Recensione
“Trasformare un lungo viaggio in un lungometraggio riassuntivo è la vera missione impossibile dell'animazione: pretendere che la fretta di una corsa possa regalare lo stesso panorama di una lunga e lenta passeggiata.”
Quando ad una serie di successo come "The dangers in my heart" si prova ad attuare il passaggio sul grande schermo sotto forma di film, la sfida più grande è quella legata alla coerenza narrativa all'opera da cui deriva e al mantenimento del suo senso e significato. Tempo fa mi è capitato di visionare "Le Rose di Versailles" e il risultato mi è sembrato oltremodo ambizioso (quasi suicida) oltre che profondamente deludente non tanto per la estrema compressione dei contenuti quanto per il travisamento e lo svilimento dello spirito originale dell'opera da cui deriva.
Ma è possibile condensare le vicende narrate in 25 episodi suddivisi in due stagioni in poco più di 100 minuti di film, mantenendo la paziente cura descrittiva con cui la serie documentava le sfumature emotive dell'evoluzione psicologica dei due protagonisti?
La mia risposta è no, sebbene "The dangers in my heart Movie" dimostri di non fallire completamente come il recente film sulle gesta di Lady Oscar o "The Ribbon Hero", ispirato al manga e alla serie anime sulla principessa Zaffiro di O. Tezuka.
Le motivazioni sono semplici: "The dangers in my heart Movie" prova a offrire una sceneggiatura "furba" che, se da un lato offre un gradito regalo a coloro che hanno apprezzato la serie con alcune sequenze inedite, dall'altro si limita ad attuare solo le inevitabili semplificazioni strutturali senza operare stravolgimenti di impostazione e di principio che, con la scusa dell'inseguimento di una presunta originalità, risentono inevitabilmente dell'impietoso confronto con le opere cui si ispirano perdendolo inesorabilmente sotto tutti i punti di vista.
Nella recensione della serie avevo già evidenziato come la vera forza dell'opera risiedesse proprio nell'essere un "viaggio", capace di decostruire con calma e realismo l'apparenza dei due protagonisti. Kyoutarou Ichikawa si presentava come un ragazzino schivo e intrappolato in fantasie da psicopatico per la sua incapacità di relazionarsi con gli altri, ma dotato di una dolcezza e sensibilità inusitate, mentre Anna Yamada, forte della sua fisicità dirompente e dell'immagine da adolescente modella "inarrivabile", celava in realtà un'indole semplice, un po' lunatica e adorabilmente infantile. Entrambi erano volenti o nolenti vittime delle apparenze che si sono costruiti volontariamente o che subivano da chi li circonda.
Il tema delle "maschere" viene affrontato in modo delicato e con una sequenza realistica e delicata di scoperte reciproche avvenute nel microcosmo della biblioteca scolastica – che rendeva la serie una sorta di "slice of life" dall'atmosfera autentica e misurata.
Nel formato cinematografico la magia delle interazioni sempre più continue e profonde tra i due subisce inevitabilmente delle accelerazioni che tendono a minarla in modo significativo, soprattutto nella parte iniziale.
Inevitabilmente la sceneggiatura deve fare i conti con l'inderogabile esigenza di toccare i punti salienti della storia romance. Le particolari fantasie di Kyoutarou, che nella serie scemavano in modo progressivo e in un certo senso logico in qualche puntata per lasciare spazio a un'interazione sempre più intima e sincera con Anna, nel film sono condensate in poche sequenze con il risultato di far apparire il protagonista quasi come uno schizofrenico che inopinatamente passa dai sintomi della sindrome "chuunibyou" alla fragilità di un estremo introverso con un passaggio molto forzato e poco credibile per l'evoluzione rappresentata.
Le medesime osservazioni si possono esprimere sull'evoluzione delle interazioni tra i due protagonisti alla fase sentimentale non ancora dichiarata. La tensione, l'ansia dell'attesa e dei continui tentennamenti tipici di due ragazzini nipponici delle scuole medie, che nella serie rappresenta uno dei suoi veri punti di forza, vengono private del loro fascino fondato sull'equivoco del "non detto" e sull'asimmetricità dell'innamoramento tra i due. L'insicurezza tipica degli adolescenti dei due fatta di sospiri, sguardi bassi o rivolti altrove, imbarazzi improvvisi conditi da batticuori da tachicardia e quel divertente accostamento visivo (alla "Lovely Complex") legato alla marcata differenza di altezza sono molto compressi.
Le relazioni con i personaggi secondari, essenziali nella serie non solo per l'avvicinamento dei due ma anche per l'evoluzione dei due protagonisti (in particolare Kyotarou) sono eccessivamente compresse svilendo l'originale spirito della serie.
Kyoutarou in particolare emerge dalle tenebre della sua profonda insicurezza in modo troppo veloce, che finisce per banalizzare il suo percorso di accettazione di sè e dei sentimenti di Anna.
Per coloro che hanno visto la serie, a parziale "risarcimento" delle inevitabili forzature, per fortuna sono state introdotte delle sequenze inedite con una trovata sagace nell'incipit originale che trasforma il film in una sorta di flashback di tutte le vicende che poi sfociano nel finale che rappresenta il valore aggiunto del lungometraggio.
Se la serie aveva lasciato lo spettatore con il solito finale aperto, piuttosto idealizzato e quasi "stilnovistico" che, per quanto coerente con l'ingenuità e la ritrosia di due ragazzi delle medie, rischiava di risultare quasi una sovrastruttura troppo "adulta", il film aggiunge un minimo, ma essenziale e realistico sviluppo alla loro relazione, superando la fase della pura contemplazione ideale e mostrando i due protagonisti fare un piccolo ma tangibile passo in avanti.
Sul fronte tecnico, non posso muovere alcun appunto, anzi. Lo studio Shin-Ei Animation ribadisce la qualità altissima della serie: il chara-design resta armonioso e pulitissimo, con una espressività visiva molto curata, mentre i fondali mantengono quella ricchezza di dettagli e quella vivida saturazione dei colori capaci di valorizzare ogni scena.
"The Dangers in My Heart Movie" ha azzardato parecchio ma non perde la sfida con la serie. Per coloro che vedono la storia per la prima volta, la pellicola ha senso e, al netto di semplificazioni, tagli di trama e i ritmi forzati, riesce comunque a restituire un po' dell'essenza della serie, quel mix di tenerezza e chara-development dei protagonisti tipico della serie. Per coloro che l'hanno già vista, il film resta un buon riassunto delle tappe fondamentali della epifania reciproca dei due protagonisti, una sintesi impreziosita da un finale inedito che finalmente offre una "chiusura del cerchio" appagante per la storia d'amore tra Anna e Kyotarou.
Quando ad una serie di successo come "The dangers in my heart" si prova ad attuare il passaggio sul grande schermo sotto forma di film, la sfida più grande è quella legata alla coerenza narrativa all'opera da cui deriva e al mantenimento del suo senso e significato. Tempo fa mi è capitato di visionare "Le Rose di Versailles" e il risultato mi è sembrato oltremodo ambizioso (quasi suicida) oltre che profondamente deludente non tanto per la estrema compressione dei contenuti quanto per il travisamento e lo svilimento dello spirito originale dell'opera da cui deriva.
Ma è possibile condensare le vicende narrate in 25 episodi suddivisi in due stagioni in poco più di 100 minuti di film, mantenendo la paziente cura descrittiva con cui la serie documentava le sfumature emotive dell'evoluzione psicologica dei due protagonisti?
La mia risposta è no, sebbene "The dangers in my heart Movie" dimostri di non fallire completamente come il recente film sulle gesta di Lady Oscar o "The Ribbon Hero", ispirato al manga e alla serie anime sulla principessa Zaffiro di O. Tezuka.
Le motivazioni sono semplici: "The dangers in my heart Movie" prova a offrire una sceneggiatura "furba" che, se da un lato offre un gradito regalo a coloro che hanno apprezzato la serie con alcune sequenze inedite, dall'altro si limita ad attuare solo le inevitabili semplificazioni strutturali senza operare stravolgimenti di impostazione e di principio che, con la scusa dell'inseguimento di una presunta originalità, risentono inevitabilmente dell'impietoso confronto con le opere cui si ispirano perdendolo inesorabilmente sotto tutti i punti di vista.
Nella recensione della serie avevo già evidenziato come la vera forza dell'opera risiedesse proprio nell'essere un "viaggio", capace di decostruire con calma e realismo l'apparenza dei due protagonisti. Kyoutarou Ichikawa si presentava come un ragazzino schivo e intrappolato in fantasie da psicopatico per la sua incapacità di relazionarsi con gli altri, ma dotato di una dolcezza e sensibilità inusitate, mentre Anna Yamada, forte della sua fisicità dirompente e dell'immagine da adolescente modella "inarrivabile", celava in realtà un'indole semplice, un po' lunatica e adorabilmente infantile. Entrambi erano volenti o nolenti vittime delle apparenze che si sono costruiti volontariamente o che subivano da chi li circonda.
Il tema delle "maschere" viene affrontato in modo delicato e con una sequenza realistica e delicata di scoperte reciproche avvenute nel microcosmo della biblioteca scolastica – che rendeva la serie una sorta di "slice of life" dall'atmosfera autentica e misurata.
Nel formato cinematografico la magia delle interazioni sempre più continue e profonde tra i due subisce inevitabilmente delle accelerazioni che tendono a minarla in modo significativo, soprattutto nella parte iniziale.
Inevitabilmente la sceneggiatura deve fare i conti con l'inderogabile esigenza di toccare i punti salienti della storia romance. Le particolari fantasie di Kyoutarou, che nella serie scemavano in modo progressivo e in un certo senso logico in qualche puntata per lasciare spazio a un'interazione sempre più intima e sincera con Anna, nel film sono condensate in poche sequenze con il risultato di far apparire il protagonista quasi come uno schizofrenico che inopinatamente passa dai sintomi della sindrome "chuunibyou" alla fragilità di un estremo introverso con un passaggio molto forzato e poco credibile per l'evoluzione rappresentata.
Le medesime osservazioni si possono esprimere sull'evoluzione delle interazioni tra i due protagonisti alla fase sentimentale non ancora dichiarata. La tensione, l'ansia dell'attesa e dei continui tentennamenti tipici di due ragazzini nipponici delle scuole medie, che nella serie rappresenta uno dei suoi veri punti di forza, vengono private del loro fascino fondato sull'equivoco del "non detto" e sull'asimmetricità dell'innamoramento tra i due. L'insicurezza tipica degli adolescenti dei due fatta di sospiri, sguardi bassi o rivolti altrove, imbarazzi improvvisi conditi da batticuori da tachicardia e quel divertente accostamento visivo (alla "Lovely Complex") legato alla marcata differenza di altezza sono molto compressi.
Le relazioni con i personaggi secondari, essenziali nella serie non solo per l'avvicinamento dei due ma anche per l'evoluzione dei due protagonisti (in particolare Kyotarou) sono eccessivamente compresse svilendo l'originale spirito della serie.
Kyoutarou in particolare emerge dalle tenebre della sua profonda insicurezza in modo troppo veloce, che finisce per banalizzare il suo percorso di accettazione di sè e dei sentimenti di Anna.
Per coloro che hanno visto la serie, a parziale "risarcimento" delle inevitabili forzature, per fortuna sono state introdotte delle sequenze inedite con una trovata sagace nell'incipit originale che trasforma il film in una sorta di flashback di tutte le vicende che poi sfociano nel finale che rappresenta il valore aggiunto del lungometraggio.
Se la serie aveva lasciato lo spettatore con il solito finale aperto, piuttosto idealizzato e quasi "stilnovistico" che, per quanto coerente con l'ingenuità e la ritrosia di due ragazzi delle medie, rischiava di risultare quasi una sovrastruttura troppo "adulta", il film aggiunge un minimo, ma essenziale e realistico sviluppo alla loro relazione, superando la fase della pura contemplazione ideale e mostrando i due protagonisti fare un piccolo ma tangibile passo in avanti.
Sul fronte tecnico, non posso muovere alcun appunto, anzi. Lo studio Shin-Ei Animation ribadisce la qualità altissima della serie: il chara-design resta armonioso e pulitissimo, con una espressività visiva molto curata, mentre i fondali mantengono quella ricchezza di dettagli e quella vivida saturazione dei colori capaci di valorizzare ogni scena.
"The Dangers in My Heart Movie" ha azzardato parecchio ma non perde la sfida con la serie. Per coloro che vedono la storia per la prima volta, la pellicola ha senso e, al netto di semplificazioni, tagli di trama e i ritmi forzati, riesce comunque a restituire un po' dell'essenza della serie, quel mix di tenerezza e chara-development dei protagonisti tipico della serie. Per coloro che l'hanno già vista, il film resta un buon riassunto delle tappe fondamentali della epifania reciproca dei due protagonisti, una sintesi impreziosita da un finale inedito che finalmente offre una "chiusura del cerchio" appagante per la storia d'amore tra Anna e Kyotarou.