Recensione
Claymore
3.0/10
Prendo molto sul serio il voto (ampiamente insufficiente) che voglio dare a quest'opera tanto celebrata. E ci tengo a premettere una cosa: ho letto l'intera serie, con molta fatica, perché era piaciuta tantissimo a mia figlia di 13 anni, che un giorno mi ha detto: "Papà, devi assolutamente leggerlo".
Si può dire che l'abbia letto più per curiosità verso i gusti di mia figlia che per una reale intenzione di affrontare il manga, ma è un'attività che faccio spesso, per esempio quando amici o parenti mi consigliano qualcosa da leggere, lo faccio ben volentieri, e so riconoscere il valore quando c'è. Comunque l'ho finito e devo ammettere che è tremendo: noioso, banale e totalmente sopravvalutato.
La trama si riassume in una riga: esseri creati per combattere... combattono. E lo fanno secondo uno schema che si ripete all'infinito. Spunta un nemico più forte del precedente, qualcuno resta amputato o muore, qualcun altro sembra avere una rivelazione interiore che si traduce in nessun cambiamento sulla trama e sulle dinamiche relazionali e si riparte da capo con un avversario ancora più potente, che a sua volta non ha nulla da dire se non spiegare con infinite parole la solita frustrazione della vita.
Nessun personaggio si emancipa davvero dalla propria "natura di partenza". Qualcuno ha caratteristiche più marcate di altri, ma il piattume generale resta l'unico vero tratto distintivo dell'opera. Un esempio su tutti, Raki: il comprimario che passa il tempo a lamentarsi e a giurare che cambierà, che diventerà più forte, salvo restare identico a se stesso dall'inizio alla fine.
Non esistono dinamiche relazionali al di fuori della fratellanza e della subordinazione (spesso scambiata per amore adottivo). I personaggi si muovono in un mondo uguale a se stesso in ogni suo angolo, e anche i dialoghi girano a vuoto, ripetendo le stesse frasi fino allo sfinimento.
Il disegno diventa interessante nei combattimenti, ma precipita a livelli bassissimi in tutte le scene di vita "normale". Spesso è difficile distinguere i personaggi: praticamente uguali, stessa faccia, capelli appena diversi. E persino gli scontri dopo un po' diventano confusi da seguire per alcune ingenuità sulle direzioni delle tavole.
Il disegno, comunque, si può perdonare. Io per primo leggo volentieri un'opera in cui sento una voglia fortissima di raccontare qualcosa nonostante i limiti tecnici. "Il movimento della Terra" di Uoto, per esempio, è disegnato male, ma la storia è unica, scritta bene, appassionante. Lo stesso ONE non è un fuoriclasse della matita (vedi "Mob Psycho 100" o la serie originale di "One-Punch Man"), eppure le sue storie si fanno leggere, hanno qualcosa da dare.
Non nascondo poi una fortissima delusione per aver dato retta a uno dei miei miti: Michele del CosmicComics, quando ha definito "Claymore" «il Berserk femminile». Niente di più lontano dal vero.
"Berserk" ha una profondità autoriale, una trama articolata, episodi memorabili; i suoi combattimenti sono funzionali all'avanzare della storia. In "Claymore", invece, i combattimenti sono noiosissime pause tra dialoghi ancora più noiosi.
La trama fino all'ultima pagina restituisce pochissimo: sul clan che ha creato le Claymore, sull'ambientazione al di fuori dell'isola, sulle vite dei personaggi... non sapremo nulla. E quando finalmente qualcosa dovrebbe quadrare, la conclusione arriva sbrigativa e frettolosa, spazzando via in poche tavole quel poco di senso di meraviglia costruito lungo il cammino, sostituito soltanto da frustrazione e noia.
Si può dire che l'abbia letto più per curiosità verso i gusti di mia figlia che per una reale intenzione di affrontare il manga, ma è un'attività che faccio spesso, per esempio quando amici o parenti mi consigliano qualcosa da leggere, lo faccio ben volentieri, e so riconoscere il valore quando c'è. Comunque l'ho finito e devo ammettere che è tremendo: noioso, banale e totalmente sopravvalutato.
La trama si riassume in una riga: esseri creati per combattere... combattono. E lo fanno secondo uno schema che si ripete all'infinito. Spunta un nemico più forte del precedente, qualcuno resta amputato o muore, qualcun altro sembra avere una rivelazione interiore che si traduce in nessun cambiamento sulla trama e sulle dinamiche relazionali e si riparte da capo con un avversario ancora più potente, che a sua volta non ha nulla da dire se non spiegare con infinite parole la solita frustrazione della vita.
Nessun personaggio si emancipa davvero dalla propria "natura di partenza". Qualcuno ha caratteristiche più marcate di altri, ma il piattume generale resta l'unico vero tratto distintivo dell'opera. Un esempio su tutti, Raki: il comprimario che passa il tempo a lamentarsi e a giurare che cambierà, che diventerà più forte, salvo restare identico a se stesso dall'inizio alla fine.
Non esistono dinamiche relazionali al di fuori della fratellanza e della subordinazione (spesso scambiata per amore adottivo). I personaggi si muovono in un mondo uguale a se stesso in ogni suo angolo, e anche i dialoghi girano a vuoto, ripetendo le stesse frasi fino allo sfinimento.
Il disegno diventa interessante nei combattimenti, ma precipita a livelli bassissimi in tutte le scene di vita "normale". Spesso è difficile distinguere i personaggi: praticamente uguali, stessa faccia, capelli appena diversi. E persino gli scontri dopo un po' diventano confusi da seguire per alcune ingenuità sulle direzioni delle tavole.
Il disegno, comunque, si può perdonare. Io per primo leggo volentieri un'opera in cui sento una voglia fortissima di raccontare qualcosa nonostante i limiti tecnici. "Il movimento della Terra" di Uoto, per esempio, è disegnato male, ma la storia è unica, scritta bene, appassionante. Lo stesso ONE non è un fuoriclasse della matita (vedi "Mob Psycho 100" o la serie originale di "One-Punch Man"), eppure le sue storie si fanno leggere, hanno qualcosa da dare.
Non nascondo poi una fortissima delusione per aver dato retta a uno dei miei miti: Michele del CosmicComics, quando ha definito "Claymore" «il Berserk femminile». Niente di più lontano dal vero.
"Berserk" ha una profondità autoriale, una trama articolata, episodi memorabili; i suoi combattimenti sono funzionali all'avanzare della storia. In "Claymore", invece, i combattimenti sono noiosissime pause tra dialoghi ancora più noiosi.
La trama fino all'ultima pagina restituisce pochissimo: sul clan che ha creato le Claymore, sull'ambientazione al di fuori dell'isola, sulle vite dei personaggi... non sapremo nulla. E quando finalmente qualcosa dovrebbe quadrare, la conclusione arriva sbrigativa e frettolosa, spazzando via in poche tavole quel poco di senso di meraviglia costruito lungo il cammino, sostituito soltanto da frustrazione e noia.