Recensione
La carrozza di Bloodharley
8.5/10
Recensione di DarkSoulRead
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Hiroaki Samura, celebre autore de “L’immortale”, con “La carrozza di Bloodharley” torna a confrontarsi con un’umanità segnata dalla violenza e dalla crudeltà, declinandole però attraverso una storia più intima e disturbante. Nato come progetto erotico, il volume finisce per assumere i contorni di una tragedia umana, mettendo in scena una violenza tanto brutale quanto metodica, perpetrata all’interno di un sistema costruito per cancellare ogni possibilità di ribellione.
La vicenda ruota attorno a giovani ragazze prelevate dagli orfanotrofi e convinte di essere state scelte dalla famiglia Bloodharley per realizzare il sogno di diventare attrici. Una sola su mille, però, riuscirà davvero a calcare il palcoscenico; per tutte le altre, la carrozza che dovrebbe condurle verso il teatro si rivelerà invece l’inizio di un incubo. Le ragazze sono infatti le vittime designate del progetto 1.14, un piano orchestrato dal Duca N.A. Bloodharley che prevede di prelevare la ragazza più bella da ogni orfanotrofio e destinarla alle carceri per sottoporla agli abusi sessuali dei detenuti più pericolosi. L’obiettivo è acquietare i carcerati e placarne le tensioni. Il progetto è destinato soltanto ai condannati all’ergastolo, uomini che, impossibilitati a uscire dal carcere e a testimoniare, rappresentano le pedine perfette per mantenere il meccanismo nell’ombra.
L’orrore non nasce soltanto dalle atrocità subite dalle ragazze, dunque, ma dalla freddezza con cui una simile pratica viene amministrata e giustificata.
Samura ricrea con estrema cura l’eleganza dell’abbigliamento ottocentesco, soffermandosi sui merletti, sui ricami e sulle elaborate decorazioni degli abiti, conferendo alle tavole un’eleganza quasi aristocratica. Una bellezza che stride volutamente con la miseria morale dell’opera: più le tavole risultano raffinate, più ciò che vi accade appare brutale e disumano. Anche i volti delle protagoniste diventano così strumenti espressivi potentissimi, capaci di trasmettere paura, disperazione e rassegnazione senza bisogno di ricorrere a spiegazioni.
L’autore non ha bisogno di mostrare tutto per scuotere il lettore: è proprio la spersonalizzazione delle donne, ridotte a semplici strumenti, insieme alla progressiva degradazione dell’essere umano, a rendere la violenza così angosciante.
In questo senso, è particolarmente significativo il rapporto tra due delle ragazze che, separate nelle rispettive celle, riescono a comunicare attraverso delle lettere. In mezzo alle angherie e alle atrocità, quei brevi messaggi diventano un fragile appiglio alla propria umanità: continuare a scriversi significa ricordarsi di essere ancora persone, nonostante il sistema che le circonda cerchi in ogni modo di trasformarle in oggetti.
Nella ferocia di ciò che racconta, “La carrozza di Bloodharley” conserva una componente profondamente poetica, affidata soprattutto alla sensibilità con cui l’autore racconta la fragilità dei suoi personaggi, facendo emergere, proprio nella brutalità, momenti di struggente delicatezza.
Non mancano, tuttavia, alcune note dolenti: il finale, pur coerente con l’atmosfera dell’opera, risulta piuttosto sbrigativo, dando l’impressione che a Samura sia mancato quel guizzo necessario per chiudere degnamente il racconto. Le poche scene d’azione, inoltre, non sempre risultano chiare, complici un tratto molto carico e una costruzione talvolta poco leggibile: un limite che l’autore aveva già mostrato ne “L’immortale”.
“La carrozza di Bloodharley” è un manga di grande levatura, una riflessione sulla crudeltà, sulla disumanizzazione e sulla capacità dell’essere umano di trasformare persino la sofferenza altrui in un meccanismo ordinato e accettabile. Un volume unico breve, feroce e profondamente cupo, che non cerca di offrire consolazioni né facili risposte e che, proprio per questo, difficilmente lascerà il lettore indifferente.
La vicenda ruota attorno a giovani ragazze prelevate dagli orfanotrofi e convinte di essere state scelte dalla famiglia Bloodharley per realizzare il sogno di diventare attrici. Una sola su mille, però, riuscirà davvero a calcare il palcoscenico; per tutte le altre, la carrozza che dovrebbe condurle verso il teatro si rivelerà invece l’inizio di un incubo. Le ragazze sono infatti le vittime designate del progetto 1.14, un piano orchestrato dal Duca N.A. Bloodharley che prevede di prelevare la ragazza più bella da ogni orfanotrofio e destinarla alle carceri per sottoporla agli abusi sessuali dei detenuti più pericolosi. L’obiettivo è acquietare i carcerati e placarne le tensioni. Il progetto è destinato soltanto ai condannati all’ergastolo, uomini che, impossibilitati a uscire dal carcere e a testimoniare, rappresentano le pedine perfette per mantenere il meccanismo nell’ombra.
L’orrore non nasce soltanto dalle atrocità subite dalle ragazze, dunque, ma dalla freddezza con cui una simile pratica viene amministrata e giustificata.
Samura ricrea con estrema cura l’eleganza dell’abbigliamento ottocentesco, soffermandosi sui merletti, sui ricami e sulle elaborate decorazioni degli abiti, conferendo alle tavole un’eleganza quasi aristocratica. Una bellezza che stride volutamente con la miseria morale dell’opera: più le tavole risultano raffinate, più ciò che vi accade appare brutale e disumano. Anche i volti delle protagoniste diventano così strumenti espressivi potentissimi, capaci di trasmettere paura, disperazione e rassegnazione senza bisogno di ricorrere a spiegazioni.
L’autore non ha bisogno di mostrare tutto per scuotere il lettore: è proprio la spersonalizzazione delle donne, ridotte a semplici strumenti, insieme alla progressiva degradazione dell’essere umano, a rendere la violenza così angosciante.
In questo senso, è particolarmente significativo il rapporto tra due delle ragazze che, separate nelle rispettive celle, riescono a comunicare attraverso delle lettere. In mezzo alle angherie e alle atrocità, quei brevi messaggi diventano un fragile appiglio alla propria umanità: continuare a scriversi significa ricordarsi di essere ancora persone, nonostante il sistema che le circonda cerchi in ogni modo di trasformarle in oggetti.
Nella ferocia di ciò che racconta, “La carrozza di Bloodharley” conserva una componente profondamente poetica, affidata soprattutto alla sensibilità con cui l’autore racconta la fragilità dei suoi personaggi, facendo emergere, proprio nella brutalità, momenti di struggente delicatezza.
Non mancano, tuttavia, alcune note dolenti: il finale, pur coerente con l’atmosfera dell’opera, risulta piuttosto sbrigativo, dando l’impressione che a Samura sia mancato quel guizzo necessario per chiudere degnamente il racconto. Le poche scene d’azione, inoltre, non sempre risultano chiare, complici un tratto molto carico e una costruzione talvolta poco leggibile: un limite che l’autore aveva già mostrato ne “L’immortale”.
“La carrozza di Bloodharley” è un manga di grande levatura, una riflessione sulla crudeltà, sulla disumanizzazione e sulla capacità dell’essere umano di trasformare persino la sofferenza altrui in un meccanismo ordinato e accettabile. Un volume unico breve, feroce e profondamente cupo, che non cerca di offrire consolazioni né facili risposte e che, proprio per questo, difficilmente lascerà il lettore indifferente.