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"Come provare a romanticizzare la Sindrome di Stoccolma in 12 episodi"

Se c'è un anime che ha preso il concetto di "tossicità relazionale", lo ha impacchettato con dei bei faccini e ci ha messo sopra un fiocco rosa, è senza dubbio "Wolf Girl and Black Prince" (2014). Una serie che cerca disperatamente di spacciarsi per una frizzante commedia romantica scolastica, ma che finisce per somigliare più a un manuale su come "non" gestire l'autostima e la considerazione di sé nell'adolescenza".
Le premesse sono un po' inquietanti: bugie, amiche inutili e guinzagli. Tutto inizia con Erika Shinohara, una ragazza disposta a tutto pur di non pranzare da sola al liceo. Il suo piano geniale? Mentire a due compagne di classe superficiali e pettegole inventandosi un fidanzato, per poi scattare una foto rubata a un bel ragazzo per strada. Peccato che il ragazzo sia Kyoya Sata, il "Principe" della scuola.
Una volta sgamata, inaspettatamente lui accetta di reggerle il gioco senza battere ciglio, ma a una condizione: Erika dovrà essere il suo "cane".
E da questo punto inizia il tira e molla tra un sociopatico e uno zerbino. Invece di cambiare scuola, farsi nuove amiche o semplicemente ammettere la bugia, Erika accetta. Il messaggio di fondo è chiaro: farsi trattare letteralmente come un animale da compagnia da un sadico narcisista è decisamente meglio che ammettere di essere single davanti a due ragazzine che a malapena ti sopportano. Un incipit solido...

La vera tragedia della serie è "l'insostenibile leggerezza" dei personaggi, che non sono esseri umani, ma stereotipi portati all'eccesso:
Erika Shinohara - Ha la spina dorsale di un grissino dimenticato nel brodo, un limp biscuit. Non impara mai. Continua a giustificare i maltrattamenti di Kyoya convincendosi che "sotto sotto" lui ci tenga. È la personificazione del trope "Io lo salverò", svuotata però di qualsiasi amor proprio.
Kyoya Sata - Viene spacciato come il classico "tsundere" (freddo fuori, tenero dentro), ma per l'80% dell'anime è semplicemente una sorta di bullo crudele, manipolatore e verbalmente aggressivo. Il suo passatempo preferito è umiliare Erika per poi lanciarle l'osso della finta gentilezza solo quando lei è sul punto di andarsene.

La trama non si sforza minimamente di uscire dal binario prestabilito dello shoujo più pigro. C'è il festival scolastico, la gita, l'episodio in cui lui si ammala e lei lo cura, e l'immancabile "ragazzo rivale" (il povero Kusakabe, apparentemente dolce e genuino, scartato brutalmente perché sembra che il rispetto reciproco sia troppo noioso e poco romantico).

Tutto culmina in un finale buonista e giustificatorio: la serie chiede al malcapitato spettatore di perdonare ogni cattiveria di Kyoya sbattendoci in faccia il trauma del suo passato (il divorzio dei genitori) come scusa universale per il suo comportamento da sociopatico. Il messaggio finale è "agghiacciante": se un ragazzo ti tratta malissimo ma poi corre a cercarti sotto la pioggia quando lo stai per lasciare, allora è vero amore. Basta riuscire ad aspettarlo e apprezzarlo...