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VENERDÌ 23 OTTOBRE 2026

Recensione


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“L’arte nasce quando un gesto smette di servire e comincia a significare.”

Molto probabilmente non appartengo al genre di pubblico ideale di “The World Is Dancing”. Le ricostruzioni ambientate nel Giappone antico tendono spesso a lasciarmi un po’ freddo, poco coinvolto, soprattutto quando richiedono una familiarità e passione preventive con epoche, gerarchie e tradizioni artistiche lontane dalla sensibilità puramente occidentale. E questa serie non aiuta molto nell’accompagnare lo spettatore inesperto come me: preferisce aprire il sipario e cominciare a danzare, confidando che prima o poi sarà lo spettatore a comprendere il senso di quanto sta vedendo.

Tratto dal manga di Kazuto Mihara, l’anime racconta la giovinezza di Oniyasha, futura probabile figura decisiva nello sviluppo del teatro Nō . La vicenda dovrebbe essere ambientata durante il conflitto tra la Corte del Nord e quella del Sud (1370-80?), e segue il protagonista che fin dalla giovinezza sembra progressivamente folgorato dall’idea della ricerca di una nuova forma espressiva di danza a partire dal sarugaku, praticato dalla compagnia del padre Kan’ami.

Oniyasha sembra ossessionato dal significato della danza ma non cerca la risposta nella speculazione teorica: osserva le persone, i loro corpi, la sofferenza, il desiderio, la povertà e persino gli animali, poi cerca l’ispirazione per trasformare quelle impressioni in movimento. Il suo vero talento non consiste tanto nell’eseguire bene una forma già codificata (quella che il padre si ostina a inculcargli ad ogni costo e che il figlio si cruccia di non riuscire ad eseguire al meglio), quanto nel vedere una danza “potenziale” dentro ogni cosa, gesto, fenomeno naturale, come se ciò che lo circonda non è semplicemente lo scenario dell’arte che sta cercando ma sia la stessa essenza della danza.
In ciò si trova, a mio avviso, il senso più profondo dell’opera. “The World Is Dancing” non racconta soltanto la mera evoluzione di generi tradizionali di danza, ma il modo e l’ispirazione del momento in cui la semplice imitazione di un’arte si trasforma in una nuova forma di interpretazione, positiva o negativa che sia.

A suo modo, e non in modo del tutto lineare e chiaro, Oniyasha progressivamente abbandona l’idea “ortodossa” che si debba preservare una tradizione nella sua ripetizione infinita e immutabile ma che si possa modificarla affinché possa continuare ad essere attuale o anche solo possa essere in linea con la sua sensibilità artistica. È un’idea coerente con il percorso mostrato dalla serie, nel quale l’arte passa attraverso la sua capacità di assorbire elementi di novità, forme differenti e reinventarle.

Ahimè e purtroppo questo concetto, valido e anche piuttosto interessante, è ribadito troppe volte senza che sia integrato con altri aspetti dell’esistenza del protagonista, con una progressione umana e realistica.
Il percorso di crescita ed evoluzione di Oniyasha mi è sembrato a tratti seguire una logica di cliché quasi da spokon: il protagonista assiste a una danza, ne rimane sconvolto, attraversa una crisi, intuisce un nuovo principio, si esercita e supera un altro confine espressivo. Mutatis mutandis, la struttura della serie non è così diversa da tante altre opere di animazione sportive.
Questo meccanismo renderà probabilmente accessibile un tema potenzialmente ostico, ma alla lunga a mio avviso produce monotonia. Oniyasha sembra attraversare più volte la stessa rivelazione con abiti diversi. Cambiano gli stili, gli incontri e le occasioni, ma il percorso emotivo tende a ripetersi: osservazione, turbamento, illuminazione, danza. Il protagonista cresce, ma la sceneggiatura non sempre riesce a far percepire tale crescita come un vero cambiamento interiore che lo distingua da quelli già visti.

E i personaggi secondari finiscono talvolta per sembrare dei meri facilitatori di trama lungo il pellegrinaggio artistico del protagonista. Portano con sé sofferenze, tragedie, ingiustizie, prospettive alternative e vite spesso più dure della sua, ma non ricevono lo spazio necessario per diventare pienamente interessanti e autonomi dal ruolo affidato loro dalla trama. Entrano nel campo visivo di Oniyasha, gli rivelano qualcosa e poi vengono assorbiti dalla sua ricerca, quasi fossero materiali che l’artista raccoglie per costruire se stesso. A tratti, il protagonista mi ha ricordato Ken Shiro e il suo percorso di assorbimento delle tecniche dei guerrieri che ha affrontato e sconfitto…

Un aspetto che potrebbe passare per lo più inosservato ma che invece mi ha colpito favorevolmente è la situazione di privilegio di Oniyasha: la possibilità di porsi delle domande e sperimentare in un mondo di sopraffazione e povertà. Oniyasha appartiene già a una famiglia inserita nel mondo dello spettacolo: padre maestro e danzatore affermato e di talento, una compagnia di danza, un’educazione artistica e, soprattutto, il tempo necessario per trasformare la propria curiosità e talento innato in una sorta di vocazione.
Non si può non notare che altri personaggi devono invece confrontarsi con la guerra, la fame, la posizione sociale o con un corpo che non concede loro le stesse possibilità del protagonista. Per loro la danza resta un mestiere, mera sopravvivenza o intrattenimento per qualche potente di turno o una breve evasione da una realtà opprimente. Per Oniyasha diventa una ricerca ontologica ma non perché sia migliore in assoluto ma perché può permetterselo. E il bello di ciò è che dimostra di esserne consapevole… La serie lascia trasparire la disparità senza trasformarla in una critica morale del protagonista: scelta intelligente e coerente con lo stile dell’opera (di cui accennerò a breve), ma forse un po’ troppo prudente, perché il rapporto tra talento e privilegio avrebbe potuto diventare il leit motiv della trama rendendola più drammatica e coinvolgente. In fondo la serie sceglie una via più documentaristica e lo si intuisce nei frangenti in cui narra il coinvolgimento dei poteri forti e dei benestanti nel mecenatismo, suggerendo che l’arte non riesce ad esprimersi senza un idoneo supporto di spettatori, protezione e denaro. Sempre per non risultare troppo impegnata, la serie evita accuratamente di narrare il possibile rischio che ogni forma di protezione possa esercitare sull’arte: il possibile vincolo sulla creatività.

Se la trama resta prevedibile e poco coinvolgente, non si può negare che il comparto tecnico compensa trasformando la danza in un’esperienza percettiva. Le sequenze migliori non si limitano a mostrare coreografie ben animata ma trasformano nei momenti più significativi il movimento in “visione”, alterando lo spazio e i gesti in una percezione alterata dal significato e sforzandosi di tradurre un’emozione in immagini. In alcuni momenti si ha la sensazione di non capire se si sta guardando ciò che accade realmente, ciò che Oniyasha percepisce oppure quello che vorrebbe riuscire a esprimere. Ed è un pregio innegabile di questa serie, il cui valore emerge soprattutto quando smette di “spiegare” con monologhi verbosi e lascia il compito al ritmo, alla gestualità metaforica e alla visionarietà. A ciò si aggiunge la delicatezza del chara design, mentre fondali, luci e composizione dell’immagine sono estremamente dettagliati e di pregio.

“The World Is Dancing” resta un anime difficile da consigliare senza remore, non perché sia incomprensibile, ma perché richiede disponibilità verso una narrazione lenta, ripetitiva in cui sono assenti picchi drammatici.
Il contesto storico e i diversi linguaggi performativi delle danze rappresentate possono inoltre scarso coinvolgimento negli spettatori come me che non conoscono la danza giapponese. La trama, considerata da sola, non è il suo elemento più forte. È lineare ed esclusivamente subordinata all’esplorazione artistica del protagonista. Chi cerca un’evoluzione psicologica complessa come me la potrebbe percepire come impalpabile esile; coloro che accettano di seguire non tanto una storia, quanto il formarsi di un’arte in quanto tale potrebbe valutarla come qualcosa di raro. Per me resta soprattutto un’opera estetica, contemplativa e di nicchia.