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VENERDÌ 30 OTTOBRE 2026

Recensione


5.5/10
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"Tornare ragazzi è facile, crescere una seconda volta, un po’ meno…"

Un famoso sicario di quasi quarant'anni, separato, con una vita trascorsa quasi esclusivamente a perfezionare l’arte di uccidere, viene punto da una misteriosa vespa geneticamente modificata in una missione e si risveglia ritrovandosi nel corpo di se stesso tredicenne. La risposta razionale a una situazione del genere sarebbe probabilmente una crisi esistenziale di proporzioni dostoevskiane. Quella della serie è invece quella di inviare il ragazzino con lo spirito dell'adulto alla scuola media per la missione di vegliare su una ragazza erede dell'azienda che con ogni probabilità ha creato le vespe modificate.

Sarei stato portato a pensare che "Kill Blue" volesse assomigliare ad una serie di qualche anno fa che avevo apprezzato tantissimo, "ReLife" ma sono stato quasi immediatamente disilluso: questa situazione assurda rappresenta contemporaneamente la fortuna (poco) e il limite (tanto) della serie tratta dal manga di Tadatoshi Fujimaki, autore decisamente più conosciuto per "Kuroko’s Basketball". Il manga è stato pubblicato dal 2023 al 2025 e si è concluso in 13 volumi, mentre questa trasposizione animata si ferma dopo i dodici episodi canonici in modo piuttosto brusco e senza un vero e proprio finale, denotando o una scarsa cura della sceneggiatura o una trama dell'opera cartacea non propriamente ispirata...

Il protagonista è Juzo Ogami, leggendario killer appartenente ad un'organizzazione: sembra a grandi linee la storia di "Detective Conan" e della trasformazione in ragazzo ho già scritto. Di certo la serie non si sofferma tanto sul mistero della regressione a ragazzo del killer quanto sulla frequentazione della scuola.
L’idea che risulta essere davvero riuscita anche dal punto di vista comico è che Ogami inizialmente non desideri la classica seconda possibilità. Lui non è il classico adulto frustrato che sogna di tornare adolescente per correggere gli errori della propria vita, soprattutto dal punto di vista sentimentale. Anzi, sembra perfettamente a suo agio nella propria essenza di sicario e inizialmente dimostra di essere insofferente alla vita e alla frequentazione di ragazzi coetanei, arrivando quasi a non sopportarli come l'agente Smith "schifava" l'umanità nella trilogia di "Matrix".

Tuttavia, il protagonista inizia suo malgrado una sorta di progressiva fascinazione per la vita scolastica. Lui, che non ha ricevuto una vera istruzione, scopre inopinatamente il piacere dell’imparare. Le materie scolastiche diventano per lui qualcosa di quasi esotico e fa parecchio sorridere che un uomo capace di eliminare un bersaglio senza paura né rimorsi possa meravigliarsi davanti alle nozioni studiate sui libri.
Man mano che la trama procedere tra alti e bassi, l'impressione che ho avuto è quella che il killer maturi l'idea di essere stato derubato dell’adolescenza. Purtroppo, l'impressione di trovarmi a vedere una specie di "ReLife" meno filosofico e più dopato di steroidi, armi incluse, svanisce man mano che la storia procede, lasciandomi l'impressione avrebbe potuto trasformarsi in qualcosa di molto più interessante ma non ha osato.
La regressione fisica di Ogami poteva diventare una progressione o crescita interiore. Un uomo che possiede competenze straordinarie per togliere la vita agli altri scopre improvvisamente tutte quelle competenze elementari necessarie per vivere la propria: studiare, avere amici, perdere tempo, forse anche innamorarsi e sentirsi amato, sbagliare senza che qualcuno finisca necessariamente in una bara. Ci sarebbe persino qualcosa di malinconico nel vedere un adulto scoprire troppo tardi quanto possa essere meravigliosamente inutile l’adolescenza.
Ahimè, "Kill Blue" sembra accorgersi solo occasionalmente di avere tra le mani questa "carta vincente" e cede alla tentazione della banalità dello "battle shounen". Quando la serie comincia progressivamente a spostare il baricentro dalla seconda adolescenza di Ogami verso combattimenti, killer rivali ed escalation sempre più stravaganti, la trama perde di mordente.

Per carità, il titolo della serie è "Kill Blue" non "Il giovane Ogami" che ritrova sé stesso sui banchi di scuola. Eppure il paradosso è che la parte più originale della serie è proprio quella in cui non succede quasi nulla. Quando Ogami semplicemente frequenta la scuola, cerca di comprendere i propri compagni o si confronta con Noren, "Kill Blue" trova una sua identità. Quando invece entra in scena l’ennesimo avversario dalle capacità improbabili, Fujimaki sembra riattivare il solito DNA da autore di battle shonen.
Ma non siamo in "Kuroko no basket" con la "Generazione dei fenomeni... pardon dei Miracoli" ma più prosaicamente con quella degli iscritti alle scuole medie. E dopo un po’ viene spontaneo domandarsi perché alla Rikka Middle School circolino così tanti individui potenzialmente letali, accettando semplicemente e di conseguenza che l’orientamento scolastico abbia evidentemente sostituito il corso di educazione civica con quello di tecniche di eliminazione di persone professionale.

Sono arrivato al limite più evidente della serie: i personaggi di "Kill Blue" funzionano meglio come macchiette. Hanno tic, capacità, manie, atteggiamenti (anche parecchio discutibili) tutti immediatamente riconoscibili. Entrano in scena rapidamente, fanno ciò che devono fare, producono gag, conflitto o combattimento e lasciano spazio al successivo. Raramente sono veri, tridimensionali.
Anche pensando alla protagonista femminile Noren, che intrattiene un'interazione con Ogami anche di natura pseudo-sentimentale, avrebbe potuto essere potenzialmente interessante: lei è davvero adolescente, lui lo è soltanto biologicamente. Ma la serie non offre dinamiche psicologiche intriganti nonostante Ogami, adulto costretto in un corpo adolescente, finisca comunque per essere sottoposto alle dinamiche sociali della giovinezza. Non sta semplicemente fingendo di avere tredici anni: progressivamente è il mondo circostante a costringerlo a reinterpretare quella fase della vita, una sorta di seconda adolescenza che non diventa mai veramente una seconda vita.

L'accennato confronto con "ReLIFE" smaschera le lacune di "Kill blue" dal punto di vista psicologico: "ReLIFE" utilizza la regressione come strumento di introspezione e cambiamento, "Kill Blue" lo utilizza come solo mezzo narrativo.
Ed è uno spreco: Ogami possiede esattamente il background adatto per una rielaborazione della sua esistenza, qualunque direzione avesse intrapreso e quindi non necessariamente in senso morale. E il finale di questa prima serie non giustifica e peggiora la sensazione di incompiutezza e banalità per l'assenza di quella chiusura narrativa che dovrebbe consentire anche a una stagione intermedia di possedere una propria identità. A mio avviso non serviva risolvere il mistero della regressione, ma poteva essere soddisfacente concludere almeno una possibile fase della trasformazione interiore di Ogami.

Dal punto di vista tecnico, la serie sembra molto meglio della sua sceneggiatura: lo studio CUE ha offerto un character design pulito e sufficientemente caratterizzante, riuscendo soprattutto a rendere immediatamente riconoscibile quella galleria di personaggi che narrativa e sceneggiatura non sempre riescono invece ad approfondire. Anche le animazioni nelle sequenze d'azione fanno discretamente il proprio lavoro. Lo spettatore non si ritrova una produzione destinata a diventare riferimento tecnico del decennio, ma i combattimenti conservano generalmente fluidità e senso del movimento sufficienti a sostenere quella deriva action che progressivamente conquista spazio. Ironia vuole che i personaggi acquistino più dinamismo quando combattono che quando vengono narrati.

"Kill Blue" resta una serie curiosa e divertente a fasi alterne, sostenuta soprattutto da un protagonista la cui contraddizione di fondo funziona perché è un uomo che ha affrontato più volte la morte e scopre con quarant’anni di ritardo le banalità della vita. Quando la serie prova a raccontare quest'aspetto sembra possedere una propria identità. Quando invece accumula assassini adolescenti, abilità improbabili, combattimenti ed eccentricità sempre più rumorose, diventa uno shounen certamente godibile ma decisamente banale e superficiale come se osservare quello che accade dentro Ogami sia da evitare privilegiando quello che accade al suo esterno.
Resto in attesa di verificare se la seconda stagione già annunciata sarà in grado di dimostrare se la regressione di Ogami condurrà il protagonista e lo spettatore verso una meta. In fondo, ringiovanire un personaggio è l'operazione più semplice, farlo crescere è tutta un’altra storia.