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7.5/10
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Shinya Sugiki è come il tango: elegante e raffinato.
Shinya Suzuki è come la rumba: passionale e sfacciato.
Non potrebbero essere più diversi, eppure sono due mondi destinati a incontrarsi e così facendo cambieranno per sempre le loro vite.

“10DANCE” è un live‑action di produzione Netflix con Keita Machida e Ryoma Takeuchi protagonisti, tratto dall’omonimo manga di Satou Inoue. Nonostante sia un film sensuale e ipnotico, non è una pellicola priva di difetti.

La storia racconta di due ballerini: Sugiki, secondo a livello mondiale nella categoria dei balli da sala, e Suzuki, campione giapponese dei balli latino‑americani. Su idea di Sugiki, decidono di aiutarsi a vicenda per partecipare alla gara 10Dance, dove i ballerini dovranno esibirsi in dieci tipi diversi di ballo.

Il film ha un ritmo lento e si prende i suoi tempi per far appassionare lo spettatore, ma la storia funziona fino a un certo punto.
Premettendo che non ho avuto la possibilità di leggere il manga — quindi non so se sia un problema presente anche nel cartaceo — ciò che mi ha impedito di godermi appieno il film è il modo in cui è stato caratterizzato il personaggio di Sugiki.

Lui si presenta come un ballerino rigido, che fatica a comunicare le sue emozioni, e proprio per questo le sue decisioni e la sua crescita personale non sono chiare: alcune volte sono lasciate all’interpretazione dello spettatore, che deve intuire cosa stia provando o pensando.
Le sue emozioni sono nascoste e vengono fuori in maniera inattesa, in modi impensabili. È un personaggio sfaccettato che probabilmente porta cicatrici del passato, ma nel film ne viene dato solo un assaggio: più che spiegazioni, vengono forniti indizi con cui lo spettatore può ricostruire il puzzle.

Se Suzuki si plasma e smussa i suoi difetti per adattarsi al ritmo, ai movimenti di ballo e al carattere di Sugiki, quest’ultimo sembra fare solo un passettino in avanti rispetto ai dieci fatti dall’altro — o comunque due passi avanti e uno indietro.
È Sugiki che guida, sempre. Proprio per questo la tensione emotiva, pur presente in tutto il film, rimane composta e controllata.
Come nel ballo, anche nella vita Suzuki dà importanza alla tecnica e ai risultati, mentre Sugiki cerca di insegnargli a seguire l’istinto e la passione.

La mancanza di un’esplosione emotiva, però, è proprio ciò che rende questa tensione così potente.
I movimenti dei corpi durante il ballo sono il vero linguaggio dei sentimenti: sono i gesti a parlare.
In questo la regia esegue un lavoro magistrale, seguendo da vicino i ballerini e mettendo in primo piano le mani che si muovono sul corpo del partner: una stretta più forte, le dita che scivolano poco più in basso del fianco, un tocco sulla schiena.

Lo scontro fra due mondi che sembrano non capirsi dà vita a un turbamento emotivo fatto di frustrazione, ma soprattutto di attrazione. Le emozioni crescono a ogni passo di ballo.
A sottolineare tutto ciò si aggiungono i silenzi e gli sguardi evitati, oltre a quelli dati a debita distanza, solo quando uno è sicuro che l’altro non possa vedere.

In questa danza di emozioni, in cui i personaggi ballano con i loro sentimenti in un tira e molla di passini, i due attori protagonisti sono impeccabili.
I loro movimenti sono precisi, sensuali, ipnotici.
Il film funziona grazie all’interpretazione di Keita Machida e Ryoma Takeuchi, alla loro chimica palpabile e ai loro movimenti durante i balli, carichi di erotismo.
La parte dei balli è fortemente realistica, lasciando intuire il lavoro che i due attori devono aver fatto per poter recitare in questa pellicola.

Tutto ciò, purtroppo, non è bastato a soddisfare le (forse troppo alte) aspettative: lo spettatore attende che la tensione emotiva raggiunga il suo culmine e finalmente esploda, sperando di vedere realizzata la passione e il desiderio dei protagonisti.
Ma si arriva con il fiato sospeso all’ultima scena rimanendo delusi.

La crescita di Sugiki è lenta, minima e ridotta agli ultimi minuti di visione, lasciando intendere che forse c’è molto altro da raccontare.
La storia d’amore sembra rimanere incompiuta, forse perché anche il manga è ancora in corso e molte vicende devono essere affrontate.
Nella pellicola si sente la mancanza di qualcosa: non solo nel finale, ma anche nella parte centrale, dove si percepisce che qualcosa sia stato tagliato, forse per esigenze di tempo.

In conclusione, “10DANCE” si fa guardare più per l’interpretazione degli attori che per la storia stessa, che aveva un bel potenziale ma non è stato sfruttato appieno.