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SABATO 15 AGOSTO 2026

Recensione


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Innovativo sotto certi punti di vista, considerato che si ambienta nel mondo delle startup e delle app, ma purtroppo anche un’occasione sprecata.

Ammetto che la trama aveva catturato la mia attenzione: Sana Narukawa ha fondato una startup di nome “Dream Pony” e sogna di rendere accessibile gratuitamente a chiunque la sua app educativa, sapendo bene cosa si prova nel non poter accedere all’istruzione per motivi economici.
Quando Dream Pony assume nuovi impiegati, tra loro c’è anche Satoshi Kotori, uomo di mezza età che non sa nulla di informatica e tecnologia.
Nonostante ciò, Kotori si rivelerà una risorsa preziosa per tutta la squadra.

L’inizio era stato coinvolgente, in particolare per il personaggio di Kotori, che dopo ventisei anni di lavoro in banca decide di cambiare totalmente ambiente lavorativo, pur non sapendo nulla di tecnologia.
La sfida di trasformare Dream Pony in un’app che possa essere usata da tutti senza dover sfociare in abbonamenti funziona bene… fino a quando non viene completata.
Verso le ultime puntate, l’attenzione e il coinvolgimento cominciano a calare, dando la sensazione che la serie non sappia più bene in che direzione andare.

Sembra quasi che la serie si dica: “Ho raggiunto il mio obiettivo, ma mancano ancora alcuni episodi per arrivare alla conclusione. Che facciamo? Ci buttiamo sul romanticismo!”.
Ed ecco che ci si ritrova a seguire una storia d’amore già naufragata alcuni episodi prima: Sana è un pesce lesso che non sa nemmeno dare una semplice risposta, mentre Ko vive convinto che Kotori sia un suo rivale in amore solo perché è riuscito a strappare a Sana una risata durante un momento buio.

La serie vale per il personaggio di Kotori, che dal non sapere nulla di linguaggio informatico ed essere ancora visto all’antica perché prende appunti con carta e penna, subisce un’evoluzione pazzesca.
Con garbo e pacatezza, Kotori trova la sua strada e degli amici che non pensava di poter avere, risultando il personaggio più piacevole da guardare.

Come si può intuire, la serie ruota tutta attorno a Sana, Ko e Kotori, relegando gli altri personaggi a fare da contorno e pagando lo scotto di non essere approfonditi (ad esempio, Megumi e Jiro).
Giusto Kaito riceve una sua storia, per quanto trattata in maniera superficiale e completamente dimenticata una volta concluse le puntate dedicate a lui, tornando tutti a comportarsi come al solito.
Mi sarebbe piaciuto sapere qualcosa della vita privata degli altri personaggi, ma a quanto pare non è nulla di che: molto più interessante mostrarli perennemente incollati alla sedia della loro postazione di lavoro.
Così come le vite private non esistono, stessa sorte tocca ai momenti in cui, teoricamente, il gruppo non è al lavoro.
Per esempio, mai una volta che si veda Sana uscire con un’amica: le uniche persone che frequenta sono quelle con cui lavora, e lo stesso vale per gli altri personaggi.

Lungo queste dieci puntate non mancano varie pecche, che fanno storcere il naso perché nella vita reale non è così che ci si comporterebbe.
In particolare, la reazione del gruppo quando apprende che gli è stato rubato il brevetto della loro app: chiunque sarebbe rimasto in ufficio, anche a costo di non poter fare fisicamente nulla perché tutto è in mano agli avvocati.
E loro che fanno?
Vanno a farsi una vacanzina, con pure il divieto di guardare il telefono.
Non mi sembra una soluzione molto appropriata, specialmente in quel momento.

Un’altra cosa completamente campata in aria è quando Ko esprime il desiderio di avere a lavorare con loro un ingegnere coreano avvolto nel mistero, dato che non ha mai fatto apparizioni pubbliche, e che l’unico momento in cui potranno avere un contatto con lui è durante un torneo di esport.
Quindi il gruppo che cosa fa?
Comincia ad allenarsi per partecipare a un torneo di esport, dove le altre squadre sono tutte composte da professionisti.
Per fortuna questa parentesi irreale si conclude subito (vederli avanzare nel torneo sarebbe stato inverosimile) e il gruppo abbandona l’idea dell’ingegnere coreano.

Qui lo spettatore si fa due semplici domande:
in Giappone non ci sono ingegneri giapponesi capaci?
E c’è davvero bisogno di andare fino in Corea per assumere qualcuno di competente?
Ma soprattutto: sembra che il mettersi lì con i videogiochi sia solo un modo per far divertire lo spettatore, che può ridere della goffaggine di tutti perché non sanno che tasto premere e finiscono subito in game over.

Per concludere, la serie è carina e scorre bene fino a un paio di episodi dal finale, quando lo sviluppo dell’app di apprendimento passa in secondo piano e avanza il romanticismo, con le classiche dinamiche e le classiche scene.
Promossa, ma si poteva fare di meglio.