Recensione
Rich Girl Caretaker: I'm Secretly the Caregiver of the Most Popular Girl in This Rich Kid School
5.0/10
"Principesse da accudire e uomini da arredamento"
“Rich girl cartaker" ossia la commedia romantica pigra per antonomasia in cui l’amore non nasce dall’incontro fra due persone, ma dalla misteriosa incapacità di una ragazza bellissima e ricchissima di infilarsi una camicia da sola. In un mondo normale, sembrerebbe un servizio da R.S.A...
Ci sono titoli che anticipano la trama, altri che la riassumono e altri ancora che sembrano il verbale completo della riunione editoriale prima del lancio dell'opera. "Rich Girl Caretaker: I’m Secretly the Caregiver of the Most Popular Girl in This Rich Kid School" appartiene alla terza categoria, narrando ciò che promette fin dal titolo chilometrico: una ragazza ricca, un premuroso badante liceale e un’accademia popolata da rampolle irraggiungibili.
E mantiene ogni promessa, purtroppo senza aggiungere null'altro.
Il protagonista maschile destinato al ruolo di caregiver è Itsuki Tomonari, ragazzo povero ma onesto, diligente, gentile, paziente e provvidenzialmente privo di qualsiasi desiderio che possa disturbare chiunque. Dopo essere rimasto coinvolto in un surreale tentativo di rapimento di Hinako Konohana (non saprei se definirlo in modo comico o patetico, giusto solo per creare l'incipit della trama...), finisce al suo servizio, scoprendo che lei è l'erede di uno dei più importanti conglomerati societari e d'affari giapponesi. A scuola Hinako è la perfetta principessa d’alta società; in privato è una creatura incapace di vestirsi, organizzarsi e, con ogni probabilità, sopravvivere a un pomeriggio senza la supervisione di qualcuno che si dedica a lei anima e corpo. Itsuki, essendosi trovato nel posto giusto al momento giusto, diventa così il suo assistente personale e si trasferisce nella prestigiosa accademia frequentata dai figli dell’élite nipponica.
È l’inizio di una interazione che tenderà anche al sentimentale costruita secondo la più affidabile ingegneria immaginifica "otaku": lui risolve problemi ed è bravissimo nel farlo, lei è adorabilmente intrigante mentre li crea. Intorno a loro si radunano altre ragazze di rango elevato, ognuna dotata di un fascino preciso, di una vulnerabilità strategica e di una ragione più o meno convincente per interessarsi proprio all’unico studente che sembra essere entrato nella scuola senza un patrimonio, ma con una scorta industriale di capacità di comprensione emotiva.
La sceneggiatura non sviluppa i personaggi: li dispone sulla scacchiera del teatrino prevedibile. Hinako è la dama perfetta che diventa un tenero peluche appena chiusa la porta; Mirei Tennoji è la rivale orgogliosa con il cuore tenero e sensibile e dall'acconciatura improbabile; Narika Miyakojima la bellezza atletica bloccata dalla timidezza e dall'educazione ferrea tutt'altro che attenta alla sua femminilità; Shizune Tsurumi la cameriera competente come un sicario e una psicologa incaricata di addestrare il protagonista cercando di rendere anche felice la sua padroncina.
Sono figure facilmente distinguibili, ma mai imprevedibili.
Ogni ragazza porta con sé un piccolo problema e Itsuki, assistente domestico, consigliere sentimentale e centro di gravità dell’universo femminile, lo risolve con quella gentilezza sovrumana che nelle rom-com vale più dell'essere uno delle persone più influenti sulla Terra.
Il difetto principale non è l’abbondanza eccessiva di cliché. I cliché possono essere dei mezzi che, se usati bene, possono ancora produrre storie riuscite. Il problema è che qui sono il fine e vengono semplicemente allineati, senza armonizzarli in una progressione inverosimilmente organica. Rapimenti, segreti familiari, differenze sociali, obblighi dinastici, gelosie scolastiche e momenti da commedia domestica entrano ed escono dalla trama con la naturalezza disarmante.
La serie potrebbe essere interpretata contemporaneamente come una fiaba sociale, un harem mellifluo, una commedia di convivenza e un racconto sul peso delle aspettative familiari. Finisce invece per far assaggiare allo spettatore un po’ di tutto senza fargli assaporare in modo completo quasi nulla.
Eppure, scavando sotto gli strati di zucchero, qualcosa di potenzialmente interessante ci sarebbe. Hinako non è soltanto una ragazza viziata: è una giovane donna educata a trasformare l’eccellenza in una rappresentazione permanente (solito tema delle maschere - in altre recensioni avevo già scritto che L. Pirandello si sarebbe divertito molto coi i giappi...).
Davanti agli altri deve essere bella, composta, brillante e inattaccabile; davanti a Itsuki può finalmente diventare imperfetta. La sua assoluta mancanza di autonomia è evidentemente una caricatura pensata per generare tenerezza, ma può essere letta anche come il sintomo di un’esistenza nella quale ogni gesto è sempre stato compiuto da qualcuno al suo posto.
Il vero lusso di Hinako, quindi, non consiste nella casa o nel patrimonio, ma nella possibilità di abbassare la guardia quando è da sola con il suo caregiver. Itsuki rappresenta uno spazio privato nel quale non è costretta a recitare la parte della giovane erede impeccabile. È tale aspetto sarebbe il più convincente dell'intera serie: dietro la fantasia maschile del ragazzo ordinario scelto dalla principessa si intravede il bisogno, più universale, di essere accolti proprio nella parte meno presentabile di se stessi.
Peccato che l’anime preferisca quasi sempre spremere da questa idea una posa graziosa, una richiesta infantile o l’ennesima situazione ravvicinata ed equivoca, anziché esplorarne le implicazioni. La dipendenza di Hinako viene romanticizzata molto più di quanto venga problematizzata. Itsuki non l’aiuta davvero a diventare autonoma: diventa indispensabile. La narrazione chiama questo sviluppo “amore”, ma a volte assomiglia a un contratto di assistenza 24h 7/7.
Anche il contrasto sociale resta poco più che una scenografia. Itsuki proviene da una realtà modesta ed entra in un ambiente dominato da ricchezza, reputazione e gerarchie familiari, però la serie non usa questa differenza per costruire un autentico conflitto. La prestigiosa accademia è soprattutto una passerella sulla quale far sfilare nuove ragazze eleganti. La classe sociale conta quando serve a rendere Hinako irraggiungibile, poi svanisce appena rischia di sollevare domande meno comode.
Sul piano tecnico, ahimè, lo studio Brain’s Base realizza un prodotto funzionale ma privo di particolare personalità. La regia, il character design e la composizione della serie garantiscono una confezione leggibile e coerente con le premesse di partenza. I personaggi sono gradevoli, i colori morbidi, gli interni lussuosi quanto basta e i primi piani delle ragazze ricevono prevedibilmente più attenzione di tutto ciò che li circonda. Le animazioni, però, rimangono spesso molto "essenziali" e la regia si accontenta di accompagnare dialoghi e gag senza trovare un ritmo o un linguaggio visivo capaci di nobilitare la scrittura.
Il doppiaggio di Hinako è uno dei pochi aspetti positivi: la doppiatrice non lesina sull'impegno di rendere bene il passaggio di Hinako dalla perfezione pubblica alla mollezza privata, mentre il protagonista maschile rimane comunque meno che una funzione narrativa: è l'utensile giusto per dispensare la premura, l'utilità per cucinare, consolare, proteggere e permettere a ogni eroina di mostrare il proprio lato fragile.
Rich Girl Caretaker non è definibile un disastro di proporzioni memorabili: i disastri, almeno, avrebbero una personalità che può non piacere ma li caratterizza. "Rich girl caretaker" sembra piuttosto una rom-com "industriale" che conosce bene il proprio pubblico target e gli consegna esattamente ciò che gli ha promesso fin dal titolo: belle ragazze, piccole gelosie, convivenza, coccole, differenze sociali decorative e un protagonista abbastanza anonimo da consentire allo spettatore di prendere idealmente il suo posto.
A coloro che sono alla ricerca di una commedia romantica leggera, rassicurante e senza pretese, la serie può regalare qualche momento piacevole: le protagoniste manifestano una vulnerabilità che, nelle scene più tranquille, riesce perfino a sembrare sincera; alcuni momenti in privato possiedono una tenerezza elementare ma efficace.
Chi invece desidera personaggi capaci di crescere, relazioni fondate sulla reciprocità o una sceneggiatura che trasformi gli stereotipi in qualcosa di nuovo dovrà armarsi di grande pazienza. Possibilmente la stessa di Itsuki, anche se quella non sembra essere reperibile in commercio.
In conclusione, Rich Girl Caretaker cava davvero sangue dalle rape, ma soltanto perché ha creato un protagonista disposto a spremerle al posto suo. Dietro l’harem, i privilegi e le fantasie da domestico sentimentale sopravvive una considerazione discreta: persino chi appare perfetto può desiderare qualcuno davanti al quale smettere di esserlo. Ma è lontanissima dalla mia idea di romance più adulto o evoluto per cui "amare qualcuno non significa diventare indispensabili alla sua debolezza, ma aiutarlo a non aver più paura della propria imperfezione.”
“Rich girl cartaker" ossia la commedia romantica pigra per antonomasia in cui l’amore non nasce dall’incontro fra due persone, ma dalla misteriosa incapacità di una ragazza bellissima e ricchissima di infilarsi una camicia da sola. In un mondo normale, sembrerebbe un servizio da R.S.A...
Ci sono titoli che anticipano la trama, altri che la riassumono e altri ancora che sembrano il verbale completo della riunione editoriale prima del lancio dell'opera. "Rich Girl Caretaker: I’m Secretly the Caregiver of the Most Popular Girl in This Rich Kid School" appartiene alla terza categoria, narrando ciò che promette fin dal titolo chilometrico: una ragazza ricca, un premuroso badante liceale e un’accademia popolata da rampolle irraggiungibili.
E mantiene ogni promessa, purtroppo senza aggiungere null'altro.
Il protagonista maschile destinato al ruolo di caregiver è Itsuki Tomonari, ragazzo povero ma onesto, diligente, gentile, paziente e provvidenzialmente privo di qualsiasi desiderio che possa disturbare chiunque. Dopo essere rimasto coinvolto in un surreale tentativo di rapimento di Hinako Konohana (non saprei se definirlo in modo comico o patetico, giusto solo per creare l'incipit della trama...), finisce al suo servizio, scoprendo che lei è l'erede di uno dei più importanti conglomerati societari e d'affari giapponesi. A scuola Hinako è la perfetta principessa d’alta società; in privato è una creatura incapace di vestirsi, organizzarsi e, con ogni probabilità, sopravvivere a un pomeriggio senza la supervisione di qualcuno che si dedica a lei anima e corpo. Itsuki, essendosi trovato nel posto giusto al momento giusto, diventa così il suo assistente personale e si trasferisce nella prestigiosa accademia frequentata dai figli dell’élite nipponica.
È l’inizio di una interazione che tenderà anche al sentimentale costruita secondo la più affidabile ingegneria immaginifica "otaku": lui risolve problemi ed è bravissimo nel farlo, lei è adorabilmente intrigante mentre li crea. Intorno a loro si radunano altre ragazze di rango elevato, ognuna dotata di un fascino preciso, di una vulnerabilità strategica e di una ragione più o meno convincente per interessarsi proprio all’unico studente che sembra essere entrato nella scuola senza un patrimonio, ma con una scorta industriale di capacità di comprensione emotiva.
La sceneggiatura non sviluppa i personaggi: li dispone sulla scacchiera del teatrino prevedibile. Hinako è la dama perfetta che diventa un tenero peluche appena chiusa la porta; Mirei Tennoji è la rivale orgogliosa con il cuore tenero e sensibile e dall'acconciatura improbabile; Narika Miyakojima la bellezza atletica bloccata dalla timidezza e dall'educazione ferrea tutt'altro che attenta alla sua femminilità; Shizune Tsurumi la cameriera competente come un sicario e una psicologa incaricata di addestrare il protagonista cercando di rendere anche felice la sua padroncina.
Sono figure facilmente distinguibili, ma mai imprevedibili.
Ogni ragazza porta con sé un piccolo problema e Itsuki, assistente domestico, consigliere sentimentale e centro di gravità dell’universo femminile, lo risolve con quella gentilezza sovrumana che nelle rom-com vale più dell'essere uno delle persone più influenti sulla Terra.
Il difetto principale non è l’abbondanza eccessiva di cliché. I cliché possono essere dei mezzi che, se usati bene, possono ancora produrre storie riuscite. Il problema è che qui sono il fine e vengono semplicemente allineati, senza armonizzarli in una progressione inverosimilmente organica. Rapimenti, segreti familiari, differenze sociali, obblighi dinastici, gelosie scolastiche e momenti da commedia domestica entrano ed escono dalla trama con la naturalezza disarmante.
La serie potrebbe essere interpretata contemporaneamente come una fiaba sociale, un harem mellifluo, una commedia di convivenza e un racconto sul peso delle aspettative familiari. Finisce invece per far assaggiare allo spettatore un po’ di tutto senza fargli assaporare in modo completo quasi nulla.
Eppure, scavando sotto gli strati di zucchero, qualcosa di potenzialmente interessante ci sarebbe. Hinako non è soltanto una ragazza viziata: è una giovane donna educata a trasformare l’eccellenza in una rappresentazione permanente (solito tema delle maschere - in altre recensioni avevo già scritto che L. Pirandello si sarebbe divertito molto coi i giappi...).
Davanti agli altri deve essere bella, composta, brillante e inattaccabile; davanti a Itsuki può finalmente diventare imperfetta. La sua assoluta mancanza di autonomia è evidentemente una caricatura pensata per generare tenerezza, ma può essere letta anche come il sintomo di un’esistenza nella quale ogni gesto è sempre stato compiuto da qualcuno al suo posto.
Il vero lusso di Hinako, quindi, non consiste nella casa o nel patrimonio, ma nella possibilità di abbassare la guardia quando è da sola con il suo caregiver. Itsuki rappresenta uno spazio privato nel quale non è costretta a recitare la parte della giovane erede impeccabile. È tale aspetto sarebbe il più convincente dell'intera serie: dietro la fantasia maschile del ragazzo ordinario scelto dalla principessa si intravede il bisogno, più universale, di essere accolti proprio nella parte meno presentabile di se stessi.
Peccato che l’anime preferisca quasi sempre spremere da questa idea una posa graziosa, una richiesta infantile o l’ennesima situazione ravvicinata ed equivoca, anziché esplorarne le implicazioni. La dipendenza di Hinako viene romanticizzata molto più di quanto venga problematizzata. Itsuki non l’aiuta davvero a diventare autonoma: diventa indispensabile. La narrazione chiama questo sviluppo “amore”, ma a volte assomiglia a un contratto di assistenza 24h 7/7.
Anche il contrasto sociale resta poco più che una scenografia. Itsuki proviene da una realtà modesta ed entra in un ambiente dominato da ricchezza, reputazione e gerarchie familiari, però la serie non usa questa differenza per costruire un autentico conflitto. La prestigiosa accademia è soprattutto una passerella sulla quale far sfilare nuove ragazze eleganti. La classe sociale conta quando serve a rendere Hinako irraggiungibile, poi svanisce appena rischia di sollevare domande meno comode.
Sul piano tecnico, ahimè, lo studio Brain’s Base realizza un prodotto funzionale ma privo di particolare personalità. La regia, il character design e la composizione della serie garantiscono una confezione leggibile e coerente con le premesse di partenza. I personaggi sono gradevoli, i colori morbidi, gli interni lussuosi quanto basta e i primi piani delle ragazze ricevono prevedibilmente più attenzione di tutto ciò che li circonda. Le animazioni, però, rimangono spesso molto "essenziali" e la regia si accontenta di accompagnare dialoghi e gag senza trovare un ritmo o un linguaggio visivo capaci di nobilitare la scrittura.
Il doppiaggio di Hinako è uno dei pochi aspetti positivi: la doppiatrice non lesina sull'impegno di rendere bene il passaggio di Hinako dalla perfezione pubblica alla mollezza privata, mentre il protagonista maschile rimane comunque meno che una funzione narrativa: è l'utensile giusto per dispensare la premura, l'utilità per cucinare, consolare, proteggere e permettere a ogni eroina di mostrare il proprio lato fragile.
Rich Girl Caretaker non è definibile un disastro di proporzioni memorabili: i disastri, almeno, avrebbero una personalità che può non piacere ma li caratterizza. "Rich girl caretaker" sembra piuttosto una rom-com "industriale" che conosce bene il proprio pubblico target e gli consegna esattamente ciò che gli ha promesso fin dal titolo: belle ragazze, piccole gelosie, convivenza, coccole, differenze sociali decorative e un protagonista abbastanza anonimo da consentire allo spettatore di prendere idealmente il suo posto.
A coloro che sono alla ricerca di una commedia romantica leggera, rassicurante e senza pretese, la serie può regalare qualche momento piacevole: le protagoniste manifestano una vulnerabilità che, nelle scene più tranquille, riesce perfino a sembrare sincera; alcuni momenti in privato possiedono una tenerezza elementare ma efficace.
Chi invece desidera personaggi capaci di crescere, relazioni fondate sulla reciprocità o una sceneggiatura che trasformi gli stereotipi in qualcosa di nuovo dovrà armarsi di grande pazienza. Possibilmente la stessa di Itsuki, anche se quella non sembra essere reperibile in commercio.
In conclusione, Rich Girl Caretaker cava davvero sangue dalle rape, ma soltanto perché ha creato un protagonista disposto a spremerle al posto suo. Dietro l’harem, i privilegi e le fantasie da domestico sentimentale sopravvive una considerazione discreta: persino chi appare perfetto può desiderare qualcuno davanti al quale smettere di esserlo. Ma è lontanissima dalla mia idea di romance più adulto o evoluto per cui "amare qualcuno non significa diventare indispensabili alla sua debolezza, ma aiutarlo a non aver più paura della propria imperfezione.”