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SABATO 29 AGOSTO 2026

Recensione


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Durante le mie costanti ricerche di titoli da guardare mi sono imbattuto in questo film, restando colpito dal fatto che avesse avuto ben due seguiti e anche una serie TV derivata. Dopo la visione, però, è diventato uno di quei lavori che mi fanno chiedere in base a cosa abbia avuto così tanto successo.

Il soggetto non è originalissimo — può ricordare opere come "Sakamoto Days" o "Spy x Family", con killer nascosti dietro una quotidianità normale — ma in teoria poteva comunque essere divertente e anche provvisto di una sua profondità, visto che le due protagoniste, Chisato e Mahiro, sono in sostanza delle hikikomori costrette ad agire nel mondo come assassine solo perché “si deve campare in qualche modo”, e loro si sono ritrovate ad essere molto abili come killer.

Per sviluppare questo soggetto, sulla carta interessante, è stato scelto uno stile narrativo anch’esso teoricamente azzeccato: uno stile alla Quentin Tarantino. Il film mostra spesso un’atmosfera surreale e ironica nelle situazioni, nella violenza e nei dialoghi, piena di personaggi strani, spietati e allo stesso tempo buffi.

Il problema è che tutto questo materiale viene trattato in maniera sbiadita e poco coinvolgente. La parte mediana del film (poi spiego perché la tengo isolata dal resto) sono cinquanta minuti in cui si incrociano le vicende delle due killer con quelle di una piccola e pericolosa famiglia yakuza, ma sono minuti sviluppati senza alcuna energia: le cose accadono senza appassionare né come umorismo né come empatia con le protagoniste, nemmeno quando si tenta qualche approccio introspettivo per farci capire la loro natura di asociali, di cui loro stesse sono consapevoli.

Anche i cattivi risultano essere anonimi “tipi strani”: non divertono e non spaventano con la loro leggerezza ironica (molto tarantiniana) nel compiere crudeltà.
L’unica sequenza davvero divertente è quella in cui padre e figlio yakuza vanno in un maid café e faticano parecchio a comprendere lo stile di quel tipo di locali.

A questo punto, cosa salva il film dal disastro?
Prima ho parlato della parte mediana perché i segmenti migliori sono il prologo e lo scontro finale.

Il prologo dura quasi 24 minuti e, con un intreccio tra realtà e immaginazione raccontato con tono irreale, riesce a sorprendere e divertire molto — peccato che nel resto del film non si trovi l’energia per continuare con tale stile.
La battaglia finale, pur non memorabile, mostra in venti minuti un buon senso del ritmo: in particolare lo scontro a mani nude tra Mahiro e uno scagnozzo è realizzato molto bene come coreografie e rende adeguatamente la fisicità dei colpi.

Sulle interpretazioni non c’è molto da dire: in generale sono ordinarie, ma le due attrici protagoniste, Saori Izawa (Mahiro) e Akari Takaishi (Chisato), sanno rendere piuttosto bene l’apatia dei loro personaggi, così giovani eppure già così annoiate dalla vita.

Per concludere, "Baby Assassins" non è stato entusiasmante, anche se qualcosa di buono c’è.
Se volete guardatelo pure (tanto non dura molto), ma se lo saltate non credo che perderete molto.