mi è sembrata un’occasione sprecata.
Quando Netflix mi aveva proposto questa serie, inizialmente ero passata oltre, non sentendomi particolarmente attratta dalla trama.
Poi ci ho ripensato e ho fatto marcia indietro, ma, per i miei standard, avrei fatto meglio a restare sulla mia decisione iniziale.
La trama non è niente di nuovo: Takafumi Shimura è un detective schiacciato dal senso di colpa per aver lasciato che il suo partner morisse in servizio ed è alla ricerca del suo omicida.
Il suo cammino cambia radicalmente quando incrocia quello di una giovane donna chiamata “Invisible”, che pare conoscere tutto ciò che accade nel mondo della criminalità, decidendo di stringere un’alleanza con lei.
Il primo episodio non mi aveva convinta appieno, lasciandomi addosso una sensazione di fretta nella soluzione del caso.
Nel giro di un’ora, il protagonista viene presentato con drammi annessi, incontra Invisible e deve risolvere il caso odierno.
Ammetto che durante lo svolgimento degli eventi mi sono persa proprio per via della sua frettolosità.
Questo era già un buon indizio che mi allertava che la serie non faceva per me, ma ho voluto comunque darle il beneficio del dubbio e concederle un’ulteriore puntata.
L’episodio due termina con un colpo di scena riguardante il protagonista e quindi si è praticamente obbligati a proseguire, ma terminata la puntata numero tre ho preferito metterci un punto perché ho capito che non faceva per me.
La serie non l’ho trovata particolarmente originale come trama e i tre casi visti non mi hanno presa granché.
Sembra quasi che la serie stessa capisca di essere sprovvista di quel qualcosa che in altre situazioni terrebbe lo spettatore incollato allo schermo, perché punta tutto sul colpo di scena finale per far sì che si rimanga e si prosegua la visione.
Qua e là sono sparsi vari buchi di trama che non trovano spiegazione, ma che senza di essi la storia non procederebbe e che, nonostante facciano storcere il naso, bisogna accettare e prendere per buoni.
Tanto per fare un esempio: nel secondo episodio, come ha fatto il gruppo di assassini a trovare Invisible, che non era mai uscita dal suo rifugio/prigione?
E se Invisible non aveva mai lasciato tale luogo, come poteva aver inserito nelle sparachiodi degli assassini un controller da remoto per impedirgli di sparare nel caso la situazione si fosse messa male?
Domande che lo spettatore si pone già mentre guarda la puntata, ma che non trovano alcuna risposta, con i personaggi stessi che non si pongono interrogativi e sorvolano su questi particolari.
I personaggi non mi hanno detto niente di nuovo perché sono quelli che si vedono anche in altre serie di questo genere.
Il protagonista che diventa violento verso i criminali da quando il suo partner è morto tre anni prima e che si assume la piena colpa per questo avvenimento non è una novità.
Anzi, non capisco perché ai giapponesi piacciano così tanto personaggi divorati dai sensi di colpa per non aver salvato il compagno di lavoro.
Invisible poteva essere il personaggio misterioso su cui far ruotare un po’ di più la serie, ma dopo tre puntate la mia sensazione era che non si volesse puntare più di tanto su di lei, preferendo dare spazio a Shimura.
Un altro elemento che, secondo me, affossa la serie è il fatto che i personaggi non abbiano una vita al di fuori del lavoro.
Li si vede sempre alla centrale di polizia a qualsiasi ora del giorno e della notte, come se non ci fosse nessuno a dargli il cambio e come se tutti i casi della città dipendessero da loro.
Nessuno ha una famiglia che li aspetta a casa o anche solo un partner?
Se dovessi stilare una lista di serie televisive del genere poliziesco con protagonisti i poliziotti, lascerei questa in fondo alla lista, preferendone di gran lunga molte altre.
Consiglierei questa serie solo a chi è un vero amante del genere (che le segue tutte con grande interesse) o a chi è fan sfegatato di qualche attore presente nel cast.
Per il resto, mi è sembrata un’occasione sprecata.
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