Recensione
Cintura nera Jeong-do
7.0/10
Alla continua ricerca di nuovi titoli da visionare (e tentando di non trasformare il fantasy in una fissazione), ho notato i molti commenti positivi su questo film e, dopo averlo visto, devo dire che sono in buona parte meritati.
"Officer Black Belt" si può considerare un film con due anime: la prima è quella più leggera della parte iniziale, con più umorismo (anche se durante la visione ho più sorriso che riso) e che scorre piacevolmente, pur senza essere qualcosa di particolare.
Tuttavia questa parte ha una funzione precisa: farci conoscere i personaggi per empatizzare con loro e introdurci passo dopo passo, insieme al protagonista, nel fetido mondo della pedopornografia.
Qui il film introduce anche una sorta di critica sociale contro il governo coreano, accusato di non fare abbastanza — in termini di leggi e risorse — contro questa terribile piaga, che va combattuta con uno sforzo comune dell’intera società.
Quando si arriva alla seconda anima della storia, decisamente più cupa, il risultato è altalenante: come ritmo e suspense funziona molto bene, le coreografie d’azione non sono memorabili ma comunque ben realizzate, e il regista sa coinvolgerci emotivamente, farci soffrire e desiderare il riscatto insieme ai personaggi.
Purtroppo, per ottenere questo, viene sacrificata la verosimiglianza che nella prima parte era presente.
Ad esempio, quando affronta il suo secondo caso, Jung‑do Lee capisce che dall’altra parte non ci sono soltanto bastardi depravati (comunque la maggioranza), ma anche persone mosse dalla sofferenza e che hanno bisogno d’aiuto: un elemento che riflette la complessità del reale.
Nella seconda parte, invece, il realismo viene abbandonato: il protagonista si trasforma nel classico tizio super bravo che — pur con un certo aiuto da parte di tre amici — sconfigge da solo tutti i cattivi, cattivi bidimensionali e piuttosto numerosi (quanto è verosimile tutto ciò?).
Come se non bastasse, si comporta come se la polizia non esistesse: trova le prove, individua i criminali e vuole occuparsene solo lui, con tanti saluti alla collaborazione istituzionale.
Per quanto riguarda l’introspezione, siamo dalle parti della sufficienza: Jung‑do Lee è il classico bravo ragazzo che matura capendo l’importanza e la responsabilità di aiutare gli altri — passaggio segnato dal suo abbandonare i capelli tinti di biondo per tornare al colore naturale.
Dei suoi colleghi e amici ci viene detto quanto basta per comprenderne il carattere e renderceli simpatici, così da parteggiare meglio per loro quando affrontano criminali che, al 99%, sono soltanto bastardi spietati la cui sconfitta è motivo di soddisfazione (e visto il tema trattato, tale soddisfazione ci sta tutta).
In generale, la recitazione è buona, così come la parte tecnica.
Insomma, "Officer Black Belt" è un buon film d’azione, capace di coinvolgere davvero e con una certa ambizione sociale.
Peccato che, in questo aspetto, non riesca appieno perché poi sceglie la strada della solita esagerazione “spaccatutto”.
"Officer Black Belt" si può considerare un film con due anime: la prima è quella più leggera della parte iniziale, con più umorismo (anche se durante la visione ho più sorriso che riso) e che scorre piacevolmente, pur senza essere qualcosa di particolare.
Tuttavia questa parte ha una funzione precisa: farci conoscere i personaggi per empatizzare con loro e introdurci passo dopo passo, insieme al protagonista, nel fetido mondo della pedopornografia.
Qui il film introduce anche una sorta di critica sociale contro il governo coreano, accusato di non fare abbastanza — in termini di leggi e risorse — contro questa terribile piaga, che va combattuta con uno sforzo comune dell’intera società.
Quando si arriva alla seconda anima della storia, decisamente più cupa, il risultato è altalenante: come ritmo e suspense funziona molto bene, le coreografie d’azione non sono memorabili ma comunque ben realizzate, e il regista sa coinvolgerci emotivamente, farci soffrire e desiderare il riscatto insieme ai personaggi.
Purtroppo, per ottenere questo, viene sacrificata la verosimiglianza che nella prima parte era presente.
Ad esempio, quando affronta il suo secondo caso, Jung‑do Lee capisce che dall’altra parte non ci sono soltanto bastardi depravati (comunque la maggioranza), ma anche persone mosse dalla sofferenza e che hanno bisogno d’aiuto: un elemento che riflette la complessità del reale.
Nella seconda parte, invece, il realismo viene abbandonato: il protagonista si trasforma nel classico tizio super bravo che — pur con un certo aiuto da parte di tre amici — sconfigge da solo tutti i cattivi, cattivi bidimensionali e piuttosto numerosi (quanto è verosimile tutto ciò?).
Come se non bastasse, si comporta come se la polizia non esistesse: trova le prove, individua i criminali e vuole occuparsene solo lui, con tanti saluti alla collaborazione istituzionale.
Per quanto riguarda l’introspezione, siamo dalle parti della sufficienza: Jung‑do Lee è il classico bravo ragazzo che matura capendo l’importanza e la responsabilità di aiutare gli altri — passaggio segnato dal suo abbandonare i capelli tinti di biondo per tornare al colore naturale.
Dei suoi colleghi e amici ci viene detto quanto basta per comprenderne il carattere e renderceli simpatici, così da parteggiare meglio per loro quando affrontano criminali che, al 99%, sono soltanto bastardi spietati la cui sconfitta è motivo di soddisfazione (e visto il tema trattato, tale soddisfazione ci sta tutta).
In generale, la recitazione è buona, così come la parte tecnica.
Insomma, "Officer Black Belt" è un buon film d’azione, capace di coinvolgere davvero e con una certa ambizione sociale.
Peccato che, in questo aspetto, non riesca appieno perché poi sceglie la strada della solita esagerazione “spaccatutto”.