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“L'arte della sopravvivenza in un futuro apparentemente senza speranza”.

Di ambientazioni di futuri post-apocalittici è piena la cinematografia, la letteratura e anche il mondo dell’animazione. “Nippon Sangoku - I Tre Regni del Giappone” riprende il trope e prova ad offrirne una lettura interessante ben bilanciata tra intelligenza strategica e violenza senza troppi filtri, in un contesto dove la sopraffazione dei deboli è la regola e la loro rassegnazione all’ingiustizia è una certezza.
Tratto dal manga di Ikka Matsuki e trasposto in animazione dallo Studio Kafka, questo anime in 12 episodi si rivela come una delle visioni più disturbanti e intriganti della stagione 2026, ergendosi a costituire un vero e proprio pamphlet filosofico sulla natura del potere, sulla violenza di stato e sul valore della logica e dell’analisi dell’intelletto umano sull’esplicazione dei suoi meri istinti di vendetta e sopravvivenza.

La premessa narrativa di “Nippon Sangoku” è un po’ simile a tante già viste: un futuro distopico caratterizzato dal collasso della civiltà moderna.
Un’ambientazione tanto brutale quanto verosimile in cui dopo la catastrofe di una guerra nucleare globale più ulteriori catastrofi naturali, si determina non solo il tracollo dell'economia, ma anche una vera e propria disgregazione del tessuto sociale data la regressione tecnologica.
Dalle ceneri del vecchio Giappone e in un contesto di disperazione dilagante, sorgono così tre nuove nazioni in perenne e sanguinoso conflitto per l'egemonia: Yamato, Buō e Seii. È un ritorno a un cupo periodo giustamente definito "Sangoku" ossia “stati in guerra”, dove la democrazia è ormai leggenda e la violenza dispotica, cinicamente mascherata da autorità statale che prevarica ogni logica e diritto fondamentale.

Le logiche di potere, gli intrighi di corte, gli omicidi politici e le esecuzioni sommarie avvengono alla luce del sole, normalizzati da una società che ha sacrificato l'etica e la morale sull'altare della pura e semplice sopravvivenza del più forte.
In questo contesto si innestano le vicende del protagonista Aoteru Misumi, che si è ritrovato suo malgrado a provare la violenza brutale e senza senso del sistema, in cui la giustizia è macchiata dal sangue delle persone che non possono difendersi e la felicità è sostanzialmente un lusso da evitare di mostrare.
La tragedia patita, di una ferocia disturbante, funge da innesco della trama che trasforma il protagonista dotato di un acume intellettivo molto al di sopra della media in un vendicatore cerebrale. L’originalità dell’opera sta nel messaggio che vuole trasmettere: il protagonista non si abbandona alla classica furia cieca o a una viscerale e stereotipata ricerca di vendetta fine a se stessa. Lui comprende lucidamente che uccidere il singolo esecutore materiale non cambierà nulla e che il vero nemico è il sistema che ha permesso e legalizzato l’atrocità che ha subito. Ispirandosi ai classici della strategia militare e armato di una dialettica affilatissima capace di piegare la volontà altrui, il protagonista intraprende un cammino di conquista e ascesa sociale.
Dallo sviluppo degli eventi della serie si intuisce chiaramente che l’obiettivo finale non è la vendetta personale, bensì cambiare la realtà che vive aspirando a riunificare l'intero Giappone per estirpare la tirannia. La sua sete di giustizia si sublima in un sottile, geniale gioco di logica, diplomazia, arte oratoria finalizzate alla “manipolazione”, dimostrando il valore inestimabile di coloro che credono ancora nella possibilità di ripristinare un equilibrio sociale a vantaggio della comunità, opponendosi fermamente ai burocrati corrotti mossi dal mero tornaconto personale.

Dal punto di vista tecnico e registico, la serie oscilla in modo originale tra realismo e grottesco forzato. Una scelta audace che ben si adatta alla crudezza dei temi trattati. Il character design ne è un esempio, quasi di Lombrosiana memoria. Mentre il protagonista e in generale i personaggi positivi mantengono lineamenti puliti e proporzionati, i volti dei cattivi vengono sistematicamente deformati da espressioni caricaturali ed estremizzate. Non credo che si tratti di una scelta casuale: sembra piuttosto una voluta allegoria visiva. L'avidità, la crudeltà e la profonda depravazione morale corrompono letteralmente l'aspetto fisico, rendendo questi personaggi dei veri e propri "mostri" agli occhi della gente comune che subisce le loro angherie. Nulla di originale in senso assoluto, per carità, ma la realizzazione è comunque molto esplicita e consente allo spettatore di intuire senza troppi dubbi i ruoli dei vari personaggi.
L’altro elemento di pregio della serie è il suo realismo quasi “documentaristico” della messa in scena delle strategie e degli scontri sul campo di battaglia. Le campagne militari sono pianificate con un rigore logico molto accurato: sono rimasto colpito dalla cura applicata nell’esplicazione delle logiche di approvvigionamento logistico, delle condizioni meteorologiche, dello sfruttamento morfologico del terreno e del morale psicologico delle truppe.

In questa serie non esiste alcuno spazio per esagerazioni e deus ex machina di ogni genere: la guerra è rappresentata per quella che è, sporca, logorante, un inferno di calcoli in cui vince chi sa anticipare le mosse dell'avversario ed è in grado di compiere scelte anche lesive e di rinuncia per il bene comune, nel solito spirito un po’ cavalleresco di guerrieri capaci di sacrificare anche se stessi per la vittoria.
Per come è costruita e sviluppata la trama di “Nippon Sangoku”, si percepisce un approccio decisamente poco o per nulla epico o romantico delle vicende narrate, in cui predomina un carattere estremamente oscuro, cupo e angosciante. Per coloro che non possono contare sul potere, resta l'ingegno machiavellico rispetto alla forza bruta in un contesto molto “disperato” e svuotato di illusioni.

“Nippon Sangoku” resta un unicum nel panorama recente delle serie anime proprio grazie alla scrittura brillante con dialoghi e scontri verbali molto curati che costituiscono il leit motiv dell'opera, in grado di offrire a coloro che li sapranno apprezzare un appagamento narrativo particolare. A ciò si aggiunge un world building molto accurato: tra un'estetica visiva di fine '800 e le feroci dinamiche e logiche di vassallaggio feudale, restituisce un sistema di potere disturbante e affascinante.

La realizzazione animata tuttavia non è definibile come perfetta: il tropo della “tragedia” patita dal protagonista all'atto pratico è un po’ forzato e smaccatamente “strumentale” come un innesco drammatico che per la sua evoluzione risulta essere troppo repentino e poco elaborato, un cliché di sceneggiatura mal gestito. Anche l'estremizzazione volutamente grottesca e deforme delle espressioni facciali dei c.d. “cattivi”, pur rispondendo ad un preciso scopo allegorico, rischia di far sembrare la serie simile a serie del passato poco omogenee e realistiche (a titolo di esempio: “Hokuto no Ken”). Aggiungo inoltre che, avendo un'anima profondamente “strategica”, alcuni blocchi narrativi si compongono quasi unicamente di lunghissime e ridondanti discussioni verbali che per coloro che non sono adusi al genere rischiano di sembrare un oceano di verbosità sterile e noiosa.

“Nippon Sangoku - I Tre Regni del Giappone” è una serie che si sottrae alle etichette ambendo a contraddistinguersi come un’opera di una cruda lucidità intellettuale che prova a scavare nelle oscurità, del potere, dell'abuso istituzionale e del dolore umano. Credo che per tutti gli estimatori dei thriller socio-politici e storici possa rappresentare un “must watch”: un’opera di “resistenza” e coraggio in cui l'aspirazione alla pace e alla giustizia è ostinatamente tenuta viva dal coraggio “sovversivo” di quei pochi ancora capaci di pensare in una logica di bene comune e non di rassegnazione o indifferenza.